“Fino a oggi lo scopo principale di tutto l’apparato militare è stato quello di vincere le guerre. Da oggi in poi lo scopo principale è quello di evitarle. Non può avere altro scopo più sensato”
(Brodie, B. (1946), “The absolute weapon”, New York: Harcourt Brace, p. 76).
1. Introduzione
Era lunedì 16 luglio 1945, alle h. 05:29, quando ad Alamogordo gli Stati Uniti detonarono un tipo di ordigno destinato a cambiare il mondo. Quella bomba nucleare, frutto del progetto Manhattan, rilasciò tanta energia quante 19.000 tonnellate di tritolo. Rhodes (1986)[1] ritiene che il test Trinity, così venne chiamato, fu l’inizio di una nuova era tecnologica e militare, le cui conseguenze nella politica internazionale sarebbero state senza precedenti. Meno di un mese dopo, il 6 e il 9 agosto 1945, un bombardiere B-29 americano sganciò prima little boy su Hiroshima, ferendo 70.000 persone e uccidendone circa 80.000, e dopo fat man su Nagasaki, ferendo 40.000 persone e uccidendone altre 40.000: il Giappone si arrese e così si concluse la Seconda guerra mondiale. Il monopolio americano, tuttavia, durò ben poco: nel 1949, anche l’Unione sovietica si dotò delle armi nucleari che, da quel momento, diventarono un aspetto fondamentale della storia delle relazioni internazionali, generando conflitti e, al contempo, alimentando la logica della deterrenza; per questo motivo, è importante conoscere quali sono le principali dottrine e in quale modo, fino a oggi, esse hanno evitato lo scontro diretto tra le superpotenze[2]. Inoltre, nel 1952 gli Stati Uniti perfezionarono un nuovo ordigno, la bomba termonucleare o “bomba H”, che era quasi tre ordini di grandezza più distruttiva della bomba esplosa nel 1945.
Similmente alle armi chimiche, a quelle batteriologiche e, più di recente, a quelle informatiche, le armi nucleari fanno parte di quelle che vengono definite “armi di distruzione di massa”. Tutte hanno in comune il fatto di essere in grado di causare un numero molto elevato di vittime già nel caso di un singolo utilizzo.
2.1. Le armi nucleari: l’utilizzo
Il “gruppo di Stati in possesso (reale o ipotizzato) di armi nucleari” costituisce il club nucleare (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 420)[3]. Secondo le stime del “SIPRI Yearbook 2025 – Armaments, Disarmament and International Security”, a possedere le 12.241 testate nucleari globali, di cui 9.614 operative, sono nove Stati. In ordine decrescente, il paese con il maggior numero di testate nucleari sarebbe la Russia con 5.459, seguita dagli Stati Uniti con 5.177. A seguire, troviamo la Cina (600), la Francia (290), il Regno Unito (225), l’India (180), il Pakistan (170), Israele (90) e, infine, la Corea del Nord (50). Tuttavia, questi dati sono solo indicativi: da un lato, gli Stati che detengono (realmente o presumibilmente) capacità nucleari, hanno ragione di nascondere la reale grandezza del loro arsenale; dall’altro, non è semplicemente la quantità di armi a essere rilevante, ma anche il modo in cui sono manutenute, la loro potenza e la capacità di utilizzarle.
Schwartz (1998)[4] sintetizza il modo in cui questi ordigni possono essere sganciati: da postazioni terrestri, da aerei e da navi. Per esempio, i bombardieri stealth, ovvero velivoli con un’autonomia di circa 10.000 chilometri e che sfruttano una particolare tecnologia che li rende invisibili ai radar nonostante le dimensioni, sono molto efficaci. Inoltre, in pochi minuti, i missili balistici intercontinentali (ICBMs) sono in grado di rilasciare testate nucleari manovrabili indipendentemente l’una dall’altra; i missili balistici possono anche essere lanciati dai sottomarini (SLBMs). Anche i missili da crociera sono in grado di viaggiare nascondendosi ai radar e possono essere controllati a distanza per raggiungere i loro obiettivi.
