In copertina: Foto di Pedro Rebelo Pereira
Attualità
28 luglio 2026 | di Daniele Reggiardo


Le manifestazioni di piazza

Leggiamo sovente di manifestazioni di piazza in cui i partecipanti si lasciano trasportare dall’irrazionalità: rompono vetrine, assaltano la polizia o altri gruppi d’opposizione. Un luogo comune attribuisce a questo tipo di manifestazioni caratteristiche tribali e del tutto irrazionali, ma è davvero così? La risposta breve è: no. Perché?

Per rispondere utilizzerò un manuale e un libricino di base, adatti agli esami universitari. Da un lato, De Nardis, F. (2023). Sociologia politica. Per comprendere i fenomeni politici contemporanei. McGraw-Hill e, dall’altro, Price, V. (2004). L’opinione pubblica. Il Mulino.

In effetti, le prime teorie della psicologia delle folle, formulate tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo da autori come Gustave Le Bon, Scipio Sighele e Gabriel Tarde, descrivevano le manifestazioni di massa come fenomeni patologici e irrazionali. L’assunto di base postulava che l’individuo, inserito nella massa, subisse una regressione intellettiva a favore di un istinto primordiale di imitazione e di contagio mentale emotivo. La folla era ritenuta strutturalmente incapace di ragionamento critico e governata da suggestioni inconsce. Tuttavia, da quel momento la sociologia e la psicologia sociale hanno accumulato oltre un secolo di ricerche. La Scienza sociale contemporanea ha confutato questa impostazione: la rigida opposizione tra razionalità ed emotività è considerata un’illusione tipica della modernità occidentale. Le azioni razionali presentano sempre una coloritura motivazionale ed emotiva, mentre i comportamenti emotivi poggiano su basi razionali e funzionali. Inoltre, le neuroscienze applicate allo studio del comportamento politico, in particolare attraverso i lavori di Antonio Damasio, dimostrano che le emozioni fungono da marcatori somatici necessari per delimitare il set di opzioni disponibili durante i processi decisionali complessi.

Poi c’è Freud, che considera “l’origine dei comportamenti di massa” come “rintracciabile [addirittura] nella libido” (De Nardis, 2023: 378).

Le teorie della mobilitazione delle risorse e la scelta razionale

A partire dagli anni Settanta, l’approccio teorico della “mobilitazione delle risorse” (Zald[1], McCarthy, Tilly) ha inquadrato l’azione collettiva come un comportamento pienamente strategico, propositivo e organizzato. Le manifestazioni non costituiscono esplosioni spontanee o irrazionali di devianza, ma estensioni delle forme convenzionali di partecipazione politica, utilizzate per esercitare pressione all’interno di una struttura di opportunità politiche. La prospettiva di Charles Tilly definisce l’azione collettiva come eminentemente razionale: gli individui riconoscono la presenza di interessi comuni in contrasto con quelli di altri gruppi e agiscono di concerto per massimizzare le probabilità di successo, attingendo a “repertori d’azione” specifici e storicamente consolidati.

Inoltre, studi basati sulla teoria delle decisioni e dei giochi (Richard Berk) hanno confermato che i partecipanti ai movimenti sociali eseguono calcoli accurati: raccolgono informazioni, stilano opzioni, valutano le probabilità di riuscita e selezionano l’alternativa in grado di massimizzare l’utilità attesa. Infine, Mancur Olson ha applicato la teoria economica della scelta razionale ai gruppi di protesta: ha evidenziato come l’adesione a una mobilitazione sia soggetta al calcolo rigoroso tra i costi individuali della partecipazione e l’accesso a incentivi selettivi erogati dalle organizzazioni di movimento per risolvere il problema del free rider.

La logica dell’identità e la funzionalità cognitiva delle emozioni

N.B. Per mantenere un tono semplice e divulgativo parlo di “emozioni” e di “irrazionalità” senza specificare i punti d’incontro e le differenze tra i due concetti nella Sociologia dell’opinione pubblica. Per approfondire consiglio: Cepernich, C., Novelli, E. (2018). Sfumature del razionale. La comunicazione politica emozionale nell'ecosistema ibrido dei media. Il Mulino, fascicolo 1 e Mazzoleni G. (2021). Introduzione alla comunicazione politica. Bologna, Il Mulino, capitolo 10, intitolato “Cognizioni, emozioni, comportamenti politici dei cittadini”, a cura di Cepernich, C..

