Premessa: perché questo articolo?
Ho deciso di scrivere un articolo che applichi i concetti manualistici della Scienza politica con l’obiettivo di individuare le cause che potrebbero portare a un cambio di regime in Russia. Per l’articolo utilizzerò alcuni modelli della Scienza politica pura. Escluderò dall’analisi, per semplicità, i fattori psicologici (la personalità dei leader, gli effetti della propaganda dei media sugli individui, i bias, ecc.), sociologici (il conformismo, la spirale del silenzio, i gruppi, la comunicazione, ecc.), economici (ridotti al minimo), antropologici, giuridici, filosofici e criminologici. Restringerò il campo alla politica interna: non trascurerò le Relazioni internazionali, ma tenderò a considerare la politica (struttura e processo) interna alla Federazione russa come variabile prevalente. Escluderò la teoria del selettorato: sarebbe troppo complessa per un articolo divulgativo. Non cercherò in alcun modo di prevedere il futuro. In Scienza politica la parola “regime” non ha un’accezione negativa. Essa fa semplicemente riferimento al modo in cui è gestito il potere: un regime può essere democratico, un altro totalitario; altri autoritari.
Al tempo della sua pubblicazione (2020), la Russia era per V-Dem un’autocrazia elettorale, cioè un regime nel quale si tengono elezioni multipartitiche ma prive dei requisiti minimi di libertà, equità e pluralismo. Tuttavia, oggi (2026) viene classificata come una autocrazia chiusa. Questo passaggio è il risultato del progressivo azzeramento dello spazio di competizione elettorale reale, della repressione sistematica del dissenso politico, nonché del controllo totale esercitato sull’informazione e sui media.
Il “superpresidenzialismo” e l’architettura della struttura politica
“Nella politica di corte il consenso che conta, alla fine, è quello del sovrano; ma le scelte del sovrano, a loro volta, non sono fatte a capriccio, e vengono solitamente influenzate dalle richieste e dalle pressioni di gruppi sociali più o meno ristretti (come, ad esempio, varie frazioni dell’aristocrazia, chiese o gruppi religiosi, ecc.,) della cui collaborazione il monarca non può fare a meno” (Stoppino, 2001: 374).
L’elemento centrale della struttura russa è costituito da un potere politico fortemente stabilizzato e concentrato nella figura del capo dello Stato: Putin. Questo modello è definito dalla politologa Mara Morini[1] “superpresidenzialismo”. La Carta costituzionale del 1993 ha infatti istituito una forma di governo formale che assegna al presidente il ruolo di capo dello Stato e di garante della Costituzione, dotandolo anche di prerogative eccezionali. Il presidente determina gli indirizzi fondamentali della politica interna ed estera, coordina le interazioni tra le agenzie statali e dispone del controllo diretto sui c.d. “ministeri del potere”, quali la Difesa, gli Affari esteri, gli Interni e la Giustizia. Naturalmente, la Costituzione è stata più volte modificata da Putin a proprio vantaggio. Questa immensa concentrazione di autorità formale è integrata e rafforzata da una fitta rete di rapporti informali e da strutture para-costituzionali che hanno consolidato il potere verso l’organo monocratico. Nell’esercizio delle sue funzioni, il presidente è affiancato dall’amministrazione presidenziale: un apparato burocratico composto da oltre tremila funzionari. Tale struttura supporta la supervisione e l’implementazione delle decisioni esecutive e opera come un centro di potere autonomo, privo di una rigida regolamentazione scritta.
La base sociale e istituzionale del regime poggia su questa costellazione stabile di poteri politicamente influenti[2] che collaborano con la presidenza. Sotto la guida di Putin, il sistema politico ha subito una trasformazione radicale rispetto all’epoca di Boris El’cin (1991-1999).