2.2. Le armi nucleari: gli effetti e le implicazioni
Non è importante dove vengono utilizzate: la peculiarità di queste armi è la loro inimmaginabile potenza distruttiva. È possibile sintetizzare gli effetti di queste armi in tre concetti. In particolare, l’onda d’urto è “la prima conseguenza di un’esplosione nucleare. Può raggiungere una potenza tale da disintegrare edifici nel raggio di diversi chilometri e produrre venti tra i 160 e i 320 chilometri orari” (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 258)[5]; l’irraggiamento termico è “la seconda conseguenza di un’esplosione nucleare, durante cui le radiazioni termiche emesse dall’esplosione possono causare ustioni di terzo grado su pelle esposta distante 8 chilometri dal luogo di detonazione” (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 259)[6]; la ricaduta radioattiva è la “terza conseguenza di un’esplosione nucleare. A causa del fatto che le armi nucleari rendono radioattivi sia la polvere che il pulviscolo atmosferico, un’esplosione può far sì che persone a centinaia di chilometri dall’ipocentro sviluppino, nel tempo, tumori maligni. Questa esposizione a radiazioni [...] ha un raggio d’azione decisamente superiore a quello dell’onda d’urto o dell’irraggiamento termico” (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 259)[7]. Si suppone anche che l’utilizzo possa provocare un inverno nucleare, descritto come “lo scenario peggiore ipotizzato dagli scienziati durante gli anni Ottanta, nel quale il fumo e la fuliggine causati da diverse esplosioni nucleari, schermerebbero totalmente la Terra dai raggi solari per un periodo indefinito” (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 259)[8].
Dal punto di vista delle Relazioni internazionali, lo studio delle armi nucleari non si concentra sui loro effetti fisici, ma sulle profonde implicazioni che hanno avuto nella politica internazionale. La natura e la potenza di questi ordigni ha ridefinito il modo di affrontarsi delle superpotenze: “Fino a oggi lo scopo principale di tutto l’apparato militare è stato quello di vincere le guerre. Da oggi in poi lo scopo principale è quello di evitarle. Non può avere altro scopo più sensato” (Brodie, 1946: 76)[9]. Di qui sorge un paradosso: quale Stato vorrebbe risolvere dei conflitti ai quali la diplomazia non è stata in grado di offrire una soluzione utilizzando un’arma così distruttiva? In effetti, nota Tannenwald (2008)[10], molti Stati (e cittadini) hanno sviluppato un vero e proprio “tabù nucleare”[11], spingendo la Comunità internazionale a intervenire per limitarne la proliferazione[12]. Per questo motivo, Freedman (2004)[13] e Jervis (1989)[14] suggeriscono che, poiché lo scopo delle armi nucleari non è quello di fare la guerra, allora è quello di avere la funzione di “deterrente”. Per “deterrenza” si intende l’utilizzo “[del]la minaccia di rappresaglia per proteggersi da un attacco nucleare. Gli Stati nucleari usano il terrore della rappresaglia nucleare per scoraggiare un attacco da parte di altri paesi” (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 262)[15]. La deterrenza funziona se sono soddisfatte tre condizioni: lo Stato deve avere una sufficiente capacità di rappresaglia per scoraggiare l’attacco del nemico; la sua minaccia deve essere credibile; il costo della rappresaglia nemica deve essere preso in considerazione. In molti sono d’accordo nel ribadire l’importanza della diversa natura/identità di chi detiene la capacità di deterrenza nucleare. Gli Stati Uniti o la Francia sono diversi dall’Iran o dalla Corea del Nord, sia in quanto a processi decisionali sia come tipo di regime; Israele, per esempio, è probabile che abbia ottenuto questa capacità proprio per dissuadere gli Stati vicini da attacchi devastanti e coordinati.
