Introduzione
Nel dibattito pubblico siamo spesso abituati a sentire e leggere personalità di spicco, giornalisti ed esperti che impiegano determinate parole attribuendo loro un significato diverso da quello che la rispettiva scienza sociale ha codificato.
Le ragioni di questa scelta sono molteplici. L’impiego vago del linguaggio specialistico, anche da parte di coloro i quali dovrebbero utilizzarlo per trasmetterlo al cittadino-elettore (élite, sistema dei media e sistema della politica), impedisce di comprendere correttamente la realtà e ne altera la descrizione – trasmettendo frame distorti, cioè cornici interpretative imprecise. Anzitutto, per analizzare un concetto o un fatto è necessario conoscerlo: se la definizione di partenza è errata o confusa, la terminologia scelta fornirà dati errati o confusi che mal permetteranno di analizzare e descrivere l’oggetto in modo efficace, ossia di inquadrarlo correttamente. Inoltre, ampliare troppo l’uso di alcuni termini (per esempio quelli di genocidio, populismo, fascismo, antisemitismo, ecc.) rischia di svuotarne il significato. Tra gli altri motivi, un corretto utilizzo del lessico consente di evitare che le preferenze ideologiche vengano camuffate da descrizioni oggettive, distinguendo ciò che è da ciò che dovrebbe essere. Tutte queste, e molte altre, ragioni, di fatto, impediscono l’adozione di politiche efficaci; in altre parole, riducono la quantità (e la qualità) di democrazia di cui disponiamo. Per analogia, potremmo dire che una fotografia sfocata è una democrazia poco funzionante, mentre l’uso della terminologia corretta introduce una minima messa a fuoco che consente di individuare e concettualizzare i problemi e di affrontarli in un modo più preciso.
In questo testo cercherò di fare chiarezza sul corretto uso di tale terminologia.
Le differenze tra la “geopolitica” e le “Relazioni internazionali”
Quando si considera l’analisi della politica internazionale, la differenza più eclatante riguarda l’approccio proposto dall’analista: quello “geopolitico” oppure quello “politologico”. In questo caso, la distinzione concettuale riguarda la disciplina della “geopolitica” e quella delle “Relazioni internazionali”.
“La geopolitica umana non è il semplice studio delle relazioni internazionali. Le due discipline non sono neppure imparentate. La geopolitica umana non ha intento divulgativo, non può adattarsi in vicende secondarie, non deve dedicarsi nella medesima maniera a ogni nazione o continente. In ogni contesto, locale o globale, deve individuare i fenomeni che determinano la realtà per com’è, per come diventerà. Deve occuparsi di questioni cruciali, potenzialmente capaci di informare la vita di un popolo, di modificare i rapporti di forza tra le nazioni, di deviare la traiettoria del pianeta” (Fabbri, 2023: 17)[1].
Per il geopolitico Dario Fabbri, la geopolitica non si limita ad avere uno scopo descrittivo, ma vuole essere una disciplina normativa; vuole definire, cioè, “come” dovrebbe essere il mondo.
Inoltre, secondo il geopolitico Lucio Caracciolo (2018),
“[...] la geopolitica analizza conflitti di potere in spazi determinati. Per questo incrocia nel suo ragionamento competenze e discipline diverse: dalla storia alla geografia, dall’antropologia all’economia e altre ancora. Non è scienza: non possiede leggi, non dispone di facoltà predittive. È studio di casi specifici, per i quali è necessario il confronto fra le diverse rappresentazioni dei soggetti in competizione per un dato territorio, su varie scale e in differenti contesti temporali, e fra i rispettivi progetti, tutti ugualmente legittimi.”.
Ne deduciamo quindi che, se la geopolitica “non è scienza”, essa non fa parte delle Scienze sociali. Dello stesso avviso è Dario Fabbri: “la geopolitica umana respinge il metodo descritto come scientifico, composto di standard nei quali incastrare ogni evento, anteponendo la teorizzazione alla realtà, ignorando quei fatti che non rientrano in archetipi arbitrariamente angusti” (Fabbri, 2023: 13).