Prima di tutto, dall’anarchia istituzionale e dal pluralismo neopatrimoniale degli anni Novanta, in cui molteplici gruppi oligarchici e i poteri regionali competevano in modo orizzontale condizionando il presidente, si è passati con Putin a una struttura piramidale centralizzata; inoltre, i detentori delle risorse strategiche materiali e ideali (risorse economiche, coercitive, e simboliche) sono stati inseriti in una macchina politica su scala statale, nella quale l’accesso ai benefici economici e di carriera è strettamente subordinato al principio di lealtà assoluta nei confronti del capo dello Stato.
Il gruppo dirigente dominante è costituito in larga parte dai siloviki, cioè ufficiali provenienti dai servizi di intelligence, dall’apparato militare e dall’Agenzia federale della sicurezza (FSB), che condividono una visione incentrata sullo Stato forte e sul controllo dell’ordine sociale[3].
Come evidenziato dal testo di Stoppino (2001), il potere di governo, pur essendo l’elemento centrale di ogni sistema politico, si inserisce in una fitta rete di altri rapporti di potere che, pur non essendo propriamente istituzionali o “politici”, sono politicamente rilevanti, poiché influiscono in modo significativo sullo stesso potere di governo. Nella struttura russa, questa rete esterna al nucleo sovrano è composta da due categorie distinte di attori:
- I poteri politicamente influenti. Sono costituiti da quei detentori di risorse strategiche stabili (grandi oligarchi industriali, vertici delle aziende di Stato come Gazprom o Rosneft, leader religiosi e governatori regionali) che non esercitano direttamente il potere di governo, ma partecipano in modo continuativo al processo politico attraverso lo scambio o la minaccia implicita di reazioni eversive. Sotto la guida di Putin, questi poteri sono stati subordinati a una struttura piramidale centralizzata. L’accesso ai benefici economici e di carriera è condizionato al principio di lealtà assoluta nei confronti del capo dello Stato, trasformando la loro influenza potenziale in un sostegno strutturale al regime, tramite un meccanismo di remunerazione (la lealtà a Putin in cambio di potere politico e di potere economico) e punizione (la mancata lealtà comporta, oltre alla perdita del potere, anche dei meccanismi punitivi: il carcere, la morte);
- I poteri minimi politicamente rilevanti. Rappresentano la base più ampia e atomizzata del sistema, formata da attori locali, micro-organizzazioni, burocrazie periferiche e ceti sociali intermedi che dispongono di risorse minime o frammentate. Pur non avendo la capacità di orientare le grandi decisioni sovrane o di avviare una contrattazione diretta con l’amministrazione presidenziale, essi mantengono una rilevanza politica fondamentale: la loro obbedienza abituale, il conformismo e la sottomissione passiva garantiscono la riproduzione quotidiana della struttura e impediscono l’emergere di attriti nel “processo politico normale”.
I meccanismi del “processo politico normale” e il ruolo delle istituzioni
Il “processo politico normale” determina chi governa e quali decisioni sostantive vengono assunte: si incanala nella struttura politica senza modificarla[4]. Nella Russia contemporanea, le istituzioni formali che nelle democrazie occidentali esercitano funzioni di rappresentanza e controllo hanno assunto un ruolo meramente esecutivo e di facciata, finalizzato alla legittimazione del potere centrale[5].
Il Parlamento russo, l’Assemblea federale, è stato progressivamente reso politicamente impotente già prima del 2022. La Duma di Stato è controllata in modo egemonico da Russia unita, il partito del potere creato nel 2001 per blindare l’agenda presidenziale ed eliminare ogni forma di ostruzionismo legislativo. Russia unita opera sia come uno strumento di cooptazione delle élite regionali (assorbe gli avversari nel proprio gruppo per non farsi togliere il comando, spesso senza passare per le elezioni) sia come un meccanismo di controllo della disciplina interna (per bloccare il dissenso). I deputati sono subordinati alla volontà del Cremlino e la produzione legislativa si è trasformata in una fusione dei poteri: la quasi totalità delle leggi adottate dalla Duma (potere legislativo) viene firmata dal presidente (potere esecutivo) senza una reale discussione politica. Parimenti, il Consiglio della Federazione (la Camera alta del Parlamento russo) è stato trasformato in un mero organo di ratifica composto da membri suggeriti dall’amministrazione presidenziale, escludendo di fatto l’autonomia locale.
