Per entrare nel Partito Comunista Cinese bisogna trovare qualcuno disposto a presentarti. Non ci si iscrive online, non si compila un modulo in una sede di quartiere, non si va a una riunione aperta al pubblico.
Si trova un membro che ti conosce, che si fida di te, che è disposto a mettere in pericolo la sua reputazione per presentarti.
Poi si aspetta.
Il periodo di prova dura un anno, durante il quale vieni osservato, valutato, discusso. Solo dopo si diventa membri a pieno titolo, con una cerimonia in cui si alza il pugno chiuso davanti alla bandiera rossa e si giura fedeltà al partito.
Questo club esclusivo e diffidentissimo verso gli estranei ha oggi oltre 100 milioni di iscritti e governa 1,4 miliardi di persone.
Per capire la Cina, bisogna partire da qui.
La piramide
Il Partito (con la P grande, perché in Cina non c’è bisogno di altre specificazioni) nasce più di cento anni fa, a Shanghai in clandestinità. E in clandestinità continuerà a operare, quasi ininterrottamente, sino al 1949, quando vince la guerra civile con il Guomindang (KMT) e fonda, nel giorno del primo ottobre, la Repubblica Popolare Cinese.
Il Partito non è un monolite: è cambiato e continua a cambiare. E con esso anche l’ideologia ufficiale. Dapprima la struttura era quella del Partito Comunista Sovietico, di stazza rigorosamente leninista e guidato dal socialismo cinese delle origini (anche questo, fino al Grande Balzo in Avanti, piuttosto legato ai principi di Mosca).
Prima di vederne la struttura, è bene specificare qualche punto.
Innanzitutto, il PCC non ha nulla a che vedere con i partiti europei. Il Partito Comunista Cinese non è un attore dentro lo stato, ma lo stato stesso: la Costituzione del 1989, nell’emendamento del 2018 varato sotto l’egida di Xi Jinping, lo specifica nel primo articolo, che vale la pena citare per intero.
“La Repubblica Popolare Cinese è uno stato socialista governato da una dittatura democratica popolare guidata dalla classe operaia e basata su un’alleanza di lavoratori e contadini.
Il sistema socialista è il sistema fondamentale della Repubblica Popolare Cinese. La leadership del Partito Comunista Cinese è la caratteristica distintiva del socialismo con caratteristiche cinesi. È vietato a qualsiasi organizzazione o individuo danneggiare il sistema socialista.”
第一条
中华人民共和国是工人阶级领导的、以工农联盟为基础的人民民主专政的社会主义国家。社会主义制度是中华人民共和国的根本制度。中国共产党领导是中国特色社会主义最本质的特征。禁止任何组织或者个人破坏社会主义制度。
Il Partito non tiene primarie pubbliche, non riconosce pubblicamente delle fazioni, né permette una campagna elettorale a chi aspiri a diventarne leader. Il Partito ha le mani in pasta in ogni istituzione pubblica e persino nelle grandi aziende strategiche. Questo sistema non è stato generato da alcun colpo di mano, ma è stato progettato in questo modo, sulla scia del socialismo sovietico, sin dagli albori della Repubblica Popolare.
Per capire perché questa architettura sia possibile, e perché funzioni, bisogna fare un passo indietro di qualche migliaio di anni. La Cina ha una tradizione di governo centralizzato e gerarchico che precede di secoli qualsiasi partito (autoritario e non). Il confucianesimo pone al centro la gerarchia come principio ordinatore della società: la lealtà al sovrano, il rispetto verso i genitori, l’obbedienza ai superiori. Questi fondamenti sono vissuti come virtù morali da coltivare, non come mere costrizioni. Xi Jinping conosce approfonditamente la filosofia confuciana. Il Presidente cinese fa leva su una versione riadattata di questa tradizione che ha poco a che fare con la complessità del pensiero originale, ma moltissimo con la legittimità simbolica che il partito cerca di costruire.
Da Hu Jintao in poi i valori confuciani di stabilità sociale, gerarchia e rispetto per l’autorità sono tornati in auge nella propaganda ufficiale: il PCC, cioè, non si presenta come un’istituzione straniera importata dal marxismo russo, preferendo un ruolo di continuatore naturale di una civiltà millenaria. Quando parla di “armonia sociale” shehui hexie 社会和谐, Xi usa parole che i cinesi riconoscono istintivamente come proprie.