Ed è proprio nell’ambito delle Scienze sociali che la disciplina delle Scienze politiche (al plurale), altrimenti detta “politologia”, trova luogo: questa raggruppa l’insieme delle materie che analizzano il fenomeno politico, come la storia, l’economia, la sociologia, la psicologia, la giurisprudenza, la geografia e la filosofia. In questo contesto, la Scienza politica (al singolare) pura si definisce come l’analisi dei processi politici condotta attraverso il metodo scientifico. Tale disciplina si divide in due filoni investigativi principali: la Scienza politica comparata, che esamina le dinamiche interne ai singoli Stati, e le Relazioni internazionali, focalizzate invece sulle interazioni tra i diversi attori internazionali – prevalentemente gli Stati, ma non solo. Di conseguenza, le Relazioni internazionali rappresentano un ramo specifico della Scienza politica dedicato prevalentemente (ma non solo) allo studio dei rapporti interstatali. Una componente essenziale di questo settore è l’Analisi della politica estera (Foreign Policy Analysis[2]), il cui obiettivo è indagare le variabili che condizionano le scelte internazionali: dagli aspetti psicologici e i tratti dei leader, alle logiche dei gruppi di potere, fino alle strutture burocratiche e al peso del bagaglio culturale.
Oltre alla differenza più evidente, ossia la scientificità di una disciplina rispetto alla non-scientificità dell’altra, quali sono le altre discrepanze? Di seguito propongo una breve rassegna in proposito:
Variabili analitiche.
La geopolitica tende a operare una riduzione fenomenica limitando le variabili esplicative a due soli fattori: la storia e la geografia. Le Relazioni internazionali considerano invece una pluralità di variabili intervenienti, tra cui la natura dello Stato (democratico o autoritario), la cultura, la religione, la burocrazia e il ruolo dell’opinione pubblica;
Soggetti di analisi.
“È pratica comune concentrarsi sui leader nel tentativo di leggere i fatti del pianeta. È esercizio diffuso studiarne profilo, prossemica, retorica, aspirazioni politiche e tendenze sessuali per cogliere dove condurranno una specifica collettività. Peccato che questi siano pressoché ininfluenti. Certo, sono riduttori di complessità, ‘totem’ intorno ai quali si coagula la popolazione, strumenti per rendere in dialettica le manovre da compiere. Ma la loro esistenza quasi mai incide sulla traiettoria delle nazioni. Sono espressione del milieu culturale, non ne sono artefici, cavalcano i sentimenti popolari, non li inventano, seguono il percorso fissato dalla popolazione, non lo determinano. Credere il contrario è un drammatico abbaglio” (Fabbri, 2023: 78)[3].
La geopolitica considera lo Stato come un attore unitario e razionale, ignorando la complessità interna e gli attori non-statali. Le Relazioni internazionali includono nello studio organizzazioni non-governative (ONG), multinazionali, lobby, media, gruppi terroristici, signori della guerra, cartelli e pirati. Questa differenza rende le Relazioni internazionali capaci di spiegare fenomeni complessi, come le guerre civili, che risultano invece indecifrabili per l’analisi geopolitica. A questi elementi, per esempio, si aggiunge lo studio della burocrazia. In effetti, se escludessimo dall’analisi il ruolo dei leader, come potremmo spiegare la Crisi missilistica di Cuba? Come potremmo spiegare il collasso piuttosto pacifico dell’Unione sovietica senza tener conto della personalità di Gorbacev? Come potremmo spiegare l’unificazione italiana senza gli accordi privati tra Cavour e il re di Francia, o l’integrazione europea senza De Gasperi?;
Capacità predittiva.
