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    Ruszkik haza! A Budapest il sole non sorge più a Est

    Orbàn capitola per il "tutti contro di lui", ma il paese resta a destra

    In copertina: Péter Magyar, fonte, canale Youtube
    Estero
    13 aprile 2026 | di Daniele Reggiardo

    L’articolo analizza i risultati delle elezioni parlamentari ungheresi del 2026 attraverso le lenti della Scienza politica e dei principali indici di frammentazione e sproporzionalità.


    N.B. Il testo si concentra sulle elezioni politiche ungheresi del 2026 e sulle dinamiche elettorali, rappresentando un punto di vista squisitamente politologico. Si trascurano, nonostante alcuni brevissimi accenni di sociologia politica sul comportamento elettorale, le cause e le conseguenze, le quali necessitano di indagini multidisciplinari: in primis, sociologiche; in secundis, giuridiche, economiche, criminologiche, antropologiche, filosofiche, psicologiche e storiche.


    I risultati delle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026

    All’alba del 13 aprile 2026 sulle sponde magiare del Danubio il sole non sorge più a Est. Il 77,80% degli ungheresi si è recato alle urne per eleggere i propri rappresentanti, superando l’ultima grande mobilitazione del 2002. Péter Magyar e il suo partito, Tisza, si aggiudicano 138 seggi dei 199 disponibili nel Parlamento monocamerale di Budapest: un 69,35% sufficiente da poter modificare la Costituzione ungherese in autonomia e smantellare l’impianto giuridico ereditato dal governo precedente. Viktor Orbán si ferma a 55 seggi (27,64%), seguito solo da Mi Hazánk Mozgalom con 6 seggi (3,02%). La legge elettorale ungherese, cucita su misura da Orbán, si è a lui ritorta contro. Il centro-sinistra, Demokratikus koalíció (DK), non supera la soglia di sbarramento e, con l’1,16% dei voti, non entra in Parlamento.

    L’elezione ungherese mostra un indice di Rae-Taylor pari a 0,44. Esso indica che esiste il 44% di probabilità che due elettori scelti casualmente abbiano votato partiti differenti (in Italia, alle elezioni politiche del 2022, era dell’85%). Questo valore descrive un sistema a bassa frammentazione nel quale il potere è fortemente concentrato in un unico partito dominante (Tisza). 

    Tuttavia, è lecito ritenere che questa divergenza non si trovi nelle opinioni politiche dei cittadini, quanto piuttosto nella comune volontà di unirsi e sostituire il governo precedente – in altre parole, la maggiore coesione sociale sembrerebbe derivare (a parere di chi scrive) da un nemico comune (Viktor Orbán e l’estrema destra) e dalla paura dell’allontanamento rispetto alla NATO e all’Unione europea, ovvero un avvicinamento a Putin[1]. Nel medio-lungo periodo, l’instabilità interna al partito (scissioni, calo nei sondaggi) potrebbe presentarsi e rafforzare nuovamente l’opposizione.

    1. Questa opinione andrà dimostrata dagli studiosi nel prossimo futuro. Il comportamento elettorale sembrerebbe così essere compatibile con coordinamento elettorale anti-incumbent: tutti contro il governo precedente “da mandare a casa”.

    Inizialmente si determinano le proporzioni dividendo i seggi di ciascuna forza politica per il totale di 199 (il numero dei parlamentari), ottenendo circa 0,6935 per Tisza, 0,2764 per Fidesz e 0,0302 per Mi Hazánk. Successivamente si procede con l’elevamento al quadrato di tali valori decimali che risultano rispettivamente pari a 0,4809, 0,0764 e 0,0009. La sommatoria di questi quadrati produce un valore di concentrazione di 0,5582, il quale viene infine sottratto dall’unità per isolare il grado di dispersione del sistema. 

    Il risultato finale dell’indice è pari a 0,4418, un dato che certifica matematicamente una bassa frammentazione e la presenza di un sistema a partito dominante, dove la probabilità che due parlamentari scelti a caso appartengano a schieramenti diversi è inferiore al 45%.

    L’analisi politologica delle elezioni

    Il nuovo Parlamento ungherese, nel famoso spettro politico sinistra-destra di Anthony Downs, si colloca significativamente a destra.