Nel contesto del sistema politico russo, il partito Russia unita opera come una struttura burocratica centrale finalizzata alla cooptazione delle élite regionali e all’annullamento della concorrenza politica. I governatori, i sindaci e i leader economici locali detengono un forte potere sul proprio territorio, sia a livello economico sia a livello d’influenza sociale; il Cremlino evita lo scontro diretto con questi soggetti e impone loro l’ingresso nel partito di governo. Si realizza così, seguendo Stoppino, uno scambio politico in base al quale i leader locali ottengono la salvaguardia delle proprie cariche e dei propri patrimoni, mentre il centro riceve in cambio un’assoluta fedeltà e il controllo dei voti locali, neutralizzando sul nascere ogni potenziale opposizione territoriale o candidatura autonoma[6]. Una volta inseriti all’interno di questa struttura, i membri delle élite e i legislatori sono sottoposti a un rigido meccanismo di controllo e di disciplina interna che ricalca un modello di comando militare.
All’interno della Duma di Stato e dei Parlamenti regionali, i deputati hanno l’obbligo tassativo di esprimere un voto di blocco compatto a favore di ogni disegno di legge governativo o presidenziale, escludendo qualsiasi forma di ostruzionismo, astensione o iniziativa legislativa autonoma. La mancanza di disciplina o il tentativo di rallentare i lavori parlamentari comportano l’immediata espulsione dal partito, la perdita del seggio e l’interruzione della protezione economica sui territori di provenienza, trasformando i rappresentanti in esecutori privi di autonomia decisionale (barattata in cambio di “remunerazione”), data dai benefici economici e di status.
Le competizioni elettorali in Russia, approfondite in un articolo dedicato, non costituiscono più uno strumento di alternanza al potere, ma rappresentano il momento principale nel quale si riafferma la legittimità[7] del leader del paese[8]. Il processo elettorale è capillarmente gestito attraverso l’uso sistematico delle risorse amministrative, il controllo monopolistico dei mass media deferenti al potere e l’imposizione di barriere burocratiche invalicabili per la registrazione delle candidature ostili.
L’opposizione politica (Morini, 2020) è divisa in due. Da un lato abbiamo l’opposizione sistemica, composta da formazioni autorizzate dal Cremlino quali il Partito comunista e il Partito liberaldemocratico, che contestano le singole misure governative ma non mettono mai in discussione la natura del sistema politico. Offrono quindi un sostegno regolare e stabile alle decisioni strategiche del presidente, all’interno della legalità del sistema istituzionale. Dall’altro lato abbiamo l’opposizione anti-sistema, guidata da movimenti al di fuori del Parlamento. Questa subisce una costante esclusione dal processo politico formale e viene colpita da severe sanzioni amministrative e penali. La mobilitazione della società civile è ulteriormente limitata da restrizioni normative rigide, come la legislazione sulle organizzazioni non-governative straniere[9], utilizzata per etichettare e neutralizzare le associazioni indipendenti.
Al di là dello scenario descritto da Morini nel 2020, si noti che dall’inizio dell’invasione nel 2022 la situazione è peggiorata: le leggi vengono ulteriormente inasprite e gli oppositori (come Naval’nyj) vengono incarcerati e/o uccisi, se non proprio esclusi dalla competizione elettorale.