La partecipazione alle manifestazioni è supportata da un processo di costruzione dell’identità collettiva. L’identificazione non è un’adesione tribale cieca, come sostiene il luogo comune di cui all’inizio del testo, ma un costrutto cognitivo che permette di definire i confini tra l’in-group e l’out-group, che genera reti di solidarietà e di fiducia reciproca essenziali per sostenere il rischio associato all’azione politica. L’identità riduce i costi informativi e previene la defezione degli attivisti.

Tra l’altro, le emozioni esperite nelle manifestazioni non sono cause deterministiche, ma vettori politicizzati dell’azione. È un errore estremamente comune, come quello di Le Bon, considerare nelle Scienze sociali le cause come “deterministiche” (non “se A allora B”, quindi “se la folla è irrazionale allora è violenta”). Sentimenti pre-politici come la rabbia, la paura o la speranza vengono processati attraverso schemi interpretativi (frame) e tradotti in indignazione morale.

Le performance conflittuali di piazza seguono il parametro WUNC (Worthiness, Unity, Numbers, Commitment; dignità, unità, numeri, impegno) formalizzato da Tilly. I manifestanti organizzano la protesta per proiettare pubblicamente un’immagine di disciplina e determinazione, e possono dimostrare così la gestione razionale e teatrale della propria forza politica.

I repertori strategici dell’emozione di piazza

L’azione di protesta non-convenzionale persegue la rottura del consenso attraverso l’uso calcolato di tre logiche operative distinte. Parliamo qui di “repertori d’azione”, che “sono l’insieme di mezzi a disposizione di un gruppo per presentare rivendicazioni di diverso tipo” (De Nardis, 2023: 402; che cita poi della Porta e Diani, 1997, 201, e cita DeNardo, 1985, Tarrow, 1998).

Le organizzazioni di movimenti calibrano continuamente il livello di radicalità delle manifestazioni in base alla ricettività del sistema politico, alla necessità di mantenere alleanze e alle risposte degli apparati statali (repressivi, seppur in misura diversa da democrazie a non-democrazie). Il calcolo tattico dei movimenti sul tipo di protesta dipende quindi da un calcolo di lungo periodo e non è mai statico, è sempre flessibile.

Che cosa abbiamo imparato? (E la Primavera araba)

L’azione collettiva di piazza integra la dimensione emotiva e la pianificazione strategica all’interno di un unico processo cognitivo. La sociologia politica contemporanea supera la definizione della folla come entità irrazionale, nella modalità di Le Bon o di Freud. Tra l’altro, non è nemmeno necessariamente vero che l’emotività/irrazionalità nella partecipazione politica sia un fattore negativo – si vedano gli studi di Christopher Cepernich.

L’orientamento verso valori quali la democrazia, la tutela dei diritti, la redistribuzione delle risorse è una manifestazione di razionalità rispetto al valore (Wertrationalität, per dirla con le parole di Max Weber). Le componenti emotive operano come attivatori dell’azione e rafforzano la coesione del gruppo. Negli eventi della Primavera araba, l’adesione a principi etico-politici si è unita all’uso strategico dei social network, alla pianificazione dei cortei e alla ricerca di defezioni tra le forze dell’ordine, talvolta anche a gesti estremi come un suicidio in piazza. I contesti storici di mobilitazione, quali le proteste in Polonia contro il regime socialista, il movimento indipendentista in Catalogna e le manifestazioni a Hong Kong, mostrano l’impiego coordinato delle risorse, la valutazione dei rischi e l’adozione di specifici repertori d’azione. L’esperienza ucraina del movimento Euromaidan nel periodo 2013-2014 appartiene a questa dinamica di mobilitazione civile, mentre la reazione all’invasione del 2022 rientra nella difesa militare e statale.

Abbiamo imparato, dagli anni ‘70 in poi, che la dimensione emotiva/irrazionale e il calcolo razionale sono elementi coesistenti e convergenti in ogni fenomeno di partecipazione politica. Capita, però, che lo siano in proporzione diversa.

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