3. La mutua distruzione assicurata (MAD)
La logica della deterrenza nucleare è una colonna portante degli studi strategici dalla Guerra fredda in poi. Essa si basa su una serie di concetti interconnessi che definiscono la stabilità o l’instabilità delle relazioni tra gli Stati del club nucleare. Per semplicità, consideriamo un mondo in cui solo due Stati hanno le armi nucleari: A e B. Il concetto più destabilizzante nell’era nucleare è la capacità di primo colpo, o first-strike capability (FSC): “la negazione della second-strike capability di un altro Stato. Uno Stato possiede una first-strike capability se, e solo se, ha una capacità nucleare sufficiente da eliminare totalmente la capacità di risposta dello Stato avversario” (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 422)[16]. Un paese che possiede la capacità di colpire contemporaneamente tutto l’arsenale nucleare del nemico garantendo a se stesso la protezione totale da un’eventuale rappresaglia (cioè che ha la FSC) sarebbe teoricamente in grado di vincere una guerra nucleare (A distrugge completamente B senza subire danni); tuttavia, è estremamente improbabile che queste due condizioni si verifichino: se gli Stati Uniti avessero colpito l’Unione sovietica, è lecito immaginare che sarebbero stati colpiti a loro volta in una qualche misura. In ogni caso, per neutralizzare il pericolo di un primo colpo (FSC), gli Stati nucleari hanno sviluppato una capacità di secondo colpo, o second-strike capability (SSC), con l’obiettivo non di difendersi dall’attacco, ma di garantire la sopravvivenza di una porzione sufficiente del proprio arsenale nucleare per poter sferrare una rappresaglia intollerabile, ovvero di rispondere con un danno inaccettabile per il nemico, ossia il “livello di danno che uno Stato non è assolutamente disposto a subire” (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 421)[17]. Precisamente, la second-strike capability (SSC), conosciuta anche come “distruzione assicurata”, è “la capacità e la volontà di infliggere un danno inaccettabile a un avversario, dopo che quest’ultimo abbia attaccato per primo e al meglio delle sue capacità [...]” (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 428)[18]. Per assicurare questa capacità (la SSC), gli arsenali sono stati diversificati e protetti attraverso la triade nucleare: missili in silos corazzati a terra (difficili da distruggere), sottomarini lanciamissili in immersione (impossibili da localizzare simultaneamente), e bombardieri strategici in volo costante. In questo caso (di SSC), A colpisce B senza però essere in grado di distruggere tutte le testate di B, quindi B risponde e infligge un danno ad A (danno che è inaccettabile per A).
Quando entrambi gli Stati, A e B, hanno raggiunto la second-strike capability, allora si è in una situazione di distruzione mutua assicurata o mutual assured destruction(MAD). La MAD è “(1) una situazione nella quale due avversari possiedono entrambi la capacità di distruzione assicurata quindi, durante un conflitto nucleare, si infliggerebbero un danno inaccettabile l’un l’altro”. La MAD è anche “(2) una teoria sostenuta da molti decisori politici durante la Guerra fredda”, che “sostiene che uno Stato dovrebbe perseguire l’ottenimento di una second-strike capability piuttosto che di una first-strike capability” (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 422)[19]. Si noti che la MAD non è una politica scelta consapevolmente, ma è la conseguenza logica della tecnologia militare, la quale ha portato al paradosso per cui la pace non sarebbe garantita dall’invulnerabilità di un paese ma, al contrario, dalla vulnerabilità di tutti: poiché nessuna delle parti può lanciare un attacco senza subire un danno inaccettabile, l’uso delle armi nucleari diventa un atto suicida e quindi irrazionale. In qualsiasi conflitto di questo tipo non ci sarebbero né vincitori né vinti, ma si concretizzerebbe l’annientamento reciproco (nella mutua distruzione). L’irrazionalità tipica della prima immagine[20], in riferimento al ruolo dei bias cognitivi, delle ideologie e delle identità, non elimina completamente l’ipotesi che, prima o poi, qualcuno utilizzi questo tipo di ordigni. La MAD, è giusto ribadire, rimane un modello esplicativo della Scienza politica che si è dimostrato vero fino a oggi, ma non è possibile affermare con certezza che sarà vero anche in futuro.