Mentre la geopolitica tende a formulare previsioni sul futuro, la Scienza politica si astiene dal farlo. Ciò è dovuto alla consapevolezza della “razionalità limitata” dei decisori e alla segretezza della maggior parte dei documenti di intelligence e politica estera, che impediscono l’accesso ai dati necessari per i modelli previsionali affidabili. Ritengo qui utile ricordare che nel febbraio 2022 le analisi degli esperti politologi prendevano in ipotesi una potenziale invasione russa dell’Ucraina, secondo i segnali delle intelligence descritte in un articolo del Guardian (Shaun Walker, 2026), nel quale si analizza proprio il successo dell’intelligence anglo-americana nel prevedere l’attacco e il fallimento politico e analitico di gran parte dell’Europa e del governo ucraino nel crederci; mentre Caracciolo la escludeva categoricamente, come in questo articolo.
Si badi bene: non significa che i modelli politologici non siano utili nell’individuare i pattern ricorrenti nel comportamento umano, altrimenti verrebbe meno il principio di scientificità. Semplicemente, il politologo mette alla prova il modello e, se è falsificato, lo supera riadattandolo. In altre parole, la Scienza politica non “prevede” nel senso deterministico del termine, ma formula ipotesi condizionali (se X, allora Y). Non è forse questo il metodo scientifico?;
Evoluzione teorica.
La geopolitica presenta affinità con la teoria delle Relazioni internazionali del Realismo classico, focalizzata sulla potenza e sull’anarchia del Sistema internazionale. Le Relazioni internazionali, invece, si sono evolute verso il Costruttivismo (prevalente), il Liberalismo e il Realismo neoclassico; modelli che integrano le dinamiche interne agli Stati e le interazioni strutturali sistemiche, superando i limiti del Realismo strutturale di Kenneth Waltz. Inoltre, considerano approcci differenti, come quello marxista, quello femminista e quello post-colonialista.
Perché la geopolitica è significativamente più conosciuta rispetto alla sua controparte scientifica, almeno nei media mainstream? La mia opinione è elementare: perché semplifica la complessità del mondo riducendo il numero delle variabili intervenienti, minimizzando così lo sforzo cognitivo del ricevente, e perché offre giudizi di valore rispetto all’oggetto di analisi, diventando così un porto sicuro nel quale rifugiarsi nella tempesta della complessità. In questo modo, la complessità di uno Stato (popolo, cultura, burocrazia, struttura politica, processo politico, gruppi di pressione e di interesse, leader, sistema mediatico, ecc.) diventa lo Stato, identificato nel suo presidente (non “la Francia”, ma “Macron”) e la causa di una guerra non è multifattoriale (la politologia direbbe: tre immagini divise in cause immediate e cause profonde, per un totale di – almeno – sei possibili spiegazioni), ma diventa univoca (per esempio, le risorse naturali, il petrolio, o gli interessi strategici, uno stretto di mare). La geopolitica rassicura anche rispetto all’incertezza e all’ignoto, laddove non contempla la pluralità di attori presenti, la loro irrazionalità o razionalità limitata, e l’idea di avere informazioni alle quali non si ha accesso. In effetti, la necessità di contrapporre la geopolitica alla politologia, cioè di avere due discipline che studiano la stessa cosa, nasce dal rifiuto del metodo scientifico e dalla contestazione aperta all’Occidente, come ribadito più volte da Caracciolo in varie conferenze.
Individuate le principali differenze tra le due discipline possiamo passare all’impiego del termine “geopolitico” come attributo. Questo assume un significato tecnico specifico che differisce dall’espressione “politica internazionale”. Dire “la situazione geopolitica” è politologicamente corretto, ma si riferisce esclusivamente ai rapporti di potenza (cioè di forza militare) tra attori statali legati da contiguità o rilevanza geografica. È un termine riconducibile alla Geografia politica, che è una disciplina scientifica parte integrante delle Scienze politiche e che non va confusa con la geopolitica[4]. Tuttavia, dire “la situazione internazionale” significa definire un contesto più ampio che trascende la mera variabile geografica. Include l’interazione tra molteplici attori e diverse forme di potere, quali il potere economico, coercitivo e simbolico, articolandosi nelle categorie di soft power, hard power e sharp power, nonché tutte quelle variabili di cui ho scritto sopra.
