1. Introduzione
Le rovine di Sarajevo, il genocidio in Ruanda, o le lunghe battaglie per Aleppo riportano certamente a immagini di tragedie umane, e rappresentano anche manifestazioni di un problema politico e sociale profondo: le guerre interne. Questi conflitti, pur svolgendosi dentro i confini di uno Stato, possono diffondersi agli Stati vicini sia da un punto di vista militare sia in qualità di crisi umanitarie, economiche e migratorie. Per esempio, la Primavera Araba ha causato decine di migliaia di morti e la partenza di una grande quantità di emigranti. Quindi, come si definisce una guerra interna? “[...] Una guerra interna è un caso in cui gruppi politici organizzati all’interno di un paese, tra cui nella maggior parte dei casi il governo nazionale, sono coinvolti in operazioni militari prolungate l’uno contro l’altro” (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 200)[1]. Si tratta in pratica di qualsiasi guerra che avviene all’interno dei confini di uno Stato, nella cui maggior parte dei casi è coinvolto il governo, che deve fronteggiare gruppi insurrezionali, secessionisti o religiosi.
2. Perché le Relazioni internazionali si occupano delle guerre interne agli Stati?
In riferimento alle guerre civili e alle relative crisi umanitarie, Ruggeri sottolinea che “la [disciplina della] ‘geopolitica’, così concentrata su interessi nazionali e scontri fra Paesi, presta ben poca attenzione a queste crisi umanitarie. Crisi che spesso sono state limitate grazie all’intervento delle Nazioni Unite o di organizzazioni non-governative, attori considerati marginali dalla ‘geopolitica’” (Ruggeri, 2021: 188)[2]. Invece, gli esperti delle Relazioni internazionali studiano le guerre interne agli Stati in quanto esse possono avere significative ripercussioni sulla pace e sulla sicurezza internazionale[3]. In effetti, l’internazionalizzazione delle guerre civili rappresenta un fenomeno cruciale nelle dinamiche dei conflitti contemporanei. Questo processo si manifesta quando potenze esterne intervengono in un conflitto interno, fornendo supporto militare o logistico a una delle fazioni in lotta. Sebbene l’ingerenza di attori esterni non sia un fenomeno recente, come dimostrerebbero i casi della guerra civile spagnola o il conflitto in Vietnam, la sua frequenza ha subito un’accelerazione significativa durante la Guerra fredda. In quel periodo, il bipolarismo tra Stati Uniti e Unione sovietica trasformò le guerre civili in guerre per procura[4], strumenti attraverso i quali le due superpotenze cercavano di estendere le rispettive sfere d’influenza. Da qui nacque l’esigenza di analizzare i conflitti interni non più come eventi isolati, ma come parti integranti del più ampio panorama delle relazioni internazionali[5].
L’analisi delle dinamiche delle guerre interne evidenzia almeno tre modi in cui esse possano innescare violenza a livello internazionale.
In primo luogo, un conflitto può facilmente estendersi oltre i confini di uno Stato: il c.d. spillover(Buhaug, Gleditsch; 2008)[6]. Ciò può avvenire attraverso due meccanismi principali: (1) i gruppi ribelli possono trovare rifugio in paesi confinanti, utilizzando i territori limitrofi come basi operative per continuare la lotta contro il governo del proprio paese – è il caso dei Talebani, che hanno operato dal Pakistan per anni dopo l’invasione statunitense del 2001; (2) le massicce ondate di rifugiati generate dal conflitto interno possono destabilizzare i paesi ospitanti, mettendo a dura prova le infrastrutture e le risorse locali e alimentando tensioni che possono sfociare in nuova violenza – è il caso dei rifugiati ruandesi che, negli anni ‘90, contribuirono a destabilizzare lo Zaire (la c.d. “crisi del grandi laghi”).
In secondo luogo, dopo una guerra civile uno Stato potrebbe sviluppare una politica estera più aggressiva (Maoz, 1989[7]; Walt, 1996[8]; Colgan, 2013[9]). Questo comportamento può derivare, da un lato, dal timore di ostilità esterne e, dall’altro, dal bisogno di consolidare il consenso interno. I nuovi regimi, spesso insicuri e alla ricerca di legittimazione, possono sfruttare una retorica nazionalista e intraprendere azioni aggressive contro altri Stati per rafforzare la coesione interna e distrarre la cittadinanza dai problemi di stabilità.