Per capire la struttura del Partito, quindi, è bene partire dal basso.
L’unità di base si chiama cellula di partito (dang zhi bu 党支部), e si trova ovunque ci siano almeno tre iscritti: in un’azienda, in un ospedale, in un’università, in un condominio di edilizia pubblica. Secondo i dati ufficiali dell’Ufficio Organizzazione del Comitato Centrale, alla fine del 2024 esistevano 5,25 milioni di organizzazioni di base distribuite sul territorio nazionale. Sono la capillarità operativa del partito: trasmettono le direttive dall’alto, raccolgono informazioni dal basso, mantengono il contatto con la vita quotidiana delle persone.
Salendo di livello si trovano i comitati locali, di distretto e di provincia, fino ad arrivare al vertice. Ogni cinque anni si riunisce il Congresso Nazionale del Partito, circa 2.300 delegati che eleggono il Comitato Centrale, composto da circa duecento persone. Il Comitato Centrale elegge il Politburo, ventiquattro uomini, e il Politburo elegge il suo Comitato Permanente: sette persone che tengono il potere reale. Sette.
Il principio che regge tutto si chiama “centralismo democratico”, ereditato da Lenin e rielaborato da Sun Yat-sen per il KMT: la discussione è permessa prima di una decisione. Dopo la decisione, non si torna indietro. Lo statuto del partito, aggiornato al XX Congresso del 2022, specifica che i membri devono subordinare gli interessi individuali a quelli del partito in ogni circostanza.
Come si entra e come si sale
Il percorso per diventare membro del PCC inizia, come si diceva, con una candidatura scritta a mano. Sono necessari due garanti che ti conoscano e si assumano la responsabilità di raccomandarti: devono avere familiarità con la tua vita e le tue idee e scrivere a loro volta una relazione formale, come specificano le Norme Dettagliate per lo Sviluppo dei Membri del Partito emanate dal Comitato Centrale nel 2014. L’anno di prova che segue è una precisa valutazione del comportamento, della rete di relazioni, della coerenza tra dichiarazioni e azioni quotidiane. Il giuramento finale, recitato in piedi davanti alla bandiera rossa col pugno alzato, è codificato nell’articolo 6 dello statuto del PCC e non è mai cambiato nella sua struttura dal 1982.
Fare carriera all’interno del partito è un processo altrettanto schematico, anche se meno documentabile esternamente. Il sistema di valutazione dei funzionari (i ganbu 干部, i quadri dirigenti) giudica le persone su una serie di indicatori: la crescita economica del territorio amministrato, la stabilità sociale, l’assenza di incidenti imbarazzanti per il partito, la fedeltà alla linea politica corrente. Una ricerca pubblicata sulla China Quarterly dell’Università di Cambridge mostra in dettaglio come la struttura degli incentivi politici per i funzionari locali abbia prodotto forme di serrata competizione interna, spesso più feroce di quella tra partiti in un sistema democratico, perché si svolge su parametri economici misurabili e su scale di tempo brevi.
Accanto al sistema formale esiste un’infrastruttura informale altrettanto potente, che in cinese si chiama guanxi 关系, letteralmente “relazioni”, ma in un senso molto più specifico: la rete di obblighi reciproci, debiti di gratitudine, favori attesi e restituiti che attraversa la società cinese da secoli. Non è corruzione nel senso stretto del termine, né per come la intendiamo noi: è, piuttosto, il tessuto connettivo attraverso cui le carriere si costruiscono, si ottengono le protezioni e le informazioni circolano. Li Xiaoguang e Ban Yanjie (2024) descrivono il sistema delle guanxi come “un punto di osservazione privilegiato per capire la logica sociale del funzionamento della Cina”; non è, dunque, un residuo del passato destinato a scomparire con la modernizzazione, bensì una struttura sociale che ha assorbito i cambiamenti della società e li ha navigati, finendo per essere assorbita dal sistema politico. Questo specifico meccanismo è riscontrabile anche in altre società di stampo confuciano in vari segmenti della società: si pensi al sistema dei contratti in Giappone o alla politica sudcoreana.