Fondamenti epistemologici: realtà intesa come “verità”, Realismo e Realpolitik
Mi capita sovente di sentir parlare di “politica reale” come quella che maggiormente si avvicinerebbe al sentimento del popolo, chiamata “Realpolitik”. Tuttavia, la realtà è un concetto generico definito da Treccani come “l’insieme di tutto ciò che è reale, cioè esiste effettivamente”. In questo senso, quella della “realtà” è un’idea diversa da quella del Realismo e da quella della Realpolitik.
Il Realismo è una teoria che i politologi utilizzano per descrivere le relazioni internazionali. Si caratterizza per l’idea secondo la quale il Sistema internazionale sarebbe anarchico, gli attori principali sarebbero gli Stati unitari e razionali, e molto altro. Il Realismo presenta varie declinazioni: Realismo neoclassico, Neorealismo offensivo, Neorealismo difensivo, ecc.. Il Realismo è una tradizione teorica precisa che non si riferisce in alcun modo al significato di “realtà”, ovvero di “verità”.
A questo punto, la Realpolitik non è la “politica reale” nel senso di “vera”, ma è una tradizione teorica – traducibile come “pragmatismo politico” e simile all’attuale Realismo – che si riferisce alla politica estera di Otto von Bismarck alla fine dell’Ottocento. Nello specifico, l’affermazione della Realpolitik si colloca nella fase successiva alla Guerra di Crimea (1853-1856), quando il sistema di equilibrio del Congresso di Vienna (1815) entrò in crisi, lasciando un vuoto normativo nelle relazioni internazionali. In questo contesto, emersero figure di “realisti machiavellici” disposte a rischiare tensioni internazionali o guerre pur di imporre i propri piani statali. La Realpolitik è strettamente associata ai processi di unificazione nazionale guidati dall’alto, in particolare all’operato di Camillo Benso di Cavour in Italia e Otto von Bismarck in Germania, i quali raggiunsero i loro obiettivi attraverso una spregiudicata valutazione delle opportunità politiche e militari. Dopo la guerra franco-prussiana del 1870 e l’unificazione tedesca, il termine divenne sinonimo di un nuovo clima internazionale dominato dall’ideologia della potenza (Machtpolitik). Questa concezione si basava: (1) sul principio del “fatto compiuto”; (2) sullo sviluppo degli eserciti permanenti e degli armamenti di terra e di mare; (3) sul tramonto dei principi liberaldemocratici ottocenteschi, come il diritto di nazionalità e la libertà dei popoli, a favore della pura politica di potenza.
Le entità politiche: Stato vs nazione, federazione vs confederazione
In sociologia politica, i concetti di “Stato” e “nazione” non sono sovrapponibili, poiché identificano processi di natura differente: uno di carattere istituzionale e organizzativo, l’altro di matrice culturale e identitaria.
Lo Stato contemporaneo si configura come quell’organizzazione del potere politico istituzionalizzata e differenziata caratterizzata da un apparato che opera in modo autonomo e sovrano su un territorio delimitato attraverso la centralizzazione e il coordinamento formale delle sue funzioni. Secondo il modello di Charles Tilly (1975), tale entità si distingue per la separazione dalle sfere religiosa ed economica e per l’esercizio del monopolio della forza legittima, consolidatosi storicamente attraverso la creazione di burocrazie ed eserciti permanenti finalizzati all’estrazione di risorse e al mantenimento dell’ordine. In questa prospettiva tecnico-giuridica, lo Stato costituisce la struttura materiale e normativa che definisce i vincoli della convivenza, agendo come il perimetro istituzionale entro cui si articola l’azione pubblica e la gestione del potere.
Invece, la nazione rappresenta una sintesi simbolica e un costrutto culturale fondato sulla percezione di una comunità di destino, alimentata da legami biologici, territoriali e linguistici. Il rapporto tra queste due dimensioni si manifesta nei processi di State-building e nation-building, dove le istituzioni statali spesso promuovono attivamente una coscienza nazionale per trasformare la sudditanza in cittadinanza attiva attraverso l’istruzione e i media. La piena integrazione di questi elementi si realizza nello Stato-nazione, dove la dimensione formale dello status giuridico si fonde con il sentimento soggettivo di appartenenza e la partecipazione concreta ai processi decisionali, permettendo all’individuo di passare dalla semplice condizione di destinatario di norme a quella di componente integrante e consapevole della collettività.
