Elia Emanuele Pizzato col contributo di Andrea Bonet Tur
Una mica de consciència pels turistes arribats als Països Catalans
Quanti di noi sono stati o conoscono qualcuno che, tornato dalle vacanze estive, scopre le meravigliose calette di Mallorca o i fantastici paesaggi e la vita notturna di Eivissa-Ibiza e Formentera, o ancora, ha ammirato l’architettura contemporanea di Calatrava a València, le spiagge di Alacant, o i meravigliosi edifici modernisti di Barcelona.
Eppure, in quasi tutti questi resoconti, manca un elemento fondamentale. Forse l’elemento che si trova alla base di tutti. Che lingua si parla? È sempre e solo tutta cultura spagnola?
In tutti questi luoghi, da Perpignano fino ad Alicante, dall’Aragona alle Isole Baleari – fino ad Alghero in Sardegna –, 10 milioni di persone parlano catalano. Tuttavia, a causa della crescente pressione turistica soprattutto nelle Isole Baleari, dove nel 2025 sono arrivati 19 milioni di turisti a fronte di una popolazione di 1,2 milioni di abitanti, la monocoltura turistica sta avendo l’effetto di scalzare l’identità e la lingua locali a favore di un generale sapore nazionale spagnolo o addirittura, nel caso dell’enorme numero di turisti tedeschi e inglesi, la progressiva espansione dell’inglese in qualità di lingua franca. Come se non bastasse, l’enorme flusso ha generato un fenomeno tanto grottesco quanto rivelatore: a partire dal 2000 il sito balcon.ing compila la classifica annuale dei turisti che finiscono in ospedale o peggio per i celebri balconing, ovvero si lanciano dai balconi. Ormai è persino una tradizione semiseria che scandisce l’inizio dell’estate e della stagione turistica, ma che sottilmente racconta molto il senso di spettacolarizzazione estrema del territorio, ridotto a semplice scenario.
Les conseqüències demogràfiques del turisme a les Balears
L’impatto, tuttavia, non è solo dei turisti che si schiantano a bordo piscina. In primo luogo, il boom del turismo, soprattutto nelle Baleari, ha attirato un gran numero di lavoratori – prevalentemente dall’America Latina e dal resto della Spagna – portando la popolazione residente a raddoppiare da 660.000 persone nel 1983 a 1,2 milioni oggi, di cui 400.000 solo a Palma. Infatti, stando ai dati dell’INE (Instituto Nacional de Estadística), nel 2021 il 38,9% degli intervistati baleari parlava sempre o di frequente il catalano in famiglia, una percentuale riconducibile alla popolazione catalanofona delle origini. Nei luoghi di lavoro, quanti parlano catalano sempre o di frequente rappresentano il 44%. Numeri che inchiodano la lingua d’origine a una posizione minoritaria in una regione dove la tradizione, la cultura, la storia affondano le proprie radici precisamente nella lingua catalana.
La morsa del turismo si stringe anche sull’economia reale e sulla demografia – e quindi sulla lingua e cultura locali. Le Isole Baleari sono state la comunità autonoma che in Spagna ha avuto la minor crescita del PIL negli ultimi vent’anni, a causa dell’occupazione nel settore del turismo a bassissimo valore aggiunto, unito alla produzione industriale ridotta, concentrata sull’isola di Minorca, e alla compressione dell’agricoltura locale. La conseguenza più grave della persistente pressione turistica è rappresentata dalla crisi degli alloggi: con oltre seicentomila locazioni turistiche tra appartamenti e alberghi, concentrate a Mallorca e a Eivissa, gli affitti raggiungono il 136% del salario medio di un lavoratore sotto i 34 anni, tanto che il 28% di giovani isolani delle Baleari è costretto a trasferirsi sul continente o all’estero, un esodo che dal 2009 è triplicato.
