“Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle. Un libro deve essere un pericolo”
Emil Cioran
Ci sono libri che raccontano una storia. E poi ce ne sono altri che fanno qualcosa di molto più raro: raccontano il nostro tempo senza mai trasformarsi in un saggio.
L'era dell'acquario di Fabio Bacà, pubblicato da Adelphi a settembre 2025, appartiene a questa seconda categoria.
È uno di quei romanzi che si leggono con il ritmo di un thriller e si sedimentano come un libro di filosofia. Finita l'ultima pagina, della trama si ricordano certamente i personaggi, gli snodi narrativi e le sorprese. Ma ciò che continua a lavorare dentro il lettore sono soprattutto le domande. Che cosa significa amare? Che cosa significa credere? Quanto c'è di autentico nell'immagine che abbiamo costruito di noi stessi? E, soprattutto, quanto siamo davvero liberi dalle storie che raccontiamo a noi stessi?
Al centro del romanzo c’è Chloe, che Bacà descrive come “una ragazza fuori concorso, una venere in tacchi alti che inciampa sulla scalinata dell’olimpo e ruzzola tra noi mortali”, e che ha trasformato la propria bellezza in un successo su Onlyfans. Dietro l’immagine che offre al mondo, però, si nasconde un passato segnato dall’ombra di una donna morta sotto la neve e da un uomo che sostiene di aver avuto un’esperienza di premorte. È da qui che prende avvio una narrazione capace di attraversare il desiderio, la morte, la fede e il bisogno, profondamente umano, di dare un senso alla propria esistenza.
Ridurre L'era dell'acquario alla vicenda di Chloe e degli altri protagonisti, però, sarebbe un errore. I personaggi, infatti, non sono il fine del romanzo, ma il mezzo attraverso cui Bacà esplora alcune delle grandi inquietudini della contemporaneità.
La prima riguarda il corpo. Questo è, forse, il romanzo dei corpi.
Il corpo quasi divino di Chloe, continuamente osservato, desiderato e trasformato in immagine. Il corpo fragile di Samuele, segnato dalla disabilità ma capace di custodire un desiderio d'amore che appare infinitamente più puro di quello di molti personaggi perfettamente "funzionanti". Il corpo che invecchia, che si ammala, che muore. Il corpo erotico. Il corpo vulnerabile.
Corpi diversissimi tra loro, eppure accomunati da una medesima condizione: la solitudine.
In un'epoca in cui siamo costantemente connessi, Bacà sembra suggerire che continuiamo a fare un'enorme fatica a incontrarci. I suoi personaggi si sfiorano, si desiderano, si osservano, ma raramente riescono ad abitarsi reciprocamente. È una distanza che non nasce dalla mancanza di contatti, bensì dall'incapacità di lasciarsi vedere senza il filtro delle maschere che ognuno di noi costruisce.
Forse è per questo che, osservando la copertina del romanzo, torna alla mente il mito di Narciso. Non tanto per la vanità, quanto per il riflesso.
Narciso finisce prigioniero della propria immagine. Chloe, in maniera diversa, sembra rischiare qualcosa di analogo: non è soltanto guardata dagli altri, ma finisce progressivamente per coincidere con il personaggio che il mondo si aspetta da lei. È una riflessione che riguarda tutti noi. Nell'epoca dei social network, ciascuno costruisce una versione pubblica di sé. Il problema nasce quando quella rappresentazione diventa una prigione.
C'è poi un abisso ancora più profondo in cui Bacà ci costringe a guardare, ed è il territorio della morte e della premorte.
In una società che ha rimosso la fine, trasformandola nel più grande tabù contemporaneo, il romanzo affronta a viso aperto la fragilità estrema dell'esistenza. Lo fa ospitando tra le sue pagine l'ombra del pensiero del suicidio, che accompagna i passi sia di Chloe che di Samuele. La forza filosofica di Bacà sta nel non trattare questa spinta come una drammatica o improvvisa pulsione romantica. Al contrario, il suicidio compare come un'opzione ragionata nei momenti di estremo disorientamento, una via d'uscita quasi logica di fronte allo smarrimento che ci fagocita. E questo è il ritratto più nudo e spietato delle nostre fragilità attuali: il momento esatto in cui l'uomo moderno si scopre tragicamente scoperto di fronte al vuoto.
Di fronte a questo vuoto, emerge allora il tema della spiritualità. In uno dei passaggi più belli del romanzo compare una frase attribuita a Lao Tzu: «Abbi cura di avere qualcosa in cui credere.»
Non importa tanto l'oggetto della fede, importa il fatto stesso di credere. È un'idea sorprendentemente attuale.
Viviamo in un tempo che ha progressivamente desacralizzato tutto: la religione, le ideologie, le comunità, perfino il futuro. Abbiamo imparato a dubitare di ogni verità e, nel farlo, abbiamo conquistato una libertà tanto preziosa quanto estrema. Ma forse abbiamo perso anche qualcosa lungo la strada. Non necessariamente Dio, piuttosto, la capacità di riconoscere qualcosa che ci trascenda. Un orizzonte di senso. Una direzione.
In questo senso L'era dell'acquario non è un romanzo religioso. È un romanzo che interroga il vuoto lasciato dall'assenza della spiritualità senza fare, senza offrire facili risposte, limitandosi a mettere in scena uomini e donne che cercano disperatamente qualcosa a cui aggrapparsi.
Ed è forse proprio la forza del libro il non voler offrire tesi né distribuire colpe né pretendere di spiegare il presente. Bacà lo osserva. Con ironia, certo, con intelligenza, e con una scrittura che alterna leggerezza e profondità senza mai risultare didascalica.
Anche la verità, del resto, viene continuamente problematizzata. Da una parte riecheggiano le parole del Vangelo: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.» Dall'altra, la provocazione radicale secondo cui la verità sia una questione sopravvalutata.
Chi ha ragione?
Bacà evita accuratamente di rispondere preferendo mostrarci in che modo ciascuno di noi costruisca narrazioni che finiscono per apparirci più vere della realtà stessa. I grandi fraintendimenti del romanzo non nascono quasi mai dalla cattiveria, ma dalla distanza incolmabile che separa ciò che siamo da ciò che crediamo di essere.
Alla fine della lettura mi è rimasta una sensazione curiosa. Non quella di aver scoperto qualcosa di nuovo sul mondo. Piuttosto quella di aver trovato parole nuove per descrivere inquietudini che erano già lì.
Forse è proprio questo che contraddistingue un buon romanzo da uno destinato a restare. Perché quest’ultimo, per dirla con Emil Cioran, deve frugare nelle ferite. E, anzi, deve provocarle. Bacà ci riesce perfettamente e ci costringe a guardarci allo specchio e a chiederci se la persona che mostriamo al mondo coincida davvero con quella che siamo.
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