In copertina: Frame video della partecipazione del Ministro Tajani al Question Time alla Camera dei Deputati, Farnesina, Youtube
Attualità
18 febbraio 2026 | di Valentina Barbiero

C’è una parola che più di tutte definisce la decisione del governo italiano di partecipare, come osservatore, al nuovo Board of Peace promosso dagli Stati Uniti:equilibrio. O forse ambiguità. Dipende da quale lato dell’Aula si osservi la scena.

La scelta, annunciata e difesa il 17 febbraio, alla Camera, dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha ottenuto il via libera della maggioranza con 183 voti favorevoli e 122 contrari. Un voto che certifica, al di là delle implicazioni in politica estera, l’apertura di un nuovo fronte di scontro interno.

“Meglio esserci che restare fuori”

Non partecipare, secondo la linea adottata dal governo, significherebbe rinunciare a influenzare un processo che, di fatto, è già in corso. Il ministro Tajani ha parlato di responsabilità e realismo, richiamando lo spirito dell’articolo 11 della Costituzione e sostenendo che l’Italia non può disertare i tavoli dove si discute la stabilizzazione del Medio Oriente.

La formula dell’osservatore diventa così la chiave dell’equilibrio: presenza senza adesione piena, voce senza vincolo decisionale. Una postura che consente di seguire i lavori e contribuire al dibattito, ma senza assumere formalmente la paternità politica dell’iniziativa americana. Il governo insiste su un punto: al momento non esisterebbe un’alternativa operativa concreta al quadro proposto da Washington. Restare fuori significherebbe  consegnare ad altri le scelte strategiche sulla ricostruzione di Gaza.

L’opposizione legge la stessa decisione in ben altro modo. Per le minoranze, sedersi al tavolo – anche solo come osservatori – significa riconoscere implicitamente la centralità di un organismo percepito come parallelo, se non alternativo, alle Nazioni Unite.

Sul piano formale, il Board of Peace non è un organismo delle Nazioni Unite e non  nasce da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Si tratta di un’iniziativa promossa dagli Stati Uniti con l’obiettivo dichiarato di coordinare ricostruzione, sicurezza e governance futura della Striscia di Gaza, coinvolgendo Paesi partner e istituzioni internazionali su base volontaria. Proprio questa natura extra-ONU è il punto su cui si concentra il dibattito: per il governo è uno strumento operativo pragmatico, per le opposizioni un possibile precedente che ridisegna gli equilibri del multilateralismo tradizionale.

La critica è sia politica sia simbolica. Politica perché si teme un progressivo spostamento dell’asse decisionale fuori dal tradizionale quadro multilaterale. Simbolica perché la partecipazione italiana rischierebbe di apparire come un gesto di allineamento automatico alle scelte di Washington.

Un coinvolgimento più ampio?

A rendere il quadro più complesso ci sono le dichiarazioni delle ultime ore. Tajani ha fatto sapere che l’Italia sarebbe pronta anche a contribuire concretamente alla stabilizzazione, offrendo la disponibilità ad addestrare forze di polizia palestinesi, inclusa una futura forza destinata a operare a Gaza. Un passo che, se confermato nei fatti, segnerebbe un coinvolgimento ben più sostanziale della sola presenza diplomatica.

Secondo quanto riportato dalle ricostruzioni giornalistiche, anche l’Unione Europea parteciperà ai lavori con un focus sul coordinamento degli aiuti e della ricostruzione. Un segnale che il tavolo americano, pur discusso, sta attirando attori istituzionali di peso.

Diversa, invece, la posizione del Vaticano, che ha espresso perplessità e annunciato che non parteciperà, richiamando l’importanza del quadro multilaterale tradizionale.

Questione di equilibrio

Il governo guidato da Giorgia Meloni respinge quindi l’accusa di subordinazione agli Stati Uniti avanzata in Parlamento. Anzi, rivendica una scelta di responsabilità: influenzare dall’interno un processo che, piaccia o no, sta prendendo forma. L’argomento è semplice e realista: se il piano americano è oggi l’unico quadro operativo concreto per la ricostruzione e la stabilizzazione di Gaza, l’Italia deve esserci per far valere le proprie posizioni, a partire dalla prospettiva dei due Stati e dal rispetto del diritto internazionale.

Eppure la questione va oltre la tecnica diplomatica. È una questione di collocazione strategica. L’Italia si muove all'interno di un equilibrio sottile, che passa dal rimanere saldamente ancorata al sistema multilaterale tradizionale  senza però rinunciare alla relazione privilegiata con Washington.

Dove si troverà posizionata quindi l’Italia alla fine? Questo dipenderà dal peso reale che il Board of Peace assumerà nei prossimi mesi e dalla capacità del nostro Paese di tradurre la sua presenza in risultati concreti. In diplomazia, però, una regola resta costante: chi non siede al tavolo è nel menù. Il governo ha scelto di sedersi. Resta da capire a quale prezzo politico, interno e internazionale.

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