Infine, la first-strike capability (FSC) è considerata dagli studiosi come un fattore di destabilizzazione. Un paese dotato di FSC potrebbe essere tentato di usarla in una crisi, con l’idea di poter vincere una guerra nucleare limitando i danni a se stesso; soprattutto, i leader potrebbero sovrastimare le proprie capacità militari e avere il “grilletto facile”. Nel caso in cui due o più paesi ritenessero di essere dotati anch’essi di FSC, allora il Sistema internazionale sarebbe molto più a rischio. Inoltre, secondo la logica della MAD, la priorità per i governi non sarebbe quella di proteggere la propria popolazione, ma garantire la sopravvivenza del proprio arsenale nucleare per poter rispondere agli attacchi nemici. Le popolazioni diventerebbero quindi un “mutuo ostaggio”: l’idea di base è che, rendendo i cittadini reciprocamente vulnerabili, nessuno dei due Stati sarebbe tentato di usare ordigni nucleari. In effetti, per i critici della MAD, un solo ordigno sarebbe già un danno inaccettabile. A causa di questi paradossi e delle criticità legate alla MAD, alcuni teorici hanno sviluppato la teoria della NUT.
4. La nuclear utilization theory (NUT)
La nuclear utilization theory (NUT), sostenuta da un gruppo di accademici e consiglieri politici soprattutto durante l’amministrazione Reagan (1981-1989), si discosta radicalmente dalla logica della deterrenza nucleare convenzionale (la MAD). La premessa fondamentale di questa teoria è il rifiuto dell’idea che una guerra nucleare sia intrinsecamente ingestibile e priva di vincitori; al contrario, i sostenitori della NUT affermano che sia non solo possibile, ma anche strategicamente necessario, prepararsi a combattere e a vincere un conflitto nucleare. I NUTs ritengono che la pace non possa essere garantita da un equilibrio del terrore basato sulla vulnerabilità reciproca, ma dalla capacità di prevalere in uno scontro atomico: le implicazioni politiche di questa logica spingerebbero uno Stato a cercare di avvicinarsi il più possibile a una first-strike capability (FSC), in quanto sarebbe impensabile non proteggere la popolazione civile da una rappresaglia nemica.
Quali sono le implicazioni della NUT? Anzitutto, lo sviluppo di armamenti sufficientemente precisi e potenti da distruggere le capacità nucleari dei nemici. Inoltre, l’elaborazione di piani per eliminare la leadership militare e politica nemica al fine di penalizzare la catena di comando e controllo avversaria. Dopodiché, lo sviluppo della capacità di distruggere le infrastrutture di comunicazione del nemico per impedirgli di coordinare una rappresaglia coerente. In seguito, gli investimenti in sistemi di difesa missilistica, anche spaziali, per intercettare e distruggere le testate nemiche residue (come il progetto dello scudo spaziale). Infine, l’implementazione di programmi su larga scala per la protezione della popolazione civile, come la costruzione di rifugi antiatomici, per minimizzare le perdite in caso di attacco e garantire la sopravvivenza dello Stato. Questa visione strategica, in realtà, non rispecchiava la realtà dell’ultimo decennio di Guerra fredda: mentre le leadership politiche parlavano pubblicamente della necessità di evitare il conflitto nucleare, le leadership militari, invece, lavoravano per essere pronte a tale eventualità.
In ogni caso, è bene ricordare che le logiche di MAD e NUT coesistono. Tali dottrine non sono mutualmente esclusive, ma rappresentano poli ideali di un dibattito strategico continuo. La NUT, più che una sostituzione della MAD, potrebbe essere interpretata come un tentativo di creare opzioni strategiche all’interno di un quadro generale dominato dalla MAD per rendere la deterrenza più credibile in scenari di conflitto limitato.
5. Accenni ad altre dottrine nucleari
Il concetto di deterrenza nucleare si è evoluto nel tempo, dando vita a diverse dottrine che definiscono l’uso e il ruolo delle armi nucleari nelle strategie di difesa e politica estera.