    Il segmento rappresenta il continuum dell’offerta politica ungherese, nella quale i due estremi definiscono i confini della sinistra e della destra radicale. Nello scacchiere attuale, la Demokratikus koalíció (DK) occupa l’area di centro-sinistra, mentre il partito Tisza si posiziona leggermente a destra del centro-destra, seguito da Fidesz-KDNP e, all’estrema destra, da Mi Hazánk Mozgalom. La composizione dell’intero Parlamento, situata interamente a destra del centro-destra, è coerente con il teorema del votante (o elettore) mediano. Secondo tale principio, in una competizione a dimensione singola regolata dalla maggioranza, l’alternativa vincente è quella preferita dal votante (o elettore) mediano[2]. Il successo di Tisza dimostrerebbe dunque che il baricentro delle preferenze dei cittadini magiari si è stabilizzato appena a destra del centro-destra, rendendo marginale ogni proposta politica esterna a questo nuovo perimetro ideologico: infatti, il centro-sinistra non raggiunge la soglia di sbarramento. 

    Il votante mediano precedentemente individuato trascura la quota dei cittadini astenuti e include il premio di maggioranza – conosciuto e condiviso dagli elettori e dagli eletti – previsto dalla legge elettorale. Se considerassimo, invece, esclusivamente la quota proporzionale pura, l’elettore mediano si sposterebbe leggermente a sinistra. Perché questa discrepanza? L’indice di Gallagher misura la differenza tra il numero percentuale dei voti ottenuti dai partiti politici all’interno del Parlamento e il numero percentuale dei seggi che sono stati convertiti dalla legge elettorale[3]. L’indice di Gallagher per le elezioni ungheresi del 2026 è 13,47. Questo valore segnala una sproporzionalità molto elevata (solitamente un indice sopra 10 è considerato tipico di sistemi maggioritari puri o fortemente distorsivi). Il dato conferma che la legge elettorale, originariamente strutturata per sovrarappresentare il primo partito (Fidesz), ha operato un trasferimento massiccio di rappresentanza dai partiti sconfitti al vincitore, portando Tisza a superare la soglia costituzionale dei due terzi pur avendo ottenuto pochissimo di più della metà dei consensi reali.

    1. Il teorema del votante (o elettore) medianoafferma che, in una votazione che prevede confronti tra coppie di alternative, condotti con la regola della maggioranza, nessuna alternativa può sconfiggere quella preferita dal votante mediano, se il numero dei votanti è dispari, se le preferenze dei votanti sono a un solo massimo rispetto a una singola dimensione politica e se i votanti votano sinceramente” (Clark, Golder, Golder; 2011: 265)
    2. Il teorema del votante mediano è una semplificazione bidimensionale (destra-sinistra) in un sistema multidimensionale (destra-sinistra, sistema-antisistema, Unione europea vs. anti-europeismo/euroscetticismo, NATOvs. anti-atlantismo, filorussi vs. filorussi). Con tutti i limiti del caso, si ritiene che in un articolo divulgativo tale semplificazione sia sufficiente, in quanto tutte queste sfumature vengono semplificate dai partiti politici.

    Il calcolo dell’indice di Gallagher per le elezioni ungheresi del 2026 inizia con la determinazione della differenza tra la percentuale di voti e la percentuale di seggi per ogni singola lista. 

    Per il partito Tisza la differenza è pari a 15,55 punti percentuali, per Fidesz è di 10,56, per Mi Hazánk è di 1,18, per DK è di 1,16 e per l’aggregato delle altre liste escluse è di 2,64. Il passaggio successivo prevede l’elevamento al quadrato di ciascuno di questi scarti per eliminare i segni negativi e amplificare le distorsioni maggiori. I quadrati ottenuti sono rispettivamente 241,8025 per Tisza, 111,5136 per Fidesz, 1,3924 per Mi Hazánk, 1,3456 per DK e 6,9696 per le liste minori. Sommando tutti questi valori si ottiene un totale complessivo di 363,0237. Secondo la procedura codificata da Gallagher, tale somma deve essere divisa per due, producendo il valore intermedio di 181,51185. L’operazione finale consiste nell’estrazione della radice quadrata di quest’ultimo numero, che determina un indice di sproporzionalità pari a 13,47. 

    Questo risultato dimostra matematicamente una discrepanza molto alta tra i voti espressi e i seggi assegnati, confermando che il sistema elettorale ha premiato il partito di maggioranza relativa trasformando il suo consenso in un'egemonia parlamentare superiore ai due terzi.

    La frammentazione partitica (formula di Laakso e Taagepera) si attesta a 1,79, valore che identifica la presenza effettiva di circa 2 poli parlamentari distinti: Tisza e Fidesz. La differenza tra i due partiti predominanti e il valore dell’indice (1,79) è dovuta ai 6 seggi di Mi Hazánk Mozgalom. Il valore finale di 1,79 dimostrerebbe che, nonostante la presenza formale di tre partiti, il sistema parlamentare ungherese del 2026 funziona di fatto come un sistema con meno di due poli, caratterizzato da una dominanza assoluta di Tisza che riduce drasticamente il pluralismo legislativo effettivo. Ciò come se ci fosse un partito dominante al potere: i governi con un partito dominante[4] sono perfettamente democratici e non devono essere confusi con i sistemi monopartitici[5].

