Estero
12 novembre 2025 | di Valentina Barbiero

Il 24 febbraio 2022, il tempo in Ucraina si è fermato: è la data dell’invasione russa su larga scala. Da allora la guerra non ha colpito solo le città, le case o le linee del fronte: ha colpito la vita stessa di un intero popolo. E tra le vittime più invisibili ci sono i bambini. Migliaia di loro sono scomparsi: alcuni prelevati dagli orfanotrofi nei territori occupati, altri caricati su autobus diretti oltre il confine “per essere messi al sicuro”.

Di molti non si sa più nulla: nuovi nomi, nuove famiglie, una nuova cittadinanza.

Secondo i dati dell’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, a partire dal febbraio 2022 almeno 19.546 bambini ucraini sono stati deportati o trasferiti in Russia con la forza o in aree sotto il suo controllo. Il Parlamento europeo parla di “una pratica sistematica e organizzata” che potrebbe costituire un crimine di guerra e quindi una violazione dei diritti umanitari internazionali. La Russia nega tutto e parla di “evacuazioni umanitarie”, ma le prove raccontano un’altra storia.

I centri di “rieducazione”

Un rapporto pubblicato nel 2025 dallo Yale Humanitarian Research Lab ha identificato 57 strutture in Russia e Bielorussia dove minori ucraini vengono trattenuti e sottoposti a programmi di “integrazione culturale”.

Dietro a questo programma di “integrazione culturale” si nasconde un sistema di rieducazione e russificazione: corsi di lingua e storia russa, imposizione di simboli patriottici, pressione a rinnegare il proprio nome e la propria identità. Secondo i ricercatori di Yale, almeno 8.400 sono i casi documentati, ma il numero reale potrebbe essere molto più alto.

“Non si tratta di episodi isolati. È una politica deliberata, volta a riscrivere l’identità nazionale dei bambini ucraini”,
- Nathaniel Raymond, direttore del progetto Yale HRL.

La narrazione ufficiale del Cremlino presenta questi trasferimenti come gesti di protezione, ma la linea tra protezione e appropriazione è stata superata da tempo. Secondo un rapporto dell’OSCE Parliamentary Assembly, i minori vengono inseriti in famiglie russe, ottengono rapidamente la cittadinanza e perdono ogni contatto con i genitori biologici o con l’Ucraina. E mentre Mosca parla di protezione, i documenti raccontano di bambini che imparano a marciare, a cantare inni patriottici, a rispondere al proprio nome in russo.

Un’infanzia riscritta sotto il segno della guerra e della totale negazione delle proprie origini, delle proprie basi culturali e familiari.

I mandati di arresto

Nel marzo 2023 la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova, Commissaria russa per i diritti dell’infanzia, accusandoli di deportazione illegale di minori, un atto che il diritto internazionale considera crimine di guerra ai sensi della IV Convenzione di Ginevra.

L’accusa è chiara: la Russia ha trasferito bambini da territori occupati verso il proprio territorio, privandoli della loro nazionalità e del loro contesto familiare. Non è solo una questione umanitaria, è una violazione deliberata del diritto, con implicazioni politiche e morali che l’Europa non può e non deve ignorare.

Il ritorno (quasi) impossibile

“È come se li avessero inghiottiti, ogni giorno scopro che mio figlio ha un nuovo nome, una nuova vita, e io non ne faccio più parte.” dice una madre di Zaporizhzhia citata da Reuters.

La sua storia è simile a quella di centinaia di altre madri ucraine: telefonate che si interrompono, foto trovate sui social russi, promesse di ritorno che non si concretizzano mai. Dopo più di tre anni di guerra, meno di 1.400 bambini su oltre 19.000 deportati sono riusciti a tornare in Ucraina, secondo la Risoluzione del Parlamento europeo (maggio 2025). Alcuni sono tornati grazie all’intervento di ONG come Save Ukraine, altri grazie alla mediazione del Qatar, che tra il 2024 e il 2025 ha facilitato piccoli gruppi di rimpatri: nove bambini a settembre 2024, altri dodici a febbraio 2025. Numeri che, di fronte alla vastità del crimine, appaiono quasi simbolici.

Molti minori, una volta rientrati, faticano persino a parlare la propria lingua.
Bohdan Yermokhin, 17 anni, di Mariupol, racconta a Radio Free Europe di essere stato costretto a studiare in russo, a cantare l’inno e a rispondere con un nuovo nome. “Ogni bambino sente di essere stato abbandonato”, ha detto. “Eppure sapevano che volevo tornare a casa.
Un altro ragazzo, Vladyslav Rudenko, ricorda i mesi trascorsi in un campo di “rieducazione” in Crimea: “Ci punivano se parlavamo ucraino. Dovevamo imparare a marciare, a gridare gli slogan russi.

A volte le deportazioni cominciano con un inganno. Natalia, madre di due adolescenti di Kherson, ha accettato di mandarli a un “campo estivo gratuito” di tre settimane. Non li ha più rivisti per mesi. “È stato il mio errore più grande”, ha raccontato a The Guardian. “Non sapevo che dietro quelle vacanze ci fosse un piano per portarli via.”

Per chi resta, la ricerca è un percorso interminabile. Mykola Kuleba, fondatore dell’organizzazione Save Ukraine, racconta che ogni rimpatrio richiede mesi di trattative e verifiche:

“Se un bambino parla del desiderio di tornare in Ucraina, lo arrestano. Gli dicono che qui nessuno lo aspetta più.”

Dietro ogni cifra c’è una ferita che non si rimargina. Ogni bambino restituito rappresenta una vittoria minima contro un sistema che agisce su scala industriale: documenti falsi, nuove adozioni, cambi di cittadinanza.

Sottrarre i bambini significa privare un popolo del proprio futuro. L’Institute for the Study of War parla di una strategia di “erosione generazionale”: eliminare i legami culturali e demografici che rendono l’Ucraina una nazione a sé stante.

Bambini rubati all'Ucraina - Instagram

E questo non è solo un crimine contro l’individuo, ma contro un’intera nazione. È un modo subdolo per riscrivere la storia cominciando da chi non può ancora difendersi. Dietro le cifre ci sono volti, nomi, disegni rimasti incompiuti. Ogni bambino sottratto è una pagina strappata alla memoria dell’Ucraina.

Ricordarlo non è solo un atto di solidarietà, ma un dovere politico: mantenere visibile ciò che il potere tenta di cancellare.

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