Le principali sono[21] [22] [23]:
- La deterrenza minima. Il concetto di deterrenza minima sostiene che un arsenale di dimensioni ridotte sia sufficiente per scoraggiare un attacco avversario, a condizione che esso garantisca la capacità di infliggere una rappresaglia devastante. Questa dottrina, adottata per esempio dall’India, si basa sull’assunto che anche la minaccia di un danno inaccettabile, piuttosto che la certezza di un annientamento totale, sia sufficiente a dissuadere un aggressore razionale. La deterrenza minima, pur essendo economicamente più vantaggiosa, può essere percepita come meno efficace contro avversari considerati irrazionali o disposti a correre rischi estremi;
- La deterrenza estesa (o “extended deterrence”). La deterrenza estesa (ED) è una dottrina strategica in cui uno Stato, o un’alleanza, dissuade un avversario dall’attaccare un terzo Stato (alleato), minacciando di reagire a sua volta. Questo concetto, nato durante la Guerra fredda, si fonda sulla credibilità della minaccia e sulla percezione di razionalità dell’avversario. La ED si basa su due meccanismi principali: l’avversario viene scoraggiato dalla prospettiva di subire un danno inaccettabile (deterrenza per punizione), e l’impedimento dell’attacco, convincendo l’avversario che non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi (deterrenza per negazione). Per essere efficace, la minaccia deve essere credibile, ovvero l’avversario deve essere convinto che il detonatore della deterrenza abbia sia la capacità che la volontà di agire. Un altro presupposto è la razionalità degli attori coinvolti, che sarebbero in grado di calcolare le conseguenze delle loro azioni. La deterrenza estesa è conosciuta anche come “ombrello nucleare”, che comunque presenta delle criticità: gli Stati Uniti sarebbero disposti a rischiare New York per Varsavia? I francesi sarebbero disposti a sacrificare Marsiglia per Genova? E gli inglesi Londra per Tallinn?;
- Il no-first use (NFU). Questa dottrina prevede che un paese si impegni a non usare per primo le armi nucleari in un conflitto. Tale promessa ha lo scopo di rassicurare la Comunità internazionale sulla natura puramente difensiva del proprio arsenale. Mentre paesi come la Cina hanno adottato ufficialmente questa strategia, altre potenze nucleari, come Stati Uniti e Russia, non lo hanno fatto;
- Il launch on warning (LoW). È una strategia che consiste nel lanciare una risposta nucleare non appena i sistemi di rilevamento avvertono la partenza di un attacco nemico, prima ancora che i missili avversari raggiungano i loro obiettivi. Questa tattica mira a superare il problema del tempo di volo ridotto dei missili balistici e a preservare la capacità di rappresaglia;
- La rappresaglia massiccia (o “massive retaliation”). Era la dottrina strategica degli Stati Uniti negli anni ‘50 adottata dal presidente Eisenhower. Prevedeva una risposta nucleare sproporzionata e massiccia a qualsiasi tipo di attacco, anche di tipo convenzionale. L’obiettivo era la deterrenza totale, ma la sua rigidità la rendeva poco credibile in scenari di conflitto limitato;
- La risposta flessibile (o “flexible response”). Sviluppata dalla NATO negli anni ‘60 come alternativa alla rappresaglia massiccia, questa dottrina prevedeva una risposta graduata e proporzionata alla minaccia. Invece di una reazione unica e devastante, la risposta poteva variare da un’escalation convenzionale a un uso limitato delle armi nucleari, offrendo così una gamma più ampia di opzioni per la gestione di un conflitto. Essa fu adottata dal presidente Kennedy.
