In un recente intervento al Parlamento europeo, in risposta al socialdemocratico Fuglsang, l'onorevole Roberto Vannacci ha indicato le biomasse e il nucleare come strumenti strategici per rafforzare l’autonomia energetica nazionale e ridurre la dipendenza dalle fonti estere (video dell’intervento, YouTube). L’affermazione tocca un tema reale e importante, ma rischia di essere fraintesa se non viene contestualizzata con i dati. Questo articolo (limitatamente alla parte sulle biomasse) cerca di spiegare cosa siano realmente, quanta energia possano fornire e in che misura siano davvero una fonte “autarchica”, sulla base della letteratura tecnico-scientifica più recente.
Cosa sono le biomasse e come si produce energia da esse?
Con il termine biomassa si intende il materiale organico di origine vegetale o animale in particolare la sua frazione biodegradabile presente in prodotti, rifiuti e residui, da cui è possibile ricavare energia. La definizione normativa italiana (art. 2 del D.Lgs. 28/2011) include la frazione biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui di origine biologica provenienti dall’agricoltura, dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, oltre alla frazione biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani. La caratteristica chiave è che la biomassa contiene carbonio assorbito dalle piante attraverso la fotosintesi: quando viene utilizzata per produrre energia, quel carbonio viene rilasciato in atmosfera, per cui la bioenergia moderna è considerata un combustibile a basse emissioni.
Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la bioenergia moderna è oggi la più grande fonte di energia rinnovabile al mondo: rappresenta quasi il 55% dell’energia rinnovabile (esclusi gli usi tradizionali della biomassa) e oltre il 6% dell’offerta energetica globale. Non si tratta quindi di una nicchia: è già oggi un pilastro del sistema energetico.
Le vie attraverso cui si ricava energia dalla biomassa sono essenzialmente tre, ciascuna con prodotti finali diversi:
- Conversione termochimica: comprende la combustione diretta, la pirolisi e la gassificazione, che converte la biomassa in syngas combustibile utilizzabile per produrre calore o elettricità.
- Conversione biochimica: comprende la digestione anaerobica, che produce biogas/biometano dai residui organici grazie all’azione dei batteri, e l’idrolisi e fermentazione, da cui si ottiene il bioetanolo.
- Conversione fisico-chimica: tramite “spremitura” ed esterificazione degli oli vegetali producendo biodiesel.
Le materie prime sono molto varie: colture oleaginose (colza, girasole, soia), colture zuccherine e amidacee (canna da zucchero, barbabietola, mais, frumento), colture lignocellulosiche dedicate (come Arundo donax, miscanto, cardo) e residui agricoli e forestali, scarti dell’agroindustria, oli esausti e la frazione organica dei rifiuti urbani (FORSU).
Un punto spesso trascurato — ma centrale per valutare la sostenibilità — è il bilancio del carbonio. La CO₂ liberata durante la combustione della biomassa corrisponde, in linea di principio, a quella assorbita dalle piante durante la crescita: per questo le emissioni “nette” dei biocarburanti sono, lungo l’intero ciclo di vita, tipicamente inferiori del 32–98% rispetto ai combustibili fossili come benzina, diesel e gas naturale, con i biocarburanti da residui e scarti che raggiungono riduzioni dell’80% o più). Si tratta però di un intervallo molto ampio: il beneficio reale dipende fortemente dalla materia prima e dal processo usati, e non è garantito a priori.
Le biomasse sono davvero una fonte di energia “autarchica”
Il nucleo dell’affermazione di Vannacci è che le biomasse possano ridurre la dipendenza dall’estero. Su questo punto specifico la letteratura gli dà ragione, e in modo netto. Il dato più rilevante viene dal IEA Bioenergy Countries’ Report 2024: mentre molti Paesi Europei hanno un’elevata dipendenza dalle importazioni per i combustibili fossili, per i vettori bioenergetici la dipendenza netta dalle importazioni è compresa tra lo 0% e il 20% nella maggior parte dei Paesi, e la produzione deriva principalmente da risorse domestiche.