Le condizioni teoriche per una transizione e un cambio di regime: una premessa
La letteratura politologica sulla transizione democratica evidenzia che l’uscita da un regime autoritario e l’avvio di un percorso costituente seguono prevalentemente due dinamiche idealtipiche, governate da logiche strategiche distinte. Da un lato, si colloca la transizione “dal basso”, innescata dalla mobilitazione di massa e dalle proteste civili, interpretabile attraverso gli strumenti della teoria dell’azione collettiva, in cui la sfida consiste nel superamento del problema del free-riding e dei costi della repressione. Dall’altro lato, si articola la transizione “dall’alto”, frutto di patti, fratture intestine o calcoli strategici all’interno dell’élite al potere; questo percorso vede spesso i riformatori autoritari tentare aperture controllate che evolvono in una democratizzazione piena a causa di errori di stima, asimmetrie informative o dinamiche di contrattazione con le opposizioni moderate, secondo schemi formalizzabili tramite la teoria dei giochi. Nella prassi storica, i processi di democratizzazione non si esauriscono mai in una dicotomia netta (alto-basso), ma rappresentano l’interazione continua tra la pressione esercitata dalle piazze e le decisioni tattiche dei vertici istituzionali.
Al fine di garantire la massima chiarezza espositiva, la trattazione sarà dedicata all’analisi degli esiti politici e delle condizioni di successo del mutamento di regime, mentre le sezioni di approfondimento ospiteranno l’analisi tecnica e la formalizzazione dei rispettivi modelli teorici.
Le condizioni teoriche per una transizione e un cambio di regime: le transizioni del basso e il problema dell’azione collettiva
Per approfondire il problema dell’azione collettiva
Una transizione democratica dal basso si realizza nel momento in cui la popolazione civile si mobilita in modo spontaneo attraverso rivolte di massa, scardinando l’ordine costituito di un regime dittatoriale per instaurare un sistema pluralista. L’analisi di tali mutamenti epocali si scontra tuttavia con il problema dell’azione collettiva, teorizzato da Mancur Olson, il quale evidenzia come la democrazia sia un bene pubblico non escludibile e non rivale. Poiché il singolo individuo constata che il proprio contributo non è quasi mai determinante per l’esito finale della protesta, sorge una forte tendenza all'astensionismo opportunistico, finalizzato a beneficiare del nuovo assetto politico senza subire i gravosi costi personali o i rischi di ritorsione legati alla partecipazione. Questo fenomeno di cooperazione mancata spiega la ragione per cui le manifestazioni di dissenso risultino storicamente infrequenti e i sistemi autoritari riescano a mostrare una prolungata e apparente solidità istituzionale.
Qui rilevano tutti i fenomeni sociologici e psicologici che impediscono alle persone di manifestare liberamente il proprio pensiero: tribunale sociale, paura di ritorsione, conformismo, ecc.. Per comprendere la repentina destrutturazione di questi regimi si ricorre ai modelli di ribaltamento o di soglia, i quali chiariscono come l’azione umana calcolata possa innescare dinamiche rivoluzionarie improvvise e imprevedibili. In un contesto autocratico, i cittadini tendono sistematicamente a ricorrere alla dissimulazione delle preferenze, manifestando un fittizio consenso esteriore per preservare la propria incolumità e celando il reale grado di opposizione interna. Ciascun soggetto possiede però una propria soglia rivoluzionaria, definita come la quantità minima di partecipanti necessaria affinché egli decida di manifestare apertamente il proprio dissenso.
Mutamenti esogeni o riforme strutturali possono comprimere tali soglie individuali; nel momento in cui la riduzione tocca un numero critico di persone, l’ingresso di un singolo manifestante è in grado di attivare una reazione a catena informativa e comportamentale. Questo effetto domino genera una cascata rivoluzionaria che amplifica rapidamente l'adesione popolare, riducendo i costi della protesta e determinando il repentino crollo del regime.
“[...] nella competizione politica è sempre di importanza primaria il sostegno delle forze sociali che hanno una elevata capacità di condizionare e di influenzare il potere di governo; cioè il sostegno, in primo luogo e quantomeno, dei gruppi [...] dirigenti” (Stoppino, 2001: 373).