6. Vivere con la minaccia nucleare: esempi di difesa civile
Un modo per analizzare il ruolo della difesa civile in contesti di minaccia nucleare è esaminare le risposte ai disastri naturali su vasta scala. Per esempio, utili possono essere gli uragani Katrina e Milton. Katrina (2005) mostrò il divario tra la pianificazione teorica e la realtà operativa (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017: 269)[24]. Nonostante i manuali di difesa civile statunitensi del passato promettessero una risposta coordinata e razionale, la gestione della crisi si rivelò un fallimento. La risposta a Katrina fu caratterizzata da una scarsa cooperazione tra i vari livelli di governo, un addestramento inadeguato del personale e una pianificazione di evacuazione che non teneva conto dei cittadini più vulnerabili. L’evento evidenziò come il panico e il caos possano prevalere, rendendo irrealizzabile una gestione efficace di una crisi ancora più complessa e devastante, come un attacco nucleare.
Tuttavia, Milton (2024) ha mostrato alcuni miglioramenti nella risposta alle emergenze, dovuti a un maggiore preavviso, all’uso dei social media per la comunicazione e a una migliore preparazione logistica. Nonostante i progressi, le sfide poste da un uragano rimangono incomparabilmente inferiori a quelle di un attacco nucleare, il quale comporta una distruzione su vasta scala e una contaminazione radioattiva. L’esperienza di Milton, sebbene più positiva, rafforza l’idea che, anche con una migliore organizzazione, la protezione totale da un attacco nucleare resta un obiettivo a oggi irraggiungibile.
I paesi scandinavi, d’altra parte, hanno adottato un modello di difesa civile più robusto e olistico rispetto agli Stati Uniti. Questi paesi investono in una vasta rete di rifugi antiatomici e nella formazione della popolazione, conducendo regolarmente esercitazioni. Il loro approccio è integrato per affrontare un’ampia gamma di minacce, inclusi disastri naturali e attacchi terroristici. Questo modello, applicato anche in Svizzera, dimostra un impegno più sistematico nella preparazione, pur non smentendo la sostanziale impossibilità di una difesa completa contro un attacco nucleare su vasta scala.

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7. Conclusione
La funzione principale delle armi nucleari non sarebbe vincere le guerre, ma evitarle (Brodie, 1946: 76)[25]; il paradosso risiederebbe proprio nel fatto che la pace sarebbe garantita non dalla capacità di infliggere un danno, ma dalla certezza di subirlo. La differenza tra MAD e NUT risiede nel loro scopo: la prima mira a dissuadere l’avversario da un attacco attraverso la vulnerabilità reciproca, mentre la seconda presuppone che una guerra nucleare possa essere combattuta e vinta. Inoltre, nonostante le dottrine strategiche, la protezione delle popolazioni civili in caso di attacco nucleare è quasi impossibile. L’esperienza della gestione di disastri su vasta scala, come gli uragani, evidenzia i limiti umani e logistici, il rischio del panico e del caos, rendendo vana ogni pianificazione.
Che cosa è stato fatto per limitare i danni delle armi nucleare? Nel 1967, fu stipulato il trattato di non proliferazione nucleare: a oggi (2026) Israele, India, Pakistan e Corea del Nord non risultano tra i firmatari. Gli accordi SALT (strategic arms limitation talks – SALT I, 1969-1972; SALT II, 1972-1979) tra USA e URSS cercarono di ridurre il quantitativo di armi nucleari, ma si dimostrarono un fallimento, in parte anche perché il Senato americano non ratificò il SALT II. A seguito dei SALT, i critici statunitensi denunciarono l’inefficacia degli accordi nel frenare la corsa agli armamenti. Essi ritenevano che la limitazione del numero di armi nucleari spinse le due superpotenze a focalizzarsi sullo sviluppo di testate più sofisticate e potenti, spostando la competizione dalla quantità alla qualità. In altre parole, “meno armi nucleari” si traduceva in “armi più distruttive”.