Lo stesso rapporto fornisce un confronto che rende l’idea della portata del fenomeno: la produzione di vettori bioenergetici nell’Unione Europea è di fatto a un livello simile alla produzione combinata di petrolio greggio, gas naturale e carbone dell’UE. In Paesi come Austria, Brasile, Danimarca, Finlandia e Svezia la bioenergia ha già dato un contributo importante alla sicurezza energetica, riducendo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili). La crisi energetica del 2022, innescata dall’invasione russa dell’Ucraina, ha reso questo vantaggio particolarmente evidente.
C’è però una distinzione importante che la parola “autarchia” rischia di nascondere. Il rapporto IEA segnala che alcuni Paesi con scarse risorse forestali interne dipendono dalle importazioni di biomassa solida per l’energia, pur con requisiti di sostenibilità. In altre parole, la biomassa è “autarchica” solo nella misura in cui un territorio dispone effettivamente della risorsa: non è una proprietà automatica della tecnologia, ma dipende dalla dotazione di foreste, terreni e residui di ciascun Paese. La densità di popolazione è un fattore decisivo: i Paesi a bassa densità tendono ad avere maggiore disponibilità di biomassa domestica, mentre quelli densamente popolati e fortemente industrializzati dipendono di più dalle importazioni.
Anche la quantità di energia ottenibile ha limiti fisici. Le stime del potenziale di biomassa variano enormemente a seconda delle ipotesi: nello scenario teorico più estremo si arriva a oltre 1.500 EJ all’anno (quasi il triplo dell’attuale offerta energetica primaria mondiale), ma il potenziale di implementazione sostenibile è stimato tra 60 e 120 EJ all’anno, pari a circa il 9–18% dell’offerta energetica mondiale. È un contributo significativo, ma non sufficiente a sostituire da solo l’intero fabbisogno fossile: la biomassa è una componente del mix, non una bacchetta magica.
Un terzo limite è economico. Il costo della materia prima è una delle principali barriere alla diffusione della bioenergia, e con l’aumento della domanda i prezzi sono destinati a salire. I costi di produzione dei biocarburanti per il trasporto sono di norma superiori a quelli dei combustibili fossili che vanno a sostituire: lo studio IEA Bioenergy stima costi di 17–44 EUR/GJ per i biocarburanti avanzati da biomassa da raccogliere e trasportare (13–29 EUR/GJ se si usano scarti), contro 8–14 EUR/GJ per i combustibili fossili nel 2019. Per questo, in assenza di politiche di sostegno (mandati di miscelazione, incentivi, carbon pricing), molte filiere non sarebbero competitive.
Infine, va ricordato un avvertimento esplicito dell’IEA: una produzione di bioenergia non sostenibile può avere conseguenze sociali, come la competizione per l’uso del suolo e impatti sui prezzi alimentari, oltre a esternalità ambientali negative come la perdita di biodiversità e, in alcuni casi, aumenti netti delle emissioni. Nello scenario Net Zero, non a caso, non è previsto alcun ampliamento dei terreni coltivati per la bioenergia, e nel 2030 il 60% dell’offerta di bioenergia dovrebbe provenire da scarti e residui che non richiedono uso dedicato di suolo. “Autarchia”, quindi, non deve voler dire convertire terreni agricoli alimentari in colture energetiche.
Cosa si può fare concretamente?
Se l’obiettivo è sfruttare le biomasse per rafforzare l’autonomia energetica senza ripeterne gli errori, la letteratura indica alcune direzioni concrete e basate sull’evidenza.
1. Dare priorità a residui, scarti e rifiuti rispetto alle colture dedicate.
Grandi quantità di residui agricoli e forestali restano oggi inutilizzate, lasciate a decomporsi o bruciate nei campi, una pratica che causa inquinamento atmosferico e rischi di incendio. Portati in una filiera bioenergetica sostenibile, questi residui possono sostituire una quota rilevante di combustibili fossili riducendo le emissioni. L’IEA stima che i soli residui di biomassa potrebbero fornire circa 65 EJ/anno di energia entro il 2050. Per l’Italia, ciò significa valorizzare ciò di cui già disponiamo: pastazzo di agrumi, sansa di olive, paglie, stocchi di mais, vinacce, reflui zootecnici e FORSU, che presentano potenziali metanigeni elevati.