Una transizione dal basso si verifica quando la popolazione si solleva collettivamente per rovesciare un regime attraverso una rivoluzione popolare. Non è comunque scontato che il cambio di regime sia in positivo[10]: da non-democratico a democratico. Storicamente, questi eventi appaiono rari poiché i regimi non-democratici dimostrano una notevole stabilità dovuta al problema del free-rider dell’azione collettiva (cioè dell’“opportunista”): la maggior parte delle persone beneficia di un bene pubblico senza contribuire alla sua produzione. Poiché la democrazia e il mutamento di regime possiedono le caratteristiche di un bene pubblico[11], i singoli cittadini mancano di incentivi razionali a partecipare attivamente alle proteste. Ciascun individuo sperimenta che il proprio contributo personale difficilmente risulterà decisivo per il successo complessivo, mentre i costi della partecipazione, legati alla repressione statale e al rischio della propria incolumità, sono certi ed elevati (morte, incarcerazione, mutilazione, perdita del lavoro, ecc.). Di conseguenza, la decisione di astenersi per evitare i costi risulta l’opzione individualmente più attraente, intrappolando così il sistema in un equilibrio nel quale la maggioranza dissimula le proprie preferenze reali e si adegua passivamente all’autorità. Per esempio, un cittadino può essere contrario al regime e desiderare la democrazia, ma tale aspirazione rimarrà confinata all’interno delle mura domestiche: in pubblico, per paura di dover affrontare il costo delle sue azioni, continuerà a dimostrarsi un fervente sostenitore del regime.
Affinché si verifichi un ribaltamento dal basso, è necessaria quindi la convergenza di mutamenti anche minimi nelle preferenze intrinseche o nelle percezioni di utilità della popolazione. Qui, il cittadino non ha più paura dei costi perché sono talmente tanto elevati da giustificare l’atto rivoluzionario (per esempio, perché i propri figli vengono mandati in guerra e già rischiano la morte: “tanto vale rischiarla anche io”). Secondo questi modelli, quando la disaffezione supera una data soglia critica si attiva un effetto-domino in cui la partecipazione iniziale di piccoli gruppi di opposizione riduce progressivamente il costo percepito della protesta per gli altri individui. Questo dinamismo trasforma rapidamente i cittadini che restavano in silenzio in contestatori rivoluzionari, cogliendo di sorpresa il regime. Questo tipo di modelli spiega, ad esempio, perché i regimi comunisti dell’Europa orientale ebbero un così rapido successo nel 1989.
Resta da vedere se la repressione sempre più dura – la riduzione delle materie prime causata dagli attacchi ucraini a partire dal 2026 e i limiti anche all’utilizzo di Telegram – siano sufficienti a innescare l’effetto-domino.
Le condizioni teoriche per una transizione e un cambio di regime: le transizioni dall’alto
Per approfondire le transizioni dall’alto
Una transizione democratica dall’alto si realizza quando l’élite al potere in un regime autoritario decide autonomamente di introdurre riforme di liberalizzazione, come l’apertura a nuovi partiti o l’indizione di elezioni. Spesso l’obiettivo reale dei leader riformisti non è l’instaurazione di un sistema pluralista, bensì la creazione di una “dittatura allargata” in cui l’opposizione viene cooptata o divisa per consolidare la stabilità dello stesso governo autoritario.