    1. Un partito molto grande governa in modo legittimo senza ostacolare le opposizioni
    2. Un sistema monopartitico è quello che non lascia spazio a nessuna opposizione, come in Corea del Nord. Difficilmente è democratico in quanto, in mancanza di inclusione e di competitività elettorale, mancherebbero i fondamentali delle libertà politiche.

    l calcolo del numero effettivo dei partiti secondo la formula di Laakso e Taagepera si basa sulla distribuzione dei seggi per misurare il grado di frammentazione reale del sistema politico. Il procedimento matematico richiede inizialmente di trasformare il numero di seggi di ogni partito in una proporzione decimale rispetto al totale dell’assemblea ungherese, che conta 199 membri. Per il partito Tisza si divide 138 per 199 ottenendo 0,6935; per Fidesz si divide 55 per 199 ottenendo 0,2764; per Mi Hazánk si divide 6 per 199 ottenendo 0,0302.
    Il passaggio successivo consiste nell’elevare al quadrato ciascuna di queste proporzioni per determinare il peso relativo di ogni forza politica nel calcolo della concentrazione. Il quadrato di 0,6935 è 0,4809, quello di 0,2764 è 0,0764 e quello di 0,0302 è 0,0009. Sommando questi tre risultati si ottiene il denominatore della formula, ovvero la sommatoria dei quadrati delle quote, che ammonta a 0,5582.
    L’operazione finale prevede la divisione dell’unità per il valore di sommatoria appena calcolato. Dividendo 1 per 0,5582 si ottiene 1,7914. 

    Questo numero rappresenta l’indice di Laakso e Taagepera.

    La stabilità del voto è compromessa da un indice di Pedersen del 0,21. Tale dato certifica che il 21% dell’elettorato ha cambiato preferenza rispetto alla consultazione precedente (del 2018), superando ampiamente la soglia del 15% considerata ottimale da Pedersen per la tenuta dei sistemi democratici (l’Italia nel 2022 aveva il 31%). In termini politologici, questo dato indica che il 21% dell’elettorato ha cambiato orientamento tra i due blocchi o che il sistema partitico ha subito una radicale ristrutturazione interna. Un valore superiore a 20 certifica un terremoto elettorale che ha scardinato i precedenti rapporti di forza, riflettendo la massiccia migrazione di consensi che ha permesso al partito Tisza di diventare la nuova forza egemone nel panorama politico magiaro.
    Il limite dell’indice di Pedersen, in questo specifico caso, è che rischia di gonfiare il numero. Ciò perché alle elezioni del 2022 erano presenti più partiti che, nel 2026, si sono uniti in Tisza.

    Il calcolo dell’indice di Pedersen per le elezioni ungheresi del 2026 richiede il confronto tra le percentuali di voto ottenute dai partiti in questa consultazione e quelle registrate nelle elezioni precedenti del 2022. Il procedimento inizia calcolando lo scostamento assoluto per ogni schieramento, ignorando se il valore sia positivo o negativo. Per la coalizione di governo uscente Fidesz-KDNP, il calo dal 54,13% al 38,20% genera una variazione di 15,93 punti. 

    Per l’area di opposizione, il passaggio dalla coalizione Uniti per l’Ungheria del 2022 alla somma dei voti di Tisza e della Demokratikus koalíció nel 2026 determina una crescita dal 34,44% al 54,96%, con uno scarto di 20,52 punti. Il partito Mi Hazánk registra una flessione dal 5,88% al 4,20%, pari a 1,68 punti, mentre l’aggregato delle altre liste minori passa dal 5,55% al 2,64%, con una differenza di 2,91 punti.

    Il passaggio successivo consiste nel sommare tutte queste variazioni assolute, ottenendo un valore complessivo di 41,04. Secondo la definizione dell'indice di Pedersen, questa somma deve essere divisa per due al fine di ottenere il tasso di volatilità totale del sistema. Il risultato finale è 20,52 (approssimato a 21).]

    Per concludere, le elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026 segnano il superamento del sistema di potere di Viktor Orbán attraverso il trionfo di Péter Magyar e del partito Tisza, che ottiene 138 seggi su 199. L’analisi dei dati evidenzia una concentrazione del potere in un unico partito, Tisza, certificata da un indice di Rae-Taylor di 0,44 e da un numero effettivo di partiti (Laakso-Taagepera) pari a 1,79, configurando quindi un sistema a partito dominante. La vittoria sembra essere amplificata da una disproporzionalità strutturale del sistema elettorale, misurata da un indice di Gallagher di 13,47, che ha permesso a Tisza di trasformare poco più della metà dei consensi reali in una maggioranza superiore ai due terzi, necessaria per riforme costituzionali autonome. Anche se, a onore del vero, è ancora troppo presto per avere dei dati sufficienti per approfondire la situazione.