In terzo luogo, le guerre civili possono rendere uno Stato vulnerabile, attirando l’intervento o l’invasione di potenze straniere. Tale intervento può manifestarsi in due modi: da un lato, un paese esterno potrebbe percepire la debolezza dello Stato in guerra civile come un’opportunità per un’invasione rapida e vittoriosa – è il caso dell’invasione irachena dell’Iran nel 1980; dall’altro, un intervento potrebbe essere motivato da un’indignazione internazionale per le atrocità commesse durante il conflitto – per esempio, l’intervento della NATO in Kosovo nel 1990. Le violazioni dei diritti umani, i crimini di guerra e le crisi umanitarie potrebbero spingere la Comunità internazionale a intervenire con la forza, spesso invocando la dottrina della “responsabilità di proteggere” (R2P), come avvenuto in diversi conflitti nei Balcani e in Africa.
3. Tipi di guerre interne
La disciplina delle Relazioni internazionali individua due tipi di guerre interne: le guerre civili e le guerre intracomunitarie.
Primo, la guerra civile. La guerra civile è il tipo più frequente ed è definita come “[...] lo scontro prolungato tra forze controllate dal governo nazionale e forze controllate da un’opposizione organizzata all’interno del paese” (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 202)[10]. In altre parole, si ha una guerra civile quando un conflitto armato vede opporsi sistematicamente le forze dello Stato (del governo) e un gruppo di opposizione organizzato. Le motivazioni di tali gruppi possono variare, ma si articolano principalmente in due scenari: il primo mira al rovesciamento del regime per assumerne il controllo, come accadde durante la Primavera araba in Libia nel 2011; il secondo ha come fine la secessione, ovvero la separazione di una porzione del territorio per istituire un nuovo Stato sovrano (la guerra civile americana tra il 1861 e il 1865).
Secondo, le guerre intracomunitarie. Le guerre civili, secondo il progetto Correlates of War, hanno rappresentato il 92% delle 334 guerre interne registrate tra il 1816 e il 2007 (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 202)[11], le guerre intracomunitarie sono state il 5%. Queste si distinguono dalle guerre civili per l’assenza del governo centrale tra le parti in causa: si tratta di scontri violenti su larga scala che avvengono tra diverse comunità religiose o etniche all’interno dello stesso paese. Un esempio è il Libano, che tra il 1975 e il 1990 vide milizie a base settaria affrontarsi durante la guerra civile, con uno scontro tra sciiti e sunniti. Il restante 3% delle guerre interne riguarda i conflitti sub-statali, i quali includono le violenze che avvengono tra le forze militari di un’entità governativa sub-statale (per esempio, una regione o un comune, ma non l’autorità di governo dello Stato centrale) e altri gruppi non governativi; tali conflitti mettono in discussione la capacità dello Stato di mantenere il monopolio delle risorse di violenza, che è una caratteristica fondamentale per definire il concetto di Stato stesso (Stoppino, 1987)[12]. Un esempio è quello degli scontri avvenuti in Cina nel 1967 tra le guardie rosse e le forze militari regionali.
4.1. Le cause delle guerre interne: la prima immagine (individuale)
Le cause delle guerre interne possono essere inquadrate nelle tre immagini di Waltz.
Collier e colleghi (2009)[13] ritengono che a livello individuale le cause principali delle guerre interne siano due: l’avidità e il risentimento. L’avidità si riferisce alla brama di una persona di possedere beni o denaro e potrebbe spingere gli individui a intraprendere un conflitto per acquisire il controllo di risorse naturali preziose e facilmente monetizzabili, come diamanti, oro, minerali o petrolio (i c.d. "beni saccheggiabili"). Così, nei paesi ricchi di queste risorse, i signori della guerra o le fazioni potrebbero scatenare una guerra per arricchimento personale o per finanziare la propria milizia. Esempi ne sono la Sierra Leone e l’Angola, paesi che ospitavano il mercato dei cosiddetti diamanti insanguinati. Invece, il risentimento si riferisce alla convinzione di un individuo di essere vittima di ingiustizia o di essere escluso dalle istituzioni politiche rilevanti. Le discriminazioni su base etnica, religiosa o linguistica potrebbero generare un forte risentimento di ingiustizia che spingerebbe gli individui ad armarsi e a lottare per la propria rappresentanza o per la secessione. Per esempio, durante la guerra civile in Sri Lanka (1983-2009) le Tigri di liberazione del Tamil Eelam lamentavano la discriminazione politica ed economica da parte del governo a maggioranza singalese, che aveva imposto la propria lingua come quella ufficiale e aveva favorito i buddisti.