In un contesto di informazione completa, l’interazione strategica tra governanti e oppositori impedisce lo sblocco democratico: se i dissidenti sono percepiti come deboli, essi accettano i limitati spazi concessi per evitare la repressione, mentre se sono considerati forti, i leader evitano qualsiasi apertura per mantenere inalterato lo status quo. Il passaggio effettivo alla democrazia diventa possibile solo in presenza di informazione incompleta e asimmetrica, configurandosi di fatto come l’esito di un errore di calcolo strategico da parte dei detentori del potere. Significa che i gruppi al potere si illudono di avere a loro disposizione le informazioni necessarie per non sbagliare e la capacità di analizzarle: prima o poi sbagliano e finiscono per far crollare il regime. Poiché i cittadini in regime dittatoriale tendono a dissimulare le proprie preferenze, l’élite non è in grado di conoscere l’effettivo radicamento della Resistenza.
Di conseguenza, i riformisti possono avviare la liberalizzazione nell’errata convinzione di confrontarsi con un’opposizione debole e facilmente controllabile. Nel momento in cui lo spazio politico viene aperto, se l’opposizione si rivela invece forte e si mobilita capillarmente, la minaccia di un’insurrezione fallimentare spinge i leader a cedere alle richieste della piazza, trasformando l’iniziale concessione controllata in una transizione democratica completa.
Una transizione dall’alto emerge da una spaccatura interna all’élite autoritaria, tipicamente innescata da un forte peggioramento delle condizioni economiche o da pressioni internazionali. Di fronte alla crisi dello status quo, l’ala riformista sale alla ribalta e sceglie di avviare un’apertura controllata dello spazio politico. L’obiettivo strategico dei riformisti, però, è semplicemente la frammentazione delle forze di opposizione all’interno di istituzioni modificate. In altre parole, non si vuole cambiare il regime, ma tenerlo in vita tentando di “istituzionalizzare” l’opposizione: è un atto conservatore. I modelli basati sulla teoria dei giochi dimostrano che il processo di liberalizzazione è intrinsecamente instabile e conduce alla democrazia solo in presenza di un errore di calcolo da parte degli attori autoritari. Se i riformisti introducono delle riforme credendo erroneamente che l’opposizione sia debole, quest’ultima può sfruttare i nuovi spazi di libertà per mobilitarsi massicciamente. A quel punto, l’élite si trova dinanzi alla scelta tra l’uso della forza per restaurare il regime autoritario o l’accettazione del cambio di regime. Questo è il caso della Polonia nel 1989, quando il regime comunista aprì la competizione elettorale convinta di vincere facilmente: fu invece il momento della sua fine.
La stabilità del sistema putiniano e i nodi della guerra in Ucraina
Applicando i parametri della Scienza politica al contesto putiniano, sembrano emergere alcune condizioni (quelle più probabili) che governano la stabilità del regime e la potenziale fine dell’invasione dell’Ucraina. La condotta della politica estera russa risponde a una logica realista (come teoria delle Relazioni internazionali) incentrata sulla sicurezza nazionale e sulla prevenzione dello Stato “forte”: la percezione della “espansione” della NATO nello spazio post-sovietico come una minaccia strategica diretta. La questione ucraina rappresenta il punto centrale di questa collisione valoriale.
La fine della guerra in Ucraina e/o un mutamento politico interno in Russia risultano subordinati alla combinazione di almeno tre fattori strutturali.
Il primo è il rendimento economico e il benessere della classe diretta[12]. La popolarità e il consenso diffuso verso il modello illiberale di Putin si fondano sulla capacità del governo di garantire la stabilità economica, l’erogazione dei servizi di welfare e la protezione dei consumi rispetto ai livelli di povertà. Sebbene le risorse energetiche abbiano storicamente garantito ampi surplus fiscali, l’effetto prolungato delle sanzioni internazionali e della stagnazione economica rappresenterebbe la principale minaccia interna. Una contrazione dei redditi reali tale da colpire significamente il benessere quotidiano dei cittadini potrebbe intaccare la tolleranza sociale verso l’accentramento del potere, indebolendo così il conformismo passivo e creando le premesse per superare il problema dell’azione collettiva.