    Questi risultati sembrano comunque indicare che la legge elettorale precedentemente introdotta da Fidesz per stabilizzare la propria egemonia abbia agito da acceleratore per il ricambio della classe dirigente. Tuttavia, non è ancora possibile dimostrare quale sia la misura in cui ciò sia avvenuto secondo un puro effetto meccanico – generato dalla legge elettorale – e quanto sia stata decisiva la quota di elettori che ha agito ideologicamente. Inoltre, l’alto indice di Pedersen (21) indicherebbe un terremoto elettorale e una drastica ristrutturazione del panorama politico, con uno spostamento del baricentro verso il votante mediano posizionato nel centro-destra. Nonostante ciò, non è necessariamente un dato negativo: non si tratta di un accentramento del potere verso un partito unico, ma della convergenza di più partiti che si sono uniti sotto una bandiera comune con lo scopo dichiarato di “mandare a casa Fidesz”.

    Attenzione però: non è tutto oro quel che luccica! La sostituzione prodotta dalle elezioni riguarda esclusivamente la classe politica a livello statale. Non riguarda invece la classe politica ai livelli inferiori; non riguarda la classe politica ungherese presente al Parlamento europeo. Non riguarda, almeno per ora, le persone fedeli a Viktor Orbán nei media (giornali, radio, tv), nella magistratura, nella Corte suprema ungherese (Kúria), nelle associazioni di categoria (tra cui gli imprenditori e gli industriali) e, soprattutto, la classe dirigente (i burocrati). Per questo bisognerà aspettare.

    E rispetto all’articolo precedente pubblicato su Politèia?

    Il 30 marzo 2026 su Politèia è stato pubblicato un articolo a mia firma sulle elezioni ungheresi. L’intento non era prevedere il futuro, ma cercare di capire quali condizioni fossero necessarie per un cambiamento del governo magiaro. Oggi, 13 aprile 2026, è possibile confrontare le ipotesi con i fatti.

    Le ipotesi iniziali di marzo sembrano trovare una significativa conferma nei risultati delle elezioni di aprile, descritte in questo articolo. In primo luogo, le urne validano la tesi secondo cui l’unificazione dell’opposizione in un unico grande partito fosse la condizione necessaria per scardinare l’autoritarismo elettorale di Orbán. In secondo luogo, la strategia di Péter Magyar ha neutralizzato in pieno l’effetto meccanico della legge elettorale di Orbán, trasformando l’indice di Gallagher (13,47) in un’arma a favore di Tisza: come già sostenuto, il sistema, originariamente concepito per sovrarappresentare Fidesz, sembrerebbe aver agito come moltiplicatore per il nuovo vincitore, permettendogli di superare la soglia dei due terzi con il 69,35% dei seggi. In terzo luogo, la mia ipotesi sul teorema del votante mediano sembra essersi rivelata esatta, poiché il successo è dipeso dal posizionamento del partito appena a destra del centro-destra, il quale ha intercettato le preferenze del baricentro elettorale magiaro e rendendo marginali le proposte di centro-sinistra. In altre parole, l’opposizione alla destra di Orbán non è arrivata dal centro o dal centro-sinistra, ma da una destra leggermente più moderata (quella di Magyar).

    Tuttavia, alcune ipotesi di marzo hanno peccato di prudenza riguardo alla resilienza territoriale di Fidesz e all’intensità del cambiamento. Mentre si ipotizzava una forte resistenza nelle aree rurali e un rischio di paralisi burocratica post-elettorale, l’analisi delle elezioni di aprile descrive un terremoto politico (indice di Pedersen a 21) di portata tale da rendere vana ogni difesa istituzionale del governo uscente (che chiamavo incumbent). La massiccia mobilitazione (77,80%) ha trasformato quella che definivo in marzo “uscita passiva” – con il modello di Hirschman – in una “voce” così potente da smantellare i legami di lealtà periferici su cui Orbán aveva costruito il proprio potere.

    In sintesi, le ipotesi di marzo si sono dimostrate tendenzialmente corrette riguardo la dinamica tecnica del ribaltamento, ma hanno sottostimato la velocità del collasso del precedente sistema di potere di fronte a una coesione sociale motivata dal timore dell’isolamento internazionale. In marzo ritenevo che l’influenza di oltre un decennio di Orbán potesse essere maggiore di quanto non si sia effettivamente dimostrata.

    Tutti i dati delle elezioni ungheresi del 2026 sono qui.

    Tutti i dati delle elezioni ungheresi del 2022 sono qui.

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