4.2. Le cause delle guerre interne: la seconda immagine (statale)
Le cause principali delle guerre interne relativamente alla seconda immagine, ovvero alla struttura interna degli Stati, sono tendenzialmente riconducibili a due fattori interconnessi: le profonde divisioni all’interno della società e la debolezza dello Stato (Fearon, Laitin, 2003[14]; Collier et al., 2009[15]). In effetti, le profonde spaccature sociali che si manifestano in diverse forme di contrapposizione, come quelle etniche, religiose, sociali ed economiche, alimentano spesso le guerre interne.
In prima istanza, la presenza di minoranze etniche o religiose, che si sentono discriminate o marginalizzate, può generare un risentimento tale da spingerle a impugnare le armi. Queste divisioni sono spesso esacerbate da azioni di “pulizia etnica”[16], ovvero da una violenza prolungata e organizzata contro un gruppo specifico per sterminarlo o costringerlo a fuggire dal territorio in cui vive. Per esempio, durante la guerra in Bosnia (1992-1995) le forze serbo-bosniache portarono avanti un’operazione di pulizia etnica culminata nel genocidio[17] di Srebrenica del 1995. Inoltre, la disparità nella distribuzione delle risorse e le differenti opportunità tra diverse aree o gruppi sociali può essere una causa di guerra civile[18]. Quando un gruppo si sente escluso o svantaggiato, la sua frustrazione potrebbe tradursi in una mobilitazione violenta per sovvertire l’ordine politico esistente. Molti paesi dell’America Latina con forti disuguaglianze sociali tra centro e periferia sono stati teatro di guerre civili; in Libano, le cariche pubbliche più elevate sono riservate per legge a esponenti di diversi gruppi religiosi, un sistema che cerca di gestire il conflitto ma che può anche acuirlo (il Patto nazionale, 1943).
In seconda istanza, la debolezza dello Stato può generare conflitti interni. L’incapacità di mantenere l’ordine, di imporre la legge e fornire servizi essenziali (è il caso degli Stati deboli o Stati falliti che non riescono a esercitare il monopolio sulle risorse di violenza) potrebbe essere una conseguenza di un sistema politico fallimentare oppure di processi storici specifici. Per esempio, in uno Stato debole il controllo del territorio e delle risorse non è più appannaggio esclusivo del governo. Gruppi non-statali, come i signori della guerra e le bande criminali, possono usare la violenza per accaparrarsi risorse facilmente monetizzabili come il petrolio, i diamanti e alcuni minerali[19]. Questa lotta per le risorse innesca e prolunga i conflitti interni, creando “mini-Stati” all’interno dello Stato. L’esempio attuale più importante è quello del Sudan[20].
4.3. Le cause delle guerre interne: la terza immagine (sistemica)
Le cause individuate nella seconda immagine (gli Stati) possono essere amplificate da quelle della terza immagine. In effetti, al livello del Sistema internazionale, uno degli effetti accennati nel paragrafo 2. di questo testo può essere anche una causa delle guerre interne: il contagio ai paesi vicini. L’instabilità in uno Stato può propagarsi al di là dei suoi confini; in altre parole, la presenza di guerre civili in Stati limitrofi aumenta significativamente la probabilità di conflitti interni a essi. Dal punto di vista della terza immagine, questa condizione crea una regione destabilizzata in cui i governi centrali, già fragili, sarebbero ulteriormente indeboliti dall’afflusso di rifugiati, dalla presenza di gruppi armati transfrontalieri e dalla perdita di controllo sul proprio territorio. Tali dinamiche ridurrebbero la capacità dello Stato di mantenere il monopolio delle risorse di violenza. Per esempio, la crisi libica del 2011 ha avuto un impatto sui paesi vicini a causa della dispersione di una grande quantità di armi e di munizioni.