Per superare questo problema vennero stipulati gli accordi START (strategic arms reduction treaty), in cui il presidente Reagan proponeva di operare un’effettiva diminuzione delle testate nucleari, concentrandosi anche sulla forza distruttiva. Lo START I (1991) obbligò Washington e Mosca a dimezzare i loro arsenali strategici e lo START II (1993) non fu mai attuato a causa delle tensioni legate al sistema di difesa missilistica statunitense; infine, il New Start fu firmato da Obama e Medvedev nel 2010 per imporre limiti più stringenti, prevedendo inizialmente una durata di 10 anni. Prorogato fino al 2026, fu sospeso da Putin nel 2023 con l’idea che gli ispettori americani avrebbero potuto raccogliere informazioni sensibili in territorio russo al fine di fornirle a Kyiv, invasa l’anno precedente[26].
Le dottrine nucleari che hanno caratterizzato la Guerra fredda possono dirsi ancora valide nel XXI secolo? La proliferazione nucleare, l’emergere di nuovi attori e lo sviluppo di nuove tecnologie rendono il quadro strategico più complesso e meno prevedibile. Per esempio, in quale modo l’intelligenza artificiale e il pericolo dei cyber-attacchi potrebbero influenzare la strategia militare nucleare e la logica della deterrenza? Anche la dimensione del club nucleare conta: per Waltz la diffusione delle armi nucleari potrebbe prevenire i conflitti rendendo i costi della guerra inaccettabili, ma per Sagan il nucleare sarebbe intrinsecamente destabilizzante a causa del rischio di errore umano (Sagan, Waltz; 2002)[27]. E altri attori, per esempio i gruppi terroristici, potrebbero essere in grado di reperire le informazioni e i materiali per costruire degli ordigni nucleari imperfetti (bombe sporche)?
Al Consiglio europeo del 17 ottobre 2024 il presidente ucraino Zelensky ha presentato ai suoi colleghi il suo “piano per la vittoria”. Egli ha dichiarato che nel 1991 l’Ucraina aveva rinunciato alle armi nucleari sovietiche, che erano sul territorio ucraino ma comunque controllate da Mosca, in quanto gli Stati Uniti e la NATO si erano fatti garanti della sicurezza di Kyiv. Fu nel 1994 che il disarmo si realizzò, a seguito del Memorandum di Budapest; con lo stesso trattato, gli Stati aderenti (tra cui la Russia) avrebbero garantito l’integrità territoriale ucraina. Come sappiamo, la Russia ha violato il trattato: nel 2014 invadendo il Donbas[28] e annettendo illegalmente la Crimea, poi nel 2022 con l’invasione su larga scala. Quindi, il dilemma per l’Ucraina è: “siamo sicuri che gli Alleati (USA, UE, NATO) ci proteggeranno, oppure no? Nel caso in cui non lo siano, allora saremo costretti a rientrare nel club nucleare per difenderci da soli”.
In realtà, questo è un dilemma che si presenta ogni volta che c’è un conflitto di questo tipo dalla guerra di Corea in poi. Infatti, l’idea della deterrenza nucleare è che funziona solo se ad avere armi nucleari è un piccolo club di Stati. Con la Guerra fredda successe che gli Stati occidentali avevano le nucleari americane e il Patto di Varsavia aveva quelle sovietiche, quindi non c’era bisogno che ogni singolo Stato ne possedesse una propria: a fare da garanti, con la loro deterrenza, erano USA e URSS. A onore del vero, i dati ci mostrano che durante la Guerra fredda aumentarono le guerre convenzionali; per due motivi: a) le guerre per procura; b) la decolonizzazione – si veda l’articolo n.3 della presente rubrica. Ma la deterrenza nucleare aveva funzionato perché nessuna delle due superpotenze nucleari aveva avuto uno scontro diretto.