«Menys turisme, més vida»
La situazione è diventata tanto satura che il malcontento è esploso in piazza. Il 26 luglio per il terzo anno consecutivo decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Palma sotto la parola d’ordine “Mallorca al límit” (Maiorca al limite), attraversando le zone più turisticizzate della città fino a Plaça d’Espanya davanti alla cattedrale maiorchina. I manifestanti denunciano come i giganteschi flussi turistici alle Baleari rendano sempre più difficile ai locali poter vivere normalmente nella propria terra d’origine, e come le infrastrutture – trasporti pubblici, traffico stradale, sistema fognario e idrico, persino la rete elettrica – ormai siano saturate dal numero massivo di turisti. Tutti i cartelli, i discorsi e gli slogan della protesta erano in catalano. La lingua è tornata a essere simultaneamente mezzo e fine della resistenza collettiva che prova a invertire la rotta.
Il problema oggi non è solo regolamentare o ridurre i flussi turistici, o convertirsi en masse al turismo di lusso, è invece capire se le Baleari riusciranno a sottrarsi all’eccessivo successo turistico, che ha trasformato comunità e paesi in parchi a tema e spiagge instagrammabili. La sfida sta nell’immaginare e creare un futuro in cui il turismo sia solo una parte dell’economia, e che non rappresenti per gli abitanti locali la tagliola di una scelta obbligata tra servire ai tavoli o l’esilio.
Què podem fer? Un comentari de Andrea Bonet Tur, eivissenca
“La Spagna e le Isole Baleari hanno bisogno del turismo, che dovrebbe però svilupparsi in modo controllato e regolato così da impedire che coloro che vivono sulle isole ne risultino danneggiati.
Una delle priorità deve essere proteggere l’accesso alla casa. Combattere con maggior fermezza gli affitti turistici illegali aiuterebbe a evitare che alloggi destinati a uso residenziale spariscano dal mercato; sarebbe inoltre necessario spingere per avere a disposizione case pubbliche e accessibili per i residenti, oltre a prevedere degli alloggi degni e a prezzi ragionevoli per le persone che si spostano sulle isole per lavorare durante la stagione turistica.
Se queste premesse si concretizzassero, molti residenti che oggi si vedono obbligati ad abbandonare le isole a causa del costo degli alloggi potrebbero invece restare. Ciò potrebbe inoltre aiutare a ridurre, almeno parzialmente, la necessità di ricorrere ogni stagione a così tanta manodopera da fuori le Baleari. Non si tratta di rifiutare i lavoratori, ma di chiederci perché una parte della popolazione locale non può permettersi di rimanere nella propria terra.
Un’altra delle grandi preoccupazioni degli ibizenchi (e, oserei dire, della popolazione baleare) è lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali e il degrado delle isole provocato, tra altri fattori, dal turismo massivo.
Un esempio particolarmente preoccupante è la degradazione della Poseidonia oceanica, una pianta marina endemica del Mediterraneo ed essenziale per i nostri ecosistemi. La posidonia sostiene la biodiversità, produce ossigeno, immagazzina grandi quantità di anidride carbonica, mantiene intatta la trasparenza dell’acqua e aiuta a proteggere le spiagge dall’erosione. Purtroppo invece viene danneggiata dagli ormeggi e dalle ancore delle barche, dall’inquinamento delle acque, dagli scarichi fognari, dall’eccesso di nutrienti, dall’edilizia costiera e dall’accumulo di rifiuti.
A ciò si aggiungono altri problemi, come gli scarichi di acque reflue, gli scarichi da parte delle imbarcazioni e la spazzatura abbandonata sia nelle spiagge quanto nel mare. Benché questo non sia responsabilità esclusiva del turismo, l’enorme aumento di popolazione e attività durante i mesi estivi incrementa la pressione sui sistemi di depurazione, e sui litorali e le risorse naturali delle isole.
Ad ogni modo, eliminare il turismo delle Isole Baleari non sarebbe comunque una soluzione realista. La nostra economia e gran parte dell’occupazione dipendono direttamente o indirettamente da quest’attività. Inoltre, il turismo ha un peso considerevole in Spagna.
Perciò, considero che l’obiettivo non dovrebbe essere sradicare il turismo, ma trasformare il modello attuale. Abbiamo bisogno di misure che limitino la massificazione, che contrastino in modo efficace l’offerta turistica illegale, proteggano l’accesso dei residenti alla casa e obblighino visitatori e imprese a rispettare la nostra cultura, le nostre risorse e la biodiversità delle isole. Il benessere della popolazione locale deve essere sempre una priorità, senza rinunciare a un turismo sostenibile, responsabile e compatibile con la vita nelle Baleari.”