In questo modo, possiamo individuare degli Stati nazionali in Giappone o in Islanda, quando lo Stato coincide con la nazione. Quando uno Stato ha al proprio interno più nazioni si parla di “Stati multinazionali”: in Belgio convivono nazionalità francesi, germaniche e olandesi. Infine, esistono nazioni presenti in più paesi, come i tedeschi divisi in due Germanie durante la Guerra fredda, le Coree divise in Nord e Sud, oppure le popolazioni nomadi (rom e sinti) presenti in diversi Stati.
In giurisprudenza distinguiamo una federazione da una confederazione. Lo Stato federale è una forma di Stato che si costituisce quando più Stati rinunciano a una quota della propria sovranità per porsi sotto la direzione di un governo centrale. Sebbene la sovranità risulti distribuita su due livelli di governo (quello dello Stato federale e quello degli Stati federati, ciascuno dotato di una propria costituzione) il processo federativo genera un nuovo Stato unitario. Dal punto di vista giuridico-costituzionale, nello Stato federale sussistono un solo popolo, un solo potere costituente, una sola costituzione e un solo soggetto statuale. Questo è il caso degli Stati Uniti o del Brasile.
La Confederazione è un’unione di più Stati che, a differenza del modello federale, non dà vita a un nuovo Stato. Essa si configura come un assetto basato su comuni strutture di cooperazione tra entità che mantengono la propria sovranità. Il vincolo confederale è disciplinato dal Diritto internazionale ed è caratterizzato dall’assenza di una costituzione comune. Ne è esempio la Comunità degli Stati indipendenti (CSI) nata dopo la Guerra fredda.
Due casi particolari sono l’Unione europea, che non è né uno Stato federale né una confederazione vera e propria, e la Confederazione elvetica (Svizzera), che, nonostante si chiami “confederazione”, è a tutti gli effetti uno Stato federale.
I regimi politici: tirannia vs dittatura vs autoritarismo vs autocrazia vs totalitarismo
Se è già complesso concettualizzare la democrazia, un’ampia gamma di parole è utilizzata per descrivere ciò che non lo è. L’analisi delle differenze tra i termini “dittatura”, “autocrazia”, “autoritarismo”, “totalitarismo” e “tirannia” richiede una distinzione tra le loro origini storiche, le definizioni classiche e le odierne operazionalizzazioni politologiche. Sebbene nel linguaggio comune questi termini siano usati come sinonimi, la Scienza politica ne traccia confini precisi basati sulla struttura del potere, sull’intensità del controllo sociale e sulla legittimazione[5].
“Per regime si intende una serie di regole, norme o istituzioni che determinano le modalità con cui viene formato e organizzato il governo e con cui vengono prese le decisioni più importanti”[6]. Quindi, “regime” non è sinonimo di “dittatura”.
In primo luogo, la distinzione tra tirannia e dittatura affonda le radici nella filosofia classica e nella storia romana, subendo poi una trasformazione radicale nel XX secolo. Nella classificazione classica delle forme di governo elaborata da Aristotele nel IV secolo a.C., la tirannia rappresenta la forma corrotta della monarchia. Mentre la monarchia è il governo di uno solo nell’interesse di tutti (legittimo), la tirannia è il governo di uno solo esercitato per il beneficio del governante stesso (corrotto). In tempi più recenti, come evidenziato da James Madison nei Federalist Papers, la tirannia è stata definita istituzionalmente come l’accumulo di tutti i poteri (Legislativo, Esecutivo e Giudiziario) nelle stesse mani, situazione che la separazione dei poteri mira a prevenire.
In secondo luogo, in origine il termine “dittatura” aveva una connotazione positiva. Nella Roma antica (dal 500 a.C. al III secolo d.C.), il dittatore era un magistrato straordinario nominato in circostanze di eccezionale emergenza per un periodo limitato, al fine di svolgere un compito specifico. Machiavelli stesso notò che l’autorità dittatoriale aveva aiutato la repubblica romana. Tuttavia, dopo la Prima guerra mondiale, il termine acquisì l’attuale connotazione negativa, venendo utilizzato per indicare genericamente le “non-democrazie”. In ottica procedurale (come per esempio considerato dalla misura della democrazia PACL), una dittatura è definita in negativo come un regime in cui chi governa non è selezionato attraverso elezioni competitive; se anche una sola condizione democratica (e.g. alternanza al potere) non è soddisfatta, il paese è classificato come autoritario. Il politologo Adam Przeworski descrive inoltre la dittatura come un sistema ad alto rischio in cui ciascuno può vincere o perdere tutto (potere e ricchezza dipendono dall’appartenenza alla cerchia del dittatore).
In terzo luogo, nel lessico della Scienza politica contemporanea, “autocrazia” funge spesso da categoria ombrello o da estremo di un continuum opposto alla democrazia. Indici come Polity IV posizionano i regimi su una scala continua che va da -10 (massima autocrazia) a +10 (massima democrazia). In questo contesto, l’autocrazia è un valore su uno spettro caratterizzato da scarsa competitività e vincoli minimi sull’Esecutivo. Inoltre, il progetto Varieties of Democracy (V-Dem) utilizza il termine “autocrazie” per raggruppare tutti i regimi non-democratici, suddividendoli in due sottocategorie: autocrazie chiuse, caratterizzate dall’assenza di elezioni multipartitiche per l’Esecutivo e di componenti democratiche fondamentali; autocrazie elettorali, nelle quali esistono elezioni multipartitiche per l’Esecutivo, ma i livelli di libertà di espressione, associazione ed equità elettorale sono insufficienti. Attualmente, questa è la forma di regime più diffusa al mondo, comprendendo il 44% della popolazione globale.
La distinzione più critica nella Scienza politica riguarda la differenza tra regimi autoritari e totalitari. Sebbene spesso confusi, essi divergono fondamentalmente per l’estensione del controllo statale sulla società. In primis, il totalitarismo è un fenomeno specifico del XX secolo (per esempio, Stalin, Mussolini e Hitler), caratterizzato dal tentativo dello Stato di assumere il controllo totale sui cittadini e di ristrutturare la società secondo un’ideologia ufficiale. Gli studiosi della politica Friedrich e Brzezinski (1956) hanno identificato sei caratteristiche distintive del totalitarismo:
- È un’ideologia onnicomprensiva, ossia una teoria ufficiale della storia e del futuro che tutti devono studiare e credere;
- Ha un partito unico, guidato da una sola persona (culto della personalità), organizzato gerarchicamente e intrecciato con le istituzioni statali. A oggi, nessuna donna ha mai guidato un regime totalitario;
- Il terrore organizzato, cioè l’uso della polizia segreta senza vincoli giudiziari per eliminare intere classi di “nemici” (per esempio, gli ebrei con Hitler e i proprietari terrieri con Stalin);
- Il monopolio delle comunicazione e dei media per vendere meglio l’ideologia ufficiale;
- Il monopolio delle risorse di violenza per eliminare ogni resistenza armata;
- Il controllo statale diretto o il coordinamento partitico dell’economia (per esempio, i piani quadriennali o quinquennali).
D’altro canto, l’autoritarismo è un governo non-democratico governato da un piccolo gruppo (dittatore, esercito o partito) che minimizza l’input popolare senza però tentare di controllare ogni aspetto della vita umana. In questo caso, molte questioni economiche, sociali, religiose, culturali e familiari sono lasciate agli individui e, a differenza del totalitarismo, i regimi autoritari raramente hanno una ferma ideologia da vendere; cercano piuttosto l’obbedienza passiva e l’ordine gerarchico piuttosto che l’entusiasmo di massa e la mobilitazione. Secondo la tesi di Jeane Kirkpatrick, i regimi autoritari sarebbero capaci di riformarsi e transitare verso la democrazia (come avvenuto in Cile, Brasile e Argentina), mentre i sistemi totalitari tenderebbero a non riformarsi ma a collassare.
In conclusione, mentre la tirannia è un concetto filosofico classico legato all’abuso di potere, la dittatura e l’autocrazia sono categorie operative moderne per definire l’assenza di democrazia. La distinzione analitica più rilevante rimane quella tra autoritarismo (controllo politico senza mobilitazione totale) e totalitarismo (controllo pervasivo e trasformazione ideologica della società). Comunque, per fornire degli esempi, collochiamo la storia del pensiero politico dell’Antica Grecia nell’individuazione della tirannia, il Cile di Pinochet nella dittatura, l’attuale Corea del Nord nel totalitarismo, la Spagna di Franco nell’autoritarismo, e le attuali Russia, Iran, Arabia Saudita e Cina (anche se alcuni, in minoranza, ritengono che la Cina presenti tratti totalitari) nell’autocrazia. Va da sé che un regime non è statico, ma cambia forma a seconda del momento andando incontro a diverse forme ibride: la Russia di Putin, per esempio, è passata dall’essere un autoritarismo elettivo a una forma quasi totalitaria dopo il febbraio 2022.
Le cariche istituzionali: premier vs presidente del Consiglio dei ministri vs primo ministro, governatore vs presidente della Giunta regionale
In questo paragrafo iniziamo con una notizia sconvolgente: l’Italia, a differenza di quanto dicano i giornalisti, non ha un premier. Senza premier sono anche Israele, la Spagna, la Francia, l’Ucraina, il Giappone e l’Ungheria. L’Italia, il cui ordinamento costituzionale rappresenta un unicum a livello mondiale, ha un presidente del Consiglio dei ministri nominato dal presidente della Repubblica e fiduciato dal Parlamento. Il suo ruolo è semplicemente quello di presiedere il Consiglio dei ministri: non è il capo dello Stato e non è superiore agli altri ministri, ma è primus inter pares. Israele, Spagna, Francia, Ucraina, Giappone e Ungheria, invece, hanno un primo ministro (oggi Netanyahu in Israele e Magyar in Ungheria, per esempio) nominato dal presidente (oggi Herzog in Israele e Sulyok in Ungheria, per esempio): egli è solitamente il leader del partito, o della coalizione, che ha vinto le elezioni e ha ruoli diversi a seconda del proprio ordinamento, ma rimane un gradino più in alto rispetto agli altri ministri. Nonostante la figura del primo ministro sia giornalisticamente accettabile anche per il Regno Unito, l’ordinamento britannico prevede la figura del premier – presente anche negli ordinamenti del Commonwealth. Questa figura si distingue per una forte legittimazione politica derivante dal sistema elettorale (spesso maggioritario uninominale, proprio come in UK). Anche se l’elezione è formalmente parlamentare, sostanzialmente i cittadini votano sapendo che il leader del partito vincente diverrà automaticamente il capo dell’Esecutivo. Il premier non è un semplice primo tra pari come può accadere in sistemi a debole razionalizzazione o coalizioni frammentate; egli è il detentore dell’indirizzo politico, capace di condizionare sia l’Esecutivo che la maggioranza parlamentare, mitigato solo da contrappesi come il ruolo dell’opposizione (governo ombra) e le prerogative formali della Corona – da cui viene formalmente nominato. Il premier britannico, che è necessariamente un membro del Parlamento, ha il ruolo di Primo lord del tesoro. Il Primo lord del tesoro rappresenta la carica formale detenuta dal premier in quanto capo della commissione incaricata di esercitare le funzioni dell’Antico lord gran tesoriere. Tale titolo conferisce la titolarità della residenza di 10 Downing Street e il potere nominale sulle finanze pubbliche, la cui gestione operativa è tuttavia delegata al cancelliere dello scacchiere.