Con il collasso dell’URSS nel 1991 si ripresentò lo stesso dilemma per i paesi ex-sovietici: “mi costruisco un’arma nucleare anche io, che sono la piccola Lituania/Estonia/Lettonia/[paese a caso], oppure mi alleo con chi ce l’ha e che può difendermi, cioè con gli USA, i francesi e gli inglesi (la NATO)?” Si optò per avere un minor numero di arsenali nucleari, estendendo però la protezione nucleare anche a questi paesi tramite proprio la NATO – questo è ciò che Snyder chiama “ombrello nucleare”. Perché? In primo luogo, per una questione di risorse, nel senso che non tutti questi piccoli paesi avevano la capacità di costruirsi in breve tempo un arsenale nucleare. In secondo luogo, per una questione di opinione pubblica, nel senso che avere un arsenale nucleare non è ben visto da gran parte delle opinioni pubbliche (quella tedesca in primis). In terzo luogo, per integrarsi maggiormente nel nuovo Sistema internazionale a leadership statunitense. In quarto luogo, il dilemma post-sovietico in relazione agli Stati ex-sovietici prima, e a quelli del terzo mondo dopo, riflette un problema di sicurezza che in Scienza politica prende il nome di “dilemma della sicurezza”. Per uno Stato piccolo o vulnerabile, la scelta è tra sviluppare capacità di Difesa autonomamente (come dotarsi di armi nucleari) o cercare protezione da potenze maggiori, come gli Stati Uniti attraverso la NATO, gli accordi bilaterali (come quello tra Francia e Moldova dopo l’invasione russa dell’Ucraina), o alleanze in generale. L’Ucraina propone lo stesso ragionamento: “mi avete tolto il nucleare già una volta con il Memorandum di Budapest (1994) e non sono entrata nella NATO, adesso mi hanno invaso e le soluzioni sono o che entro nella NATO e mi proteggete voi, oppure che mi creo io da sola un arsenale nucleare per ottenere deterrenza e capacità negoziale”. La Francia creò il proprio arsenale atomico proprio perché il governo dell’epoca non era certo al 100% che a un eventuale attacco nucleare sovietico sarebbe corrisposta una difesa proporzionale, cioè nucleare, da parte americana: quindi ci pensò da solo.
Ma qual è il problema? Il problema è che, appunto, la deterrenza nucleare ha molte più probabilità di funzionare quanto più il club nucleare è piccolo: ci sono tanti Stati, ma solo alcuni hanno la capacità di fare da “poliziotti” disciplinando l’ordine anarchico del Sistema internazionale. Per ogni paese in più con un’arma nucleare, la sicurezza dettata da questi poliziotti (armatissimi) viene a mancare, poiché sono tutti armatissimi: si genera il caos. Per fare un esempio, pensiamo alla vita quotidiana in Italia e negli Stati Uniti. In Italia ad avere le armi sono in pochi e ci sono poche stragi, ma negli USA tutti hanno un’arma e il problema delle stragi è enorme: ecco il dilemma della sicurezza applicato, in versione semplificata, per analogia.
La gestione degli arsenali atomici attraversa una fase di profonda trasformazione a causa dei nuovi programmi di calcolo statistico e apprendimento automatico. L’indagine su Cina, India e Stati Uniti, condotta dal SIPRI nel 2026, mette a nudo concezioni strategiche assai differenti tra loro, benché tutte e tre le potenze cerchino un difficile equilibrio fra il primato della decisione politica e l’urgenza di elaborare masse sterminate di dati tattici.
La Cina. Nel contesto cinese, il potere di autorizzare una risposta atomica rimane saldo nelle mani della presidenza e della Commissione militare centrale, con l’esclusione categorica degli intermediari di teatro per evitare ritardi o equivoci. Pechino ribadisce formalmente la volontà di non colpire per prima, tuttavia l’impiego di software di ricognizione e guida automatica sui vettori balistici e sui veicoli ipersonici genera timori speculari. Gli strateghi temono che il tracciamento satellitare potenziato dalle macchine possa individuare i convogli stradali che custodiscono i missili di riserva e possa vanificare la capacità di ritorsione. Al contempo, il governo promuove nelle sedi diplomatiche la centralità dell’essere umano sui congegni bellici, ma rifiuta gli accordi multilaterali promossi dai paesi occidentali e conserva margini di ambiguità sulla reale autonomia dei droni navali e aerei.
L’India. La Repubblica indiana confina l’arbitrio della rappresaglia nucleare a un ristretto organo civile guidato dