La famiglia, le famiglie, sono molto più dei membri che le compongono. Sono un filo di vite che ricostruisce le maglie del tempo e della storia attraverso persone a noi care che a volte sentiamo il bisogno di dimenticare e che a volte sentiamo l'esigenza di celebrare. In questo contesto nasce l'opera di Adèle Yon, ricercatrice e scrittrice francese, che debutta nella narrativa con un'opera che intreccia memoir, inchiesta familiare e riflessione storica.
“Il mio vero nome è Elisabeth” è una biografia familiare, il tentativo di restituire voce a una donna cancellata dalla memoria e dalla violenza della pratica psichiatrica.
Pubblicato in Francia nel 2025 con il titolo “Mon vrai nom est Elisabeth”, il libro è arrivato in Italia nel 2026 per Neri Pozza, nella traduzione di Sonia Folin. Si tratta dell'esordio letterario di Adèle Yon, un debutto che ha ricevuto grande attenzione da parte della critica francese e che sottolinea la forza di una scrittura capace di fondere ricerca documentaria e narrazione.
L'indagine prende avvio dal suicidio di un membro della famiglia di Yon, che spinge la narratrice a interrogarsi su una fotografia e su un nome, Betsy, diminutivo di Elisabeth, quella bisnonna di cui si parla poco e soprattutto la cui vita sembra una tappa evanescente nella genealogia familiare. Da quel momento Adèle Yon intraprende una ricerca che, attraverso lettere private, cartelle cliniche, archivi ospedalieri e testimonianze di parenti più o meno disponibili a dare il proprio contributo, cerca di ricostruire gli avvenimenti che ruotano intorno alle vicende della vita di Betsy.
Poco alla volta emerge il ritratto di una donna intelligente, anticonformista, incapace di adattarsi al ruolo domestico che la società del dopoguerra pretendeva da lei. Il matrimonio con un uomo autoritario, i conflitti familiari e il progressivo isolamento conducono alla diagnosi di schizofrenia, sulla quale il libro invita costantemente a interrogarsi. Quanto c'era di autentica sofferenza psichica e quanto, invece, era il prodotto di una cultura incapace di tollerare una donna indipendente?
Il cuore del romanzo è la ricostruzione della lobotomia cui Elisabeth viene sottoposta negli anni Cinquanta, tra le prime donne in Francia a subire questo intervento. Yon affronta il tema con rigore, ampliando la ricerca alla pratica in sé e alla sua storia, spiegando come la lobotomia, allora considerata una terapia d'avanguardia, producesse spesso effetti tragici e irreversibili sulla personalità dei pazienti. La lobotomia diventa così il simbolo di una medicina che poteva trasformarsi in uno strumento di controllo sociale, soprattutto nei confronti delle donne considerate difficili, ribelli o semplicemente non conformi. L'istituto psichiatrico, gli elettroshock e gli anni di reclusione completano una vicenda che appartiene tanto alla storia della famiglia dell'autrice quanto alla storia della psichiatria europea.
L'aspetto più convincente del libro è la sua natura ibrida. Adèle Yon preferisce costruire un'opera in cui convivono autobiografia, ricerca archivistica e riflessione civile piuttosto che scegliere la strada del romanzo tradizionale o quella del saggio storico. Il lettore segue contemporaneamente due percorsi: la ricostruzione della vita di Elisabeth e il lavoro stesso dell'autrice, con i suoi dubbi, le lacune documentarie e gli inevitabili dilemmi etici.
Lo stile si caratterizza per equilibrio, precisione linguistica e assenza di forzature retoriche, ed è proprio questa sobrietà che rende ancora più dolorosa la vicenda. Yon evita accuratamente di trasformare Elisabeth in un'eroina o in una semplice vittima restituendone invece la complessità e lasciando emergere una persona viva, contraddittoria e irriducibile a etichette diagnostiche e sociali.
Il libro invita inoltre a riflettere sul rapporto tra memoria e oblio, poiché la violenza subita da Elisabeth non si esaurisce con la lobotomia, ma continua nel silenzio dei familiari e nella rimozione collettiva, nella difficoltà, in sintesi, di dare un nome a ciò che è accaduto.
Se talvolta la ricchezza della documentazione sulla vicenda e sulla pratica clinica rallenta il ritmo narrativo, questo rappresenta anche uno dei principali punti di forza dell'opera poiché ogni documento contribuisce a mostrare quanto sia difficile distinguere la verità storica dalle testimonianze familiari. Il risultato è un libro che supera il caso individuale e diventa una riflessione sulla violenza di genere e sulla responsabilità della memoria.
Il mio vero nome è Elisabeth è una lettura destinata a chi ama i romanzi di confine tra letteratura, storia e memoir. Un esordio di notevole maturità, solido e profondamente umano.



