Il mondo è davvero pieno di pericoli, e in esso ci sono molti luoghi oscuri; ma ce ne sono ancora molti che sono giusti, e sebbene in tutte le terre l’amore sia mescolato al dolore, può crescere di più - Haldir, “Il signore degli Anelli”, J.R.R. Tolkien.
La Terra di Mezzo è tutto questo. È un mondo che, a occhi chiusi, sembra già familiare. Possiamo immaginare una passeggiata nella Contea, una pinta di birra condivisa parlando del raccolto in compagnia degli hobbit. Possiamo attraversare il Bosco Atro, arrivare a Rivendell e sostare nella casa degli elfi, prima di proseguire verso luoghi più antichi e inquieti: Moria, Lothlórien, Fangorn, Gondor, fino alla terra oscura di Mordor.
È difficile racchiudere in poche righe la densità di personaggi, popoli e luoghi che abitano questo mondo. Ogni regione sembra portare con sé una storia e ogni strada conduce non solo altrove, conduce indietro nel tempo.
La Terra di Mezzo, come suggerisce anche il nome, è la terra centrale di Arda, il mondo.
È il luogo in cui vivono elfi, uomini, nani e altre creature, ma soprattutto è lo spazio in cui si intrecciano tutti gli eventi. Non è la sede dell’eterno e degli dèi, è quella dei mortali, dove il tempo passa e ogni scelta lascia un segno.
Eppure, per Tolkien, la Terra di Mezzo non è un mondo “inventato” nel senso comune del termine. In una lettera (lettera #138) scrive che non si tratta di un pianeta fantastico, ma del nostro stesso mondo proiettato in un’epoca immaginaria, così lontana da sembrare mito. Non un altrove, quindi, ma un prima. Un modo per parlare del presente da una distanza sufficiente a renderlo comprensibile.
Siamo nel 1914. Mentre l’Europa entra in guerra, J. R. R. Tolkien studia lingue antiche a Oxford. Intorno a lui il mondo accelera, lui invece rallenta e si immerge in testi frammentari, parole sopravvissute a civiltà scomparse, miti che non promettono un futuro migliore ma custodiscono una perdita. Non sa ancora che quelle lingue, quelle strutture antiche, diventeranno un mondo.
La guerra lo raggiunge presto. Al fronte perde amici e certezze, e soprattutto l’idea che la storia proceda naturalmente verso qualcosa di giusto. L’esperienza non lo trasforma in un cantore dell’eroismo, ma in un osservatore diffidente: il male non è spettacolare, il potere non redime, la violenza non purifica nulla. Tornato a casa, porta con sé una consapevolezza silenziosa che non diventerà mai un manifesto, ma finirà lentamente nelle sue storie.
È in questi anni che prende forma la Terra di Mezzo. Non nasce come un romanzo né come un progetto editoriale, nasce come un archivio immaginario. Tolkien inventa lingue prima dei personaggi, genealogie prima delle trame, cronologie prima degli eventi. Per lui una lingua implica un popolo, e un popolo implica una storia — anche quando quella storia è fatta di rovine, di canti interrotti, di età che non torneranno.
"Ónen i-Estel Edain, ú-chebin estel anim."
"Diedi la Speranza ai Dúnedain, non ne ho tenuta alcuna per me." (tradotta in italiano). Gilraen, madre di Aragorn, Sezione: Appendice A - I (v), "Frammento della storia di Aragorn e Arwen".
La Terra di Mezzo non è un mondo giovane. È un mondo che vive circondato dai resti di ciò che è stato. Le sue strade passano accanto a rovine, le sue città sorgono dove un tempo ce n’erano di più grandi, i suoi canti ricordano imprese eroiche che nessuno saprebbe più ripetere. Il tempo non porta miglioramenti, si assottiglia. Ogni vittoria lascia qualcosa indietro e ogni potere mostra prima o poi una crepa.
Nella sua creazione letteraria Tolkien non mette al centro re, condottieri o profeti, sceglie gli anti-eroi; quando finalmente incontriamo qualcuno, è una figura marginale, legata alla casa più che al destino, alla quotidianità più che alla gloria.
Vive ai margini della storia, in una terra che non compare nelle mappe del potere. La Contea non è il centro di nulla: non decide i destini del mondo, non ospita grandi eserciti, non produce imperi. È un luogo che sopravvive perché resta piccolo, ripetitivo, ostinatamente ordinario. Qui il tempo scorre lentamente.
Solo più tardi scopriamo che questa figura appartiene a un popolo minuto e poco incline all’avventura: gli hobbit. Tolkien sceglie loro come soglia d’ingresso non perché siano migliori, ma perché sono meno disposti a confondersi con la logica del potere. Vogliono mangiare bene, fumare in pace, tornare a casa. È proprio questa mancanza di ambizione a renderli adatti a un mondo in cui il desiderio di dominare finisce sempre per corrompere.
“In un buco nella terra viveva uno hobbit. Non era un buco brutto, sudicio e umido, pieno di vermi e intriso di puzza, e nemmeno un buco spoglio, arido e secco, senza niente su cui sedersi né da mangiare: era un buco-hobbit, vale a dire comodo.” - Lo Hobbit, J.R.R. Tolkien
Non è un dettaglio pittoresco. Tolkien non inizia con una battaglia, ma con la descrizione minuziosa di una casa. Prima dei viaggi e dei pericoli, c’è un luogo dove tornare. In un secolo che ha celebrato la forza e la conquista, la sua storia comincia da ciò che resta quando tutto il resto crolla.
Non si deve però fare l’errore di ridurre l’opera di Tolkien a una semplice fiaba degli umili. Le sue storie non sono un semplice ritorno al passato né un rifugio rassicurante. Sanno che qualcosa si è perso, e che vale la pena fermarsi a osservare ciò che resta.
Nella Terra di Mezzo le minacce non irrompono all’improvviso. Crescono con calma, conseguenza di scelte che sembrano sensate all’interno del desiderio di rendere il mondo più ordinato, più gestibile. Nulla appare subito come distruzione: spesso ha l’aspetto di una soluzione.
È anche per questo che Tolkien preferisce raccontare figure dall’aspetto e dalla vita liminale. Personaggi che esitano, che non cercano di guidare gli altri, che avanzano senza sentirsi autorizzati a decidere per tutti non perché depositari di una morale superiore, ma perché procedono con maggiore attenzione, consapevoli che ogni passo può lasciare qualcosa indietro.
Le sue storie non indicano scorciatoie né vittorie definitive. Invitano piuttosto a muoversi con cautela, a non confondere la semplificazione con la soluzione, la forza con la cura.
Tutto questo, in Tolkien, non resta confinato alle storie.
C’è un dettaglio della vita di Tolkien che rende questa visione meno astratta. Non riguarda i suoi libri né la sua carriera accademica, ma il modo in cui ha scelto di essere ricordato. Lo scrittore sposa Edith Bratt nel 1916, poco prima di partire per la guerra. Quel legame attraversa tutta la sua vita e trova forma nel mito che più gli è caro: la storia di Beren e Lúthien, raccontata ne Il Silmarillion, l’opera in cui l’uomo mortale e l’elfa immortale scelgono l’amore pur sapendo di perdere tutto il resto.
Quando Edith muore, Tolkien fa incidere sulla sua tomba il nome “Lúthien”. Alla sua morte, nel 1973, sulla sua lapide viene aggiunto “Beren”. Le loro tombe sono l’una accanto all’altra, nel Wolvercote Cemetery. Nessun titolo, nessuna opera citata, solo una storia d’amore.
Forse è anche per questo che Tolkien continua a essere letto e, allo stesso tempo, sovrainterpretato ora in chiave politica ora in chiave religiosa. Le sue storie non offrono consolazioni rapide, né risposte immediate. Chiedono piuttosto di accettare che il mondo sia fragile, che il tempo consumi più di quanto costruisca, che ogni scelta abbia un prezzo.
La Terra di Mezzo non promette un futuro migliore. Costringe a fare i conti con il limite, con la perdita, con l’idea che non tutto possa essere salvato. E nel farlo lascia il lettore davanti a una domanda semplice, ma difficile da eludere: che cosa siamo disposti a perdere pur di non perdere tutto?