Il secondo è la gestione della coesione dell’élite e la gestione informale. Il “superpresidenzialismo” russo operava già nel 2020 in modo efficace. Ciò permane finché il presidente esercita con successo la funzione di “distributore delle risorse”. Questo, bilanciando le rivalità interne tra le diverse reti patrimoniali e burocratiche e distribuendo incentivi materiali significativi in cambio di lealtà. Una frammentazione dell’élite costituisce il pericolo più severo per la stabilità del regime, come confermano i precedenti storici sovietici ed eltciniani. Qualora i costi economici del conflitto o l’isolamento internazionale minacciassero in modo permanente le posizioni di potere e le rendite delle corporazioni statali e dei siloviki, potrebbero emergere crepe strutturali tra conservatori e potenziali riformisti. Tale scenario attiverebbe la possibilità di un processo costituente “dall’alto” o di un errore strategico nella gestione della transizione.
Qui è particolarmente importante evidenziare il ruolo dei “fedelissimi”, gli oligarchi: a loro deve essere garantito il potere economico (remunerazione tramite il monopolio delle risorse); se crolla, la defezione è più probabile – ma l’esito potrebbe essere la sostituzione di un autocrate con un altro. Un tentativo fallito di “cospirazione” è quello di Prigožin del 2023.
In ogni caso, il paradigma della pura razionalità economica applicato per l’interpretazione della condotta dell’apparato amministrativo russo è insufficiente se non ci considera il contesto. La persistenza del potere e la disciplina burocratica traggono linfa sia dalla contabilità dei privilegi materiali immediati sia da una secolare memoria di subordinazione all’autorità centrale, radicata ben prima delle odierne tecniche di persuasione ideologica. All’interno della burocrazia ministeriale e periferica, la percezione della convenienza individuale cede il passo dinanzi al timore del vuoto di potere. Lo spettro del disordine sistemico e il trauma storico della disgregazione dello Stato agiscono quale collante istituzionale autonomo. I funzionari e i quadri intermedi considerano la preservazione dell’ordine autocratico l’unico argine all’anarchia, e subordinano il calcolo dei costi personali alla salvaguardia dell’integrità del comando sovrano. In questo orizzonte mentale, la deferenza verso il Cremlino si trasforma in un riflesso di conservazione collettiva che prescinde dalle fluttuazioni del benessere economico, e paralizza sul nascere qualsiasi velleità di defezione o di dissenso interno.
Il terzo è la gestione della politica informale e della legalità. Il modus operandi del sistema poggia su una combinazione strutturata di regole formali e di pratiche semi-legali basate su reti personali, tangenti e accordi clientelari. Questo equilibrio neopatrimoniale si dimostra estremamente resiliente poiché lega indissolubilmente il destino economico della classe dirigente a quello del Cremlino. Per esempio, in Italia i principali gruppi industriali sopravvivono ogni qualvolta cambia il governo: in Russia è così? No. Un mutamento di regime richiederebbe una disarticolazione di questa macchina centralizzata, che al momento controlla rigidamente i regimi politici locali e l’allocazione del budget federale per premiare la deferenza della periferia verso il centro.
I limiti dell'analisi si strutturano su più livelli metodologici ed espositivi, derivanti dalle scelte di semplificazione e dai vincoli teorici imposti nella premessa dell’articolo.
Il primo limite è l’esclusione delle variabili psicologiche, sociologiche e comportamentali a livello individuale e di gruppo. La scelta di escludere l’analisi della propaganda, dei media, del conformismo, della spirale del silenzio e dei bias cognitivi impedisce di comprendere appieno i meccanismi micro-fondati che determinano la tolleranza sociale e la sottomissione passiva. I modelli politologici puri, come la teoria dell’azione collettiva e i modelli di soglia, presuppongono attori che compiono calcoli di utilità razionale basati sui costi e sui benefici percepiti. Nella realtà dei regimi autocratici chiusi, la manipolazione dell’informazione e i processi di indottrinamento (in accordo con Stoppino) alterano la percezione stessa della realtà da parte dei cittadini, rendendo l’ipotesi di pura razionalità strategica un’approssimazione parziale che potrebbe non riflettere l’effettivo comportamento delle masse in caso di crisi.