2. Adottare l’uso “a cascata” della biomassa.
Nei Paesi più avanzati la biomassa è gestita con un approccio a cascata, cardine dell’economia circolare: la biomassa legnosa di alta qualità viene destinata prima ai prodotti a lunga vita (materiali da costruzione), poi al riuso e riciclo, e solo alla fine all’uso energetico, prima dello smaltimento in discarica. Questo massimizza il valore economico e la disponibilità complessiva della risorsa, evitando di “bruciare” materiale che avrebbe usi migliori.
3. Indirizzare i biocarburanti verso i settori “hard-to-abate”.
Mentre le auto leggere saranno progressivamente elettrificate, il trasporto pesante, marittimo e aereo è molto più difficile da elettrificare. Per questo l’IEA prevede che dopo il 2030 i biocarburanti saranno usati soprattutto in aviazione, navigazione e trasporto stradale pesante. È una scelta strategica: c’è chi avverte che usare i biocarburanti nelle auto e nei camion, dove esistono alternative elettriche, rischia di ridurre i volumi disponibili per i settori che non hanno alternative, come aviazione e shipping. La risorsa è limitata e va allocata dove serve di più.
4. Sfruttare le infrastrutture esistenti.
Uno dei vantaggi pratici della bioenergia è che può spesso utilizzare le infrastrutture già in essere: il biometano può essere immesso nelle reti del gas naturale esistenti, mentre molti biocarburanti liquidi “drop-in” possono usare le reti di distribuzione dei prodotti petroliferi ed essere impiegati nei veicoli con modifiche minime. L’Italia, terzo produttore mondiale di biogas con circa 1.300 impianti, ha già un tessuto industriale su cui costruire, concentrato soprattutto nelle regioni del Nord.
5. Investire in ricerca, miglioramento genetico e biocarburanti avanzati.
Circa metà delle tecnologie che decarbonizzeranno il sistema energetico al 2050 non è ancora pienamente sviluppata. I biocarburanti di seconda generazione da materiale lignocellulosico, che non sottrae terreno all’agricoltura alimentare sono la frontiera più promettente, ma richiedono pretrattamenti e processi enzimatici ancora costosi. Il miglioramento genetico delle colture energetiche (riduzione del contenuto di lignina, aumento degli zuccheri fermentescibili, maggiore resa in olio) può rendere queste filiere più efficienti e competitive.
6. Accompagnare tutto con politiche stabili e criteri di sostenibilità.
L’introduzione e l’uso dei biocarburanti dipendono tipicamente da misure di sostegno dedicate: mandati di miscelazione, riduzioni fiscali, standard sulla carbon intensity. I Paesi che hanno combinato strumenti “market-pull” e “technology-push” sono stati i più efficaci. Affinché l’“autarchia” non si traduca in danni ambientali o competizione con il cibo, ogni politica deve incorporare requisiti di sostenibilità robusti.
L’onorevole Vannacci coglie un punto reale: le biomasse possono ridurre la dipendenza energetica dall’estero, e i dati IEA lo confermano (dipendenza dalle importazioni dei vettori bioenergetici tra 0% e 20%, contro l’elevata dipendenza dei fossili). Ma chiamarle semplicemente “autarchiche” è una semplificazione: lo sono solo dove esiste la risorsa, entro limiti fisici (60–120 EJ/anno sostenibili a livello globale), a costi superiori ai fossili e a condizione di privilegiare scarti e residui rispetto alle colture dedicate. La biomassa è un tassello prezioso e strategico dell’autonomia energetica, non un suo sostituto integrale. Ad oggi solo il 2,5% della energia in italia è prodotta utilizzando biomasse, verosimilmente si può puntare a un 10-15%. Usata bene, soprattutto nei settori difficili da elettrificare e in logica di economia circolare, può dare un contributo concreto alla sicurezza energetica del Paese.


