La Bussola delle IR
30 luglio 2026 | di Daniele Reggiardo

 

Negli ultimi anni l’agenda dei media si è concentrata sempre più spesso sui conflitti internazionali: dall’invasione russa dell’Ucraina agli attacchi tra Israele e i paesi vicini, dal conflitto tra India e Pakistan a quello tra Thailandia e Cambogia, passando per Stati Uniti e Iran. Tuttavia, accade di frequente che giornalisti e commentatori non abbiano ben chiaro come si definisca una guerra, quali ne siano i tipi e le cause. In questo testo cercherò di fare chiarezza proprio sulla classificazione tipologica, attingendo a ciò che le Relazioni internazionali ci offrono; delle cause me ne occuperò nel prossimo articolo in modo più dettagliato[1]. Probabilmente, la definizione più famosa di “guerra” è quella di Carl von Clausewitz, secondo la quale essa sarebbe “la continuazione della politica con altri mezzi”, ovvero uno “strumento della politica” per raggiungere i propri scopi[2]. In realtà, la definizione più diffusa e accettata dagli scienziati politici è quella del progetto Correlates of War (COW), il quale “postula che siano guerre interstatali quegli scontri organizzati tra le forze militari di paesi diversi che comportino almeno 1000 morti in combattimento nell’arco di 12 mesi” (Sarkees, Wayman, 2010[3]; Grieco, Ikenberry, Mastanduno, 2017[4]). In altre parole, si conviene – del tutto arbitrariamente – che per parlare di guerra tra Stati debba verificarsi una condizione fondamentale: il fatto che in un anno siano morte in combattimento almeno 1000 persone. In tutti gli altri casi, come vedremo nella prossima sezione, non si parlerebbe di guerra, ma di qualcos’altro. Potrebbero quindi rientrare nella definizione anche le guerre negli Stati, ovvero le guerre civili; in questo testo mi concentrerò sulle guerre tra gli Stati.

Classificare i tipi di guerra tra gli Stati 

Le guerre inter-statali, ossia tra due o più Stati, avvengono “quando due o più governi nazionali utilizzano la forza l’uno contro l’altro in scontri organizzati, ripetuti e altamente letali[5]. Levy e Thompson (2011)[6] distinguono più tipi di guerre inter-statali. In primo luogo, le “grandi guerre” o “guerre generalizzate” sono quelle che coinvolgono “molte, se non tutte, le grandi potenze delle rispettive epoche storiche[7]. A loro volta, le guerre generalizzate possono essere egemoniche, quando il loro “esito determina quali Stati avranno un’influenza predominante nel Sistema internazionale per gli anni e perfino per i decenni a venire[8]; per esempio, le guerre napoleoniche e la Seconda guerra mondiale; e/o guerre totali, quando “gli Stati partecipanti mobilitano tutte le risorse e colpiscono i civili come parte della loro strategia di guerra[9] (la Prima e la Seconda guerra mondiale). In secondo luogo, le guerre limitate, o “per procura” sono guerre minori, “in cui le grandi potenze evitano di combattersi direttamente, al contrario di quanto accade in una grande guerra, o guerra generalizzata[10]; questo è il caso della Guerra del Vietnam, in cui le due superpotenze (Stati Uniti e Unione sovietica) combatterono senza affrontarsi apertamente. In questo contesto, il fatto che una guerra “per procura” sia una guerra considerata “minore” non riguarda l’intensità del conflitto, bensì il coinvolgimento diretto delle grandi potenze.

Nel caso in cui il conflitto non superi la soglia dei 1000 morti in un anno non si parlerebbe di guerra, ma di dispute inter-statali militarizzate (DIM): una DIM è un “caso in cui uno Stato minaccia di usare la forza contro un altro Stato, mobilita o dispiega contingenti militari contro l’altro Stato in modo minaccioso o quando due Stati si confrontano in scontri violenti al di sotto della soglia della guerra su larga scala[11]. Un esempio recente è quello del conflitto tra Thailandia e Cambogia (luglio 2025).

Infine, l’ultimo tipo di guerra è quella extra-statale, ossia uno “scontro violento – ovvero con più di 1000 morti in combattimento [in un anno] – tra il governo nazionale di uno Stato riconosciuto dalla Comunità internazionale e un ente che non costituisce uno Stato riconosciuto internazionalmente, o che è un attore non statale con sede in un altro Stato[12]. Esempi di guerre extra-statali sono le guerre di indipendenza di paesi quali l’Algeria e il Vietnam contro la Francia, ma i conflitti attuali possono essere contemporaneamente guerre extra-statali e guerre inter-statali: la guerra in Iraq del 2003 iniziò come conflitto inter-statale, ma si evolse rapidamente in una guerra extra-statale contro gruppi di opposizione iracheni e combattenti stranieri.

I dati sulla frequenza e sulla letalità delle guerre 

È possibile esporre alcuni dati che riguardano le guerre, nelle loro differenti tipologie, focalizzandosi sulla frequenza e sulla letalità. In questo senso, il COW, con la ricerca di Sarkees e Wayman (2010)[13], propone un’analisi sui conflitti internazionali nel periodo compreso tra il 1816 e il 2007. Anzitutto, le guerre inter-statali hanno una frequenza media di 0,2 l’anno tra il 1816 e il 1849, che aumenta a 0,7 tra il 1950 e 1999: rappresentano così una costante delle relazioni internazionali, anche se è bene notare che le dispute inter-statali militarizzate (DIM) sono diminuite dopo la Guerra fredda. Inoltre, le guerre extra-statali erano frequenti nel periodo imperialista dell’Ottocento, legate alla colonizzazione e a loro frequenza è diminuita proprio con la fine del colonialismo. Per quanto riguarda la letalità, il COW registra un aumento drastico nel Novecento, spiegato con il progresso della tecnologia militare e con l’incremento delle dimensioni degli eserciti degli Stati contemporanei[14]. Nella Prima guerra mondiale si contarono circa 8M di morti, che raddoppiarono a circa 16M nella Seconda guerra mondiale. Dopodiché, complice anche la minaccia dell’utilizzo delle armi di distruzione di massa (le armi nucleari, la deterrenza e la MAD[15]), durante la Guerra fredda la letalità è diminuita. In ogni caso, si è notato che le guerre extra-statali causano un gran numero di vittime prevalentemente tra i civili; rilevante è il processo di decolonizzazione che vede coinvolti più paesi (quali l’Algeria, il Congo e il Vietnam).

Per capire quali sono le tendenze e quale sia lo stato attuale dei conflitti internazionali, la fonte più importante è lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), che ogni anno pubblica un report dettagliato. Il SIPRI Yearbook 2025 – Armaments, Disarmament and International Security rileva che la sicurezza globale ha continuato a deteriorarsi nel 2024, con conflitti armati maggiori in Etiopia, a Gaza, in Myanmar, in Sudan e in Ucraina: il numero stimato di vittime di conflitti è salito a 239.000 (il più alto dal 2018). I cinque conflitti maggiori hanno causato oltre 10.000 vittime stimate; la concentrazione più alta di vittime è legata all’invasione russa dell’Ucraina (77.771), mentre a Gaza i morti palestinesi si ritiene che siano almeno 45.000. Nonostante l’attenzione mediatica sia focalizzata sulla situazione di Gaza e su quella di Kyiv, la regione con il maggior numero di conflitti armati (21) rimane l’Africa subsahariana.

La spesa militare globale stimata è aumentata per il decimo anno consecutivo, raggiungendo i 2.700 miliardi di dollari, pari al 2,5 del PIL mondiale. In testa alla classifica si collocano gli Stati Uniti con una spesa militare di 997 miliardi di dollari, che è 3,2 volte maggiore del secondo classificato: la Cina. La spesa militare è aumentata anche in tutti i paesi europei del 17%, a eccezione di Malta; in Russia è aumentata del 38% e in Ucraina del 2,9%.Si ricordi che per comparare la spesa militare fra diversi Stati è necessario utilizzare la stessa valuta e fare un confronto a parità di potere d’acquisto: se lo Stato A spende 1M$ e produce 100 missili, mentre lo Stato B spende 2M$ ma produce 90 missili, lo Stato A è una minaccia maggiore dello Stato B. Inoltre, anche il modo in cui la spesa militare viene calcolata ha un impatto significativo laddove la spesa in ricerca o in logistica, in produzione di armamenti e in addestramento del personale è diversa da quella in pensione e welfare per gli ex-militari; e laddove una minor spesa coerente con una strategia precisa e ben definita può essere più efficace di una maggior spesa che è più eterogenea. Per esempio, la spesa militare israeliana al 2022 era 23,4 miliardi di dollari[16]; inferiore rispetto a quella italiana di 34,7 miliardi di dollari[17], ma la sua capacità militare (sia in termini di potenza, sia di difesa aerea, sia di cyber-sicurezza) era comunque superiore rispetto a quella di Roma.

Conclusione 

L’analisi politologica della guerra, pur basandosi sulla soglia convenzionale dei 1000 morti in combattimento in un anno, fornisce gli strumenti essenziali per un’interpretazione rigorosa dei conflitti e della politica internazionale. Inoltre, i dati empirici, forniti da prestigiosi enti come il COW e il SIPRI, sono necessari per capire la situazione storica e attuale, ma non sono sufficienti: è opportuno anche interpellare le teorie delle Relazioni internazionali e farle dialogare tra loro. Per esempio, in ottica realista l’aumento della spesa militare e dei conflitti regionali confermerebbe la logica di potenza e la competizione per la sicurezza in un sistema anarchico. La prospettiva liberale, invece, ritiene che questi dati evidenzino la fragilità del Sistema internazionale nonostante la cooperazione post-1945 sia aumentata, in special modo dopo il crollo dell’Unione sovietica; crede inoltre che si necessiti di un impegno costante e deciso per la salvaguardia del diritto internazionale e delle sue istituzioni. Ancora, i costruttivisti (in una certa misura anche i realisti neoclassici) pensano che la guerra non sia soltanto un atto materiale, ma un’istituzione sociale la cui natura cambierebbe in base a norme e identità condivise. In questo senso, per parlare di “guerra” bisogna anche parlare di natura umana e di idee – concetti alla base delle cause delle guerre.

Il progresso tecnologico pone nuove sfide per i cittadini e per i ricercatori. Con l’avvento dell’era dei social media e dell’intelligenza artificiale, la guerra assume forme sempre più ibride che scavalcano i confini degli Stati, coinvolgono attori privati non sempre riconducibili ai governi[18], fino ad arrivare a vere e proprie campagne di disinformazione – un esempio è il c.d. sharp power. Occorre quindi notare che la complessità dell’analisi scientifica della guerra contrasta con le narrazioni (i frame interpretativi) spesso semplificate dai media. Per un dibattito pubblico informato, è fondamentale che i giornalisti e i commentatori politici usino termini precisi e resistano alla tentazione di ridurre dei fenomeni complessi, che riguardano la vita delle persone, a slogan semplicistici, erodendo la qualità della democrazia e favorendo fenomeni di populismo, narrandoli come se fossero delle storie o dei racconti e favorendone la spettacolarizzazione. Inoltre, il modo in cui la guerra viene raccontata influenza il comportamento degli attori politici e dei cittadini, arrivando a determinare gli atteggiamenti e le opinioni degli elettori, spingendoli a reclamare particolari politiche rispetto ad altre[19]. Per esempio, la divulgazione di informazioni verificate e coerenti in chiave umanitaria potrebbe rendere i cittadini-elettori più propensi all’invio di aiuti, mentre riportare acriticamente i comunicati stampa ufficiali di un ministero di uno Stato invasore, spesso in contrasto con le immagini delle vittime e delle abitazioni distrutte, potrebbe rendere l’opinione pubblica maggiormente scettica e confusa, ovvero meno propensa all’invio di aiuti[20].

Un consiglio per rimanere aggiornati Per avere una panoramica accurata su qualsiasi tipo di conflitto e rimanere aggiornati consiglio The Uppsala Conflict Data Program (UCDP). I dati, raccolti dal 1979, vengono aggiornati ogni anno e sono tutti disponibili gratuitamente. È il Dipartimento di ricerca sulla pace e sui conflitti dell’Università di Uppsala, in Svezia.

  1. Per comprendere meglio questa disciplina rimando al mio precedente articolo pubblicato da LOLI disponibile qui.
  2. Clausewitz, Carl von. (1832). Vom Kriege. Berlino: Dümmlers Verlag. Libro I, Cap. 1, Sez. 24.
  3. Sarkees, Meredith Reid, and Frank Wayman (2010) Resort to War: A Data Guide to Inter-State, Extra-State, Intra-State, and Non-State Wars, 1816-2007. Washington: CQ Press.
  4. Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017). Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee. Cap. 5, p. 174.
  5. (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 173).
  6. Levy, Jack, and William Thompson (2011) The Arc of War: Origins, Escalation, and Transformation. Chicago: University of Chicago Press.
  7. (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 173).
  8. (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 173).
  9. (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 173).
  10. (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 174).
  11. (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 174).
  12. (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 175).
  13. Sarkees, Meredith Reid, and Frank Wayman (2010) Resort to War: A Data Guide to Inter-State, Extra-State, Intra-State, and Non-State Wars, 1816-2007. Washington: CQ Press.
  14. Con l’avvento della società di “massa” anche la leva militare diventa obbligatoria per tutti i maschi. Gli eserciti, di conseguenza, richiamano chiunque sia in grado di partecipare al conflitto: sia fisicamente, al fronte, sia nelle fabbriche e nella logistica.
  15. Mutua distruzione assicurata, di cui parlerò in un articolo dedicato.
  16. Fonte.
  17. Fonte.
  18. Si pensi a una serie di cyber-attacchi coordinati contro le principali centrali elettriche di un paese, o contro i più importanti ospedali.
  19. Per una trattazione approfondita si legga Martella, A. (2024). Guerra in Ucraina. L’agenda della stampa italiana su Facebook tra convergenze e divergenze. Comunicazione politica, 1, 57-78.
  20. Si pensi, per esempio, all’effetto CNN: la copertura mediatica continua, 24h/7, gioca un ruolo fondamentale nel determinare il pensiero dell’opinione pubblica e l’intervento (o il non-intervento) dei governi.
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