Il secondo limite risiede nell’omissione della teoria del selettorato di Bueno de Mesquita, Smith, Siverson e Morrow. Questa rinuncia, che motivo dall’esigenza di mantenere un taglio divulgativo, priva l’analisi di uno strumento formalizzato per misurare con precisione le relazioni quantitative tra il leader, il selettorato (coloro che selezionano il leader) e la coalizione vincente (il sottoinsieme del selettorato il cui appoggio è indispensabile per mantenere il potere). Tra l’altro, anche per il ricercatore più esperto sarebbe quasi impossibile reperire tali informazioni in modo affidabile. All’interno del sistema russo, l’identificazione esatta delle dimensioni della coalizione vincente, composta da segmenti specifici dei siloviki e degli oligarchi legati alle aziende di Stato, avrebbe permesso di formalizzare i tassi di remunerazione necessari a prevenire le defezioni, offrendo una base matematica e meno descrittiva alla tesi della vulnerabilità dell’élite.
Il terzo limite attiene alla prevalenza causale assegnata alla politica interna rispetto alle dinamiche sistemiche internazionali. Considerare i processi endogeni alla Federazione russa come variabile indipendente principale rischia di sottostimare l’impatto di mutamenti nella politica internazionale, quindi esogeni. Sebbene la logica realista venga menzionata in relazione alla percezione della minaccia della NATO (cioè il modo in cui Putin concepisce le relazioni tra gli Stati), l’analisi non integra i modelli di interdipendenza economica globale o le dinamiche di alleanza strategica asimmetrica, ad esempio con la Cina. Tali fattori esterni condizionano direttamente la resilienza economica del Cremlino e la sua capacità di raccogliere surplus fiscali, agendo come catalizzatori o freni per l’attivazione delle crisi interne descritte nel testo.
| Categoria del limite | Descrizione | Conseguenza | Modello o autore di riferimento escluso/penalizzato |
| Variabili psicologiche, sociologiche e comportamentali | Esclusione dei condizionamenti della propaganda, del controllo dei media, delle dinamiche di conformismo, della spirale del silenzio e dei bias cognitivi individuali e collettivi | Impedisce la comprensione dei meccanismi micro-fondati della tolleranza sociale. L’ipotesi di razionalità strategica (costi-benefici) diventa un’approssimazione parziale, poiché l’indottrinamento altera la percezione della realtà dei cittadini | Spirale del silenzio, conformismo, manipolazione, ecc. |
| Struttura formale delle coalizioni di potere | Omissione della misurazione quantitativa dei rapporti tra il leader, la base dei selezionatori e il gruppo ristretto di supporto indispensabile al mantenimento del potere, data anche l’irreperibilità di dati affidabili | Priva lo studio di una base matematica per formalizzare i tassi di remunerazione necessari a prevenire le defezioni di siloviki e grandi oligarchi, riducendo la spiegazione della vulnerabilità dell’élite a una descrizione qualitativa | Teoria del selettorato (Bueno de Mesquita, Smith, Siverson e Morrow) |
| Dimensione sistemica internazionale | Assegnazione della prevalenza causale ai fattori endogeni di politica interna, considerando le dinamiche internazionali come variabili secondarie o limitate alla percezione soggettiva del leader | Sottostima l’impatto dei mutamenti esogeni globali. Non integrando i vincoli dell’interdipendenza economica e delle alleanze asimmetriche (es. con la Cina), non si coglie come questi fattori esterni frenino o attivino le crisi fiscali interne | Teoria dell’interdipendenza economica globale e approccio realista delle Relazioni internazionali (ridotto alla sola percezione putiniana della minaccia NATO) |