Inoltre, il colonialismo è fattore strutturale (sistemico) che ha plasmato in modo significativo le dinamiche interne dei paesi, specialmente in Africa. Questo retaggio ha contribuito a creare le condizioni per futuri conflitti attraverso tre meccanismi principali. Il primo riguarda i confini arbitrari (Englebert et al., 2002)[21]: le potenze coloniali tracciarono confini senza tenere conto delle divisioni etniche preesistenti. La creazione di questi Stati “artificiali” ha costretto gruppi diversi, anche antagonisti, a coesistere all’interno dello stesso sistema politico, gettando le basi per future tensioni e guerre etniche e nazionalistiche una volta ottenuta l’indipendenza. Il secondo è lo sfruttamento economico (Acemoglu, Robinson; 2002)[22]: il controllo coloniale era spesso motivato dall’accesso e dall’estrazione di risorse naturali, specie nell’Africa subsahariana. Questo creò una dipendenza economica e una struttura di potere incentrata sullo sfruttamento piuttosto che sullo sviluppo. Il controllo di queste risorse è diventato oggi un obiettivo primario per le fazioni in lotta, alimentando la “maledizione delle risorse”, ovvero un fenomeno in cui l’abbondanza di risorse naturali coincide con una maggiore probabilità di conflitto – si noti, però, che non è la presenza delle risorse a causare il problema, ma il modo in cui vengono gestite[23]. Il terzo attiene al disimpegno da parte delle potenze coloniali (Fearon, Laitin, 2003)[24]: gli Stati hanno mantenuto l’ordine interno alle colonie attraverso la forza militare. Al momento del ritiro, tuttavia, hanno spesso lasciato istituzioni statali deboli, prive di legittimità o di una burocrazia efficace, generando un vuoto di sicurezza che ha permesso ai conflitti latenti di emergere.
L’ultimo fattore che a livello sistemico contribuisce a innescare le guerre interne è la fine della Guerra fredda. Il crollo del sistema bipolare, dominato da Stati Uniti e Unione Sovietica, ha avuto un impatto profondo: durante il confronto, le due superpotenze mantenevano l’ordine e la stabilità (in modo forzato) nelle loro rispettive sfere d’influenza, sostenendo regimi alleati e sopprimendo le tensioni interne per evitare che i conflitti locali potessero degenerare in uno scontro internazionale. La fine di questa contrapposizione ha rimosso il vincolo esterno che teneva sotto controllo molti conflitti etnici, religiosi e nazionalistici, permettendo loro di riesplodere. Questa nuova fase ha visto un aumento significativo delle guerre civili, specialmente nei Balcani e in diverse parti dell’Africa.
5. Alcuni dati sulle guerre interne
Similmente alle guerre tra Stati, è possibile presentare alcuni dati relativi alle guerre interne, nelle loro differenti tipologie, focalizzandosi sulla frequenza e sulla letalità.
A tal proposito, la ricerca di Sarkees e Wayman (2010)[25] per il progetto COW offre un’analisi sui conflitti interni nel periodo compreso tra il 1816 e il 2007. Nello specifico, essa mostra che l’incidenza di questi conflitti è stata relativamente costante per gran parte del XIX e della prima metà del XX secolo, con una media di circa 1,3 guerre interne all’anno. Il cambiamento è giunto tra il 1950 e il 1999, periodo nel quale si è assistito a un forte aumento della loro frequenza, con una media di 2,8 guerre interne ogni anno. Questo aumento è attribuito in gran parte al processo di decolonizzazione, che ha portato alla nascita di nuovi Stati con istituzioni deboli e confini tracciati artificialmente che hanno ereditato le tensioni etniche preesistenti. Comunque, tra il 2000 e il 2007 le guerre interne sono diminuite. Invece, sebbene la letalità complessiva dei conflitti internazionali sia diminuita drasticamente dopo la Seconda guerra mondiale, le guerre interne si distinguono per la loro particolare ferocia, soprattutto verso la popolazione civile. Sarkees e Wayman (2010)[26], in effetti, stimano che nel periodo analizzato le vittime siano state circa 6 milioni e che dal 2000 al 2007 la letalità sia diminuita.