Questo spiega anche perché la campagna anticorruzione avviata da Xi Jinping nel 2012, che ha colpito oltre un milione di funzionari a ogni livello gerarchico, produca effetti così ambivalenti. Da un lato elimina i casi più vistosi e rafforza la credibilità del partito come istituzione che controlla se stessa. Dall’altro, come documenta una dettagliata inchiesta di Foreign Policy del 2024, destabilizza le reti di fiducia informale su cui si regge il funzionamento quotidiano dell’apparato burocratico.
Nella vita di tutti i giorni
Una delle cose meno comprese fuori dalla Cina è quanto il PCC sia presente nella vita ordinaria dei cittadini cinesi. Con presenza, qui s’intende proprio una presenza fisica, non in senso astratto. Ad esempio: ogni università statale ha i propri comitati di partito. I quartieri residenziali hanno i loro segretari di cellula, figure che fungono da punto di contatto tra la comunità e l’apparato. E nel settore privato la penetrazione si è intensificata sistematicamente nell’ultimo decennio.
Una ricerca del Center for Naval Analyses documenta come tra il 2015 e il 2018 oltre 180 imprese private abbiano modificato i propri statuti per formalizzare il ruolo delle organizzazioni di partito interne, e come nel 2018 la Commissione di Regolamentazione dei Titoli cinese abbia reso obbligatoria la costituzione di cellule di partito per qualsiasi azienda quotata nelle borse nazionali.
Il caso più emblematico è CATL, il principale produttore mondiale di batterie per veicoli elettrici: un’azienda privata che nel solo primo semestre del 2023 ha ricevuto oltre 2,85 miliardi di yuan in sussidi governativi, ha costituito joint venture con imprese statali, e nella cui governance le strutture di partito hanno un ruolo formalizzato. Il confine tra pubblico e privato, in Cina, non è mai stato netto, ma sotto Xi si è fatto deliberatamente più poroso.
Questa presenza capillare non si traduce in controllo totale su ogni aspetto della vita, tuttavia. Nella pratica, molte cellule sono semi-dormienti nella quotidianità e si attivano in occasione di campagne politiche o situazioni di crisi. Ma l’infrastruttura esiste, è ramificata, e può essere mobilitata rapidamente. C’è poi una dimensione simbolica e linguistica che va tenuta presente. Perry Link, sinologo della UC Riverside e uno dei maggiori esperti del linguaggio politico cinese, ha descritto in un celebre saggio uscito nel 2002 sulla New York Review of Books come il partito non dichiari mai esplicitamente cosa è vietato pensare. La sua presenza produce effetti attraverso quello che Link ha chiamato “The Anaconda in the Chandelier”: il rettile è lì, silenzioso, e la sola consapevolezza della sua esistenza fa sì che ogni persona regoli da sola il proprio comportamento e il proprio linguaggio, senza che nessuno debba intervenire. È uno stato, questo, che Link ha chiamato “paura fossile” che non si traduce in panico acuto, quanto più in cautela diventata naturale, talmente interiorizzata da non sembrare più costrizione.
Su cosa si regge il consenso
Il PCC non si mantiene al potere soltanto con la repressione. Questa è probabilmente la cosa più difficile da far comprendere a un lettore europeo, perché implica riconoscere che un sistema autoritario possa produrre consenso reale e non solo rassegnazione diffusa; la Cina del 2025 non è l’Unione Sovietica. Confonderle è un errore da principianti quando si approccia lo studio della politica e della società contemporanea cinese.
La legittimità del partito si regge su tre pilastri costruiti in momenti e con materie prime diverse.
Il primo è il nazionalismo, o più precisamente la narrativa della redenzione nazionale. Il “secolo dell'umiliazione” (l’espressione con cui si designa il periodo dal 1839 al 1949, durante il quale la Cina fu colonizzata, smembrata e umiliata dalle potenze straniere attraverso i cosiddetti “trattati ineguali”) è il mito fondativo del PCC come soggetto storico. Il termine appare per la prima volta nel 1915 e viene reso popolare simultaneamente dal Kuomintang e dal PCC durante la guerra civile. L’ISPI argomenta che questa narrativa non è mai scomparsa dall’orizzonte ideologico del partito, ma ha avuto fasi di intensità variabile: è esplosa dopo Piazza Tienanmen come sostituto dell’ideologia comunista in crisi, si è consolidata con Hu Jintao, e con Xi Jinping è diventata l’asse portante di ogni discorso pubblico di rilievo. Ad oggi, alcuni fenomeni come il turismo rosso coadiuvano il Partito a rendere più solida la propria narrazione nazionalista.
Il secondo pilastro è la crescita economica. Tra il 1980 e il 2020, la Cina ha sottratto alla povertà assoluta oltre 800 milioni di persone[1], compiendo il più grande processo di riduzione della povertà nella storia dell’umanità. Per centinaia di milioni di cinesi, il partito è associato a questo cambiamento materiale nella propria vita e in quella dei propri genitori. È esperienza vissuta, concreta, misurabile in case costruite, in figli mandati all’università, in aspettativa di vita raddoppiata nel giro di due generazioni. Il contratto implicito tra partito e popolazione (voi non interferite con la politica, noi garantiamo benessere crescente) ha retto finché il benessere ha continuato effettivamente a crescere.
Il terzo pilastro è la stabilità. Dopo i traumi della Rivoluzione Culturale (1966-1976), un decennio di violenze, umiliazioni e caos orchestrati dall’interno del partito stesso, la stabilità è, per la società cinese, qualcosa per cui una generazione intera ha pagato un prezzo terribile. Il partito che promette ordine parla a una memoria collettiva precisa, pur senza citarla esplicitamente.
Oggi questi tre pilastri devono fare i conti con i problemi contemporanei. La crescita economica è rallentata: il PIL cinese cresceva a tassi superiori al sei per cento nel decennio precedente al Covid, mentre il Fondo Monetario Internazionale stima che scenderà al 3,3% entro il 2029. Lo stesso PCC ha rivisto i suoi obiettivi, fissando il proprio obiettivo al 5%.
La crisi demografica è ancora più preoccupante: la Cina perderà quasi 60 milioni di abitanti nel prossimo decennio, con appena 7,92 milioni di nuovi nati nel 2025.
Il mercato immobiliare, su cui si reggeva buona parte della ricchezza delle famiglie cinesi, non si è ripreso. Meg Rithmire, professoressa ad Harvard, ha osservato in un podcast della sua università che questa combinazione è senza precedenti nell’era delle riforme: “I cittadini cinesi non hanno mai assistito, finora, a una deflazione dei prezzi delle case, a una stagnazione dei redditi, a un futuro percepito come meno ricco del presente”.
Quel che abbiamo potuto osservare, in questo secolo di vita del Partito Comunista Cinese, è una capacità unica: saper sopravvivere alla propria storia. Il PCC è passato per la guerra civile, per il Grande Balzo in Avanti, per la Rivoluzione Culturale, per le Aperture e le Riforme, per Tiananmen e adesso per Xi, sopravvivendo. E lo ha fatto adattandosi, rivedendo in parte la sua essenza. È anche vero che il partito che è sopravvissuto a tutto ha costruito, nel farlo, la generazione che potrebbe rendergli la vita più difficile: più istruita, più urbana, più esposta al confronto con il resto del mondo di qualsiasi altra nella storia cinese. È in questo contesto che avremo modo di rivalutare se e come la flessibilità del Partito riuscirà a leggere l’attualità e, in caso, a cambiare nuovamente pelle.
- Estratto dall’IMF: Since 1978, the beginning of China’s reform and opening up period, GDP growth has averaged over 9 percent a year, lifting almost 800 million people out of extreme poverty and transforming China from a low-income to upper-middle-income country. Access to health, education, and other services has improved significantly over this period. By 2020, China had eradicated extreme poverty. However, in 2024, 15.2 percent of the population still lived on less than $8.30 a day (in 2021 purchasing power parity [PPP] terms), a higher living standard benchmark used as a reference by the World Bank to compare progress across countries. ↩