Un’altra notizia sconvolgente è che no, in Italia non esistono governatori se non per i giornalisti. A dire il vero, l’unico governatore italiano è quello della Banca d’Italia (oggi Fabio Panetta). Ciò perché il governatore è il capo dell’Esecutivo di uno Stato all’interno di una federazione, per esempio il governatore del Texas o della California. In Italia vige un sistema regionale, quindi gestito da un presidente della Giunta regionale. Egli rappresenta l’organo di vertice del potere Esecutivo all’interno della regione, esercitando la direzione politica e la responsabilità della gestione amministrativa dell’ente. Viene eletto a suffragio universale e diretto, detiene il potere di nomina e revoca dei componenti della giunta e promulga le leggi nonché i regolamenti approvati dal Consiglio regionale. Le sue funzioni includono la rappresentanza legale della regione, la direzione delle funzioni delegate dallo Stato e il coordinamento delle attività degli assessori per garantire l’attuazione del programma di governo.
Per tirare dunque le fila del discorso, l’uso improprio della terminologia politica è frequente. Possiamo individuare altri casi, tra cui l’utilizzo dell’espressione “Storia moderna” (1492 circa - 1789 circa) per indicare in realtà la Storia contemporanea (1789 circa - oggi), oppure “terzo mondo” come sinonimo di povertà, quando in realtà si tratta semplicemente della via alternativa al “primo mondo” (USA) e al “secondo mondo” (URSS) sorta a Bandung nel 1955 nel pieno della Guerra fredda, alla quale si aggiungerà in seguito il “quarto mondo” per riferirsi ai paesi caratterizzati da una povertà estrema (Stati deboli o falliti); ancora “geoeconomia” per indicare la variante geopolitica della scientifica “Economia internazionale”; l’uso indistinto di “violenza”, “potere”, “potenza”, “autorità” quando hanno significati diversi; e l’uso indistinto di “opinione” e “atteggiamento”, di “massa” e “folla”. Ultimo, ma non per importanza, l’uso errato di “Stato di polizia” per riferirsi a una situazione nella quale le istituzioni statali reprimono, con la polizia, il dissenso, come accade in uno Stato non-democratico; quando, in realtà, è sinonimo di “dispotismo illuminato” antico ormai di quasi 300 anni.
L’analisi qui condotta vuole dimostrare come l’adozione di un lessico rigoroso non sia un mero esercizio accademico, bensì lo strumento indispensabile per decodificare correttamente le dinamiche del potere ed evitare le distorsioni informative veicolate da narrazioni approssimative. La distinzione tra concetti scientificamente codificati e terminologie giornalistiche improprie consente di restituire profondità ai fenomeni politici, trasformando una percezione sfocata della realtà in una comprensione strutturata e consapevole. Attraverso la puntualizzazione di definizioni relative a regimi, istituzioni e relazioni internazionali, il testo mira a fornire i presupposti cognitivi necessari per una cittadinanza attiva che non sia vittima di cornici interpretative ideologiche o semplificatorie.
- Si noti l’utilizzo errato di ‘nazione’ per riferirsi a ‘Stato’. ↩
- Attenzione: in lingua inglese la parola “geopolitics” viene descritta dall’Oxford Learner’s Dictionary come “the political relations between countries and groups of countries in the world, as influenced by their geography; the study of these relations”. In inglese, geopolitics si riferisce volutamente alle relazioni politiche tra paesi e gruppi (non solo tra Stati) considerando in modo specifico la variabile geografica. In italiano, invece, “geopolitica” diventa la disciplina di cui abbiamo parlato nel testo; come in italiano, inoltre, è l’uso francese di géopolitique. Di diversa concezione della parola “geopolitica” è quella che caratterizza altre culture: quella tedesca, quella post-sovietica (russa) e quella cinese: ciascuno ne offre una variante personalizzata. Al contrario, tutto il mondo concorda nel dire che la Scienza politica è lo studio della politica con il metodo scientifico: al massimo, il dibattito riguarda “che cosa è” la scienza e “che cosa è” la politica. ↩
- Si consigliano a questo scopo due testi: Dictionnaire de la science politique et des institutions politiques (Hermet et al., 2023) e Dizionario di politica (Bobbio, Matteucci, Pasquino; 2004) 11 ed. ↩
- Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2022). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, II ed., p. 97. ↩