Spesso, la principale causa di morte tra i civili nei conflitti interni è l’uccisione intenzionale perpetrata da una o più fazioni coinvolte (Kalyvas, Kocher; 2009)[27]. Per esempio, Valentino e colleghi (2004)[28] hanno rilevato che, in 27 delle 115 guerre civili combattute tra il 1945 e il 2000, almeno una delle fazioni ha deliberatamente attuato una strategia di sterminio[29] della popolazione civile. In alcune occasioni, le guerre civili hanno provocato un numero spropositato di vittime. In Cambogia, tra il 1975 e il 1978, le forze ribelli dei khmer rossi assassinarono circa 2 milioni di persone (il 20% della popolazione totale). Diciannove anni dopo, in Ruanda, la guerra civile scatenò un genocidio in cui vennero uccisi dagli hutu circa 800.000 civili tutsi (come in Cambogia, si tratta del 20% della popolazione totale). Si può quindi affermare che il livello di ferocia mostrato in questo tipo di guerre è spesso superiore rispetto a quello osservato nei conflitti tra Stati. Le vittime civili non sono un danno collaterale, ma diventano parte di una strategia militare calcolata. Inoltre, la creazione di flussi di profughi può essere utilizzata come arma tattica. I rifugiati afghani (2021), per esempio, potrebbero essere impiegati come strumento diplomatico nei confronti della comunità internazionale o di altri attori regionali per ottenere supporto economico o militare.
E più di recente? Secondo il SIPRI Yearbook 2025 – Armaments, Disarmament and International Security la maggior parte dei conflitti extraeuropei si è svolta all’interno degli Stati o in raggruppamenti di Stati con confini non ben definiti e ha coinvolto gruppi armati non-statali. La dimensione internazionale rimane un fattore chiave in molte di queste guerre interne, con interventi militari o supporto sostanziale spesso forniti da potenze esterne a una o più parti in lotta. Le guerre civili più impattanti sono quelle in Myanmar e in Sudan, mentre il conflitto armato sub-nazionale più rilevante è quello in Etiopia – si pensi che in Sudan si registra quasi il 24% di tutte le vittime legate a conflitti nell’Africa subsahariana del 2024 e che in Etiopia l’intensità del conflitto è aumentata del 152% (in Niger del 48%); per fortuna, in Burkina Faso (-12%), Mali (-7%), Somalia (-35%) e Sud Sudan (-16%) c’è stata una diminuzione del numero di morti. Il numero di conflitti ad alta intensità (con un numero di vittime compreso tra le 1.000 e le 10.000) è sceso da 20 nel 2023 a 19 nel 2024.
6. Conclusione
L’analisi delle guerre interne dimostra che esse non sono fenomeni isolati, ma che rappresentano una minaccia intrinseca alla sicurezza internazionale. La loro internazionalizzazione ha effetti sia militari che economici, ma soprattutto umanitari: ignorarle ha delle conseguenze. I fattori individuali, come l’avidità e il risentimento, quelli statali, quali le divisioni sociali e la debolezza delle istituzioni, si combinano ai fattori sistemici (il retaggio coloniale e la fine del bipolarismo) con il conseguente innesco di conflitti altamente letali e spesso prolungati. Tuttavia, l’approccio delle Relazioni internazionali fornisce alcune strategie di prevenzione e di risoluzione. Un primo pilastro sul quale intervenire potrebbe essere il rafforzamento istituzionale, investendo nella creazione di Stati stabili che abbiano un governo legittimo in grado di esercitare il monopolio delle risorse di violenza e di fornire i servizi essenziali. Il secondo potrebbe essere il tentativo di garantire uno sviluppo economico più equo, facendo in modo che le disuguaglianze interne agli Stati, come quelle economiche legate allo sfruttamento delle risorse, si riducano. Infine, la cooperazione internazionale mirata, volta a supportare la risoluzione diplomatica dei conflitti e a promuovere la giustizia transizionale fornendo aiuti umanitari in modo efficace e imparziale, seppure non priva da rischi, potrebbe far diminuire la probabilità che si inneschino nuove guerre interne[30].
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017). Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee. Cap. 5.6, p. 200. ↩
- Ruggeri, Andrea (2021). La politica internazionale è geopolitica?. Il Mulino, 2/2021, pp. 188. Virgolettato mio. ↩
- Ho parlato della differenza tra “geopolitica” e “Relazioni internazionali” qui. ↩
- Sulle guerre per procura si veda l’articolo sui tipi di guerre della stessa rubrica. ↩
- Con “Relazioni internazionali” (“R” maiuscola) mi riferisco alla disciplina. Con “relazioni internazionali” (“r” minuscola) intendo le relazioni tra gli Stati. ↩
- Buhaug, Halvard and Kristian Gleditsch (2008) “Contagion or Confusion? Why Conflicts Cluster in Space”, International Studies Quarterly 52 (2): 215-233. ↩
- Maoz, Zeev (1989) “Joining the Club of Nations: Political Development and International Conflict, 1816-1976”, International Studies Quarterly 33 (2): 199-231. ↩
- Walt, Stephen (1996) “Revolution and War”. Ithaca: Cornell University Press. ↩
- Colgan, Jeffrey (2013) “Petro-Aggression: When Oil Causes War”. Cambridge: Cambridge University Press. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017). Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee. Cap. 5.6, p. 202. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017). Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee. Cap. 5.6, p. 202. ↩
- Stoppino, M. (1987) “Potere e teoria politica.”, Milano: Giuffrè. ↩
- Collier, P., Anke, H., and Rohner, D. (2009) “Beyond Greed and Grievance: Feasibility and Civil War”, Oxford Economic Papers 61 (1); 1-27. ↩
- Fearon, James, and David Laitin (2003) “Ethnicity, Insurgency, and Civil War”, American Political Science Review 97 (1): 75-90. ↩
- Collier, P., Anke, H., and Rohner, D. (2009) “Beyond Greed and Grievance: Feasibility and Civil War”, Oxford Economic Papers 61 (1); 1-27. ↩
- Si presti attenzione a non confondere “pulizia etnica” con “genocidio” e “sterminio di massa”. La Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha descritto la pulizia etnica come “la resa di un'area etnicamente omogenea mediante l'uso della forza o dell'intimidazione per rimuovere persone di gruppi dati dall'area” (UN Human Rights Commission, 1994). ↩
- “Genocidio” è un termine legale e molto specifico, introdotto dal giurista Raphael Lemkin nel 1944 per riferirsi allo sterminio degli armeni consumato dall’Impero ottomano nel secolo scorso. La definizione di genocidio completa è all’articolo 2 della Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948): “Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all'integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all'interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.” Significa che anche nel caso in cui il numero di vittime sia pari a zero si potrebbe parlare di genocidio: si pensi ai campi di rieducazione in Cina, ai casi in cui si castrano gli uomini e sterilizzino le donne di un intero gruppo etnico. ↩
- Come nel caso della prima immagine, ma traslato ai gruppi a livello statale. ↩
- Analogamente a quanto accade al livello individuale, questo tipo di fenomeno si può applicare ai gruppi al livello statale. ↩
- Per un approfondimento sulla situazione del Sudan si legga l’articolo di Ambra Nardi pubblicato qui. ↩
- Englebert, Pierre, Stacy Tarango, and Matthew Carter (2002) “Dismemberment and Suffocation. A Contribution to the Debate on African Boundaries”, Comparative Political Studies 35 (10): 1093-1118. ↩
- Acemoglu, Daron and James Robinson (2012) “Why Nations Fail: The Origins of Power. Prosperity, and Poverty”, New York: Crown Business. ↩
- Esempi virtuosi possono essere la Norvegia e il Canada. ↩
- Fearon, James, and David Laitin (2003) “Ethnicity, Insurgency, and Civil War”, American Political Science Review 97 (1): 75-90. ↩
- Sarkees, Meredith Reid, and Frank Wayman (2010) Resort to War: A Data Guide to Inter-State, Extra-State, Intra-State, and Non-State Wars, 1816-2007. Washington: CQ Press. ↩
- Sarkees, Meredith Reid, and Frank Wayman (2010) Resort to War: A Data Guide to Inter-State, Extra-State, Intra-State, and Non-State Wars, 1816-2007. Washington: CQ Press. ↩
- Kalyvas, Stathis and Matthew Kocher (2009) “The Dynamics of Violence in Vietnam: An Analysis of the Hamlet Evaluation System”, Journal of Peace Research 46 (3): 335-355. ↩
- Valentino, Benjamin, Paul Huth, and Dylan Balch-Lindsay (2004), “Draining the Sea: Mass Killing and Guerrilla Warfare”, International Organization 58 (2): 375-407. ↩
- L’articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale (1998), al punto 2b, enuncia: “Per «sterminio» s'intende, in modo particolare, il sottoporre intenzionalmente le persone a condizioni di vita dirette a cagionare la distruzione di parte della popolazione, quali impedire l'accesso al vitto ed alle medicine”. Sterminio di massa si riferisce all'uccisione su larga scala di un numero elevato di persone. Questo termine non implica necessariamente l'intenzione di eliminare un gruppo specifico in base a criteri etnici, religiosi o nazionali, come nel genocidio. ↩
- Questi tre “pilastri” sono una mia personale opinione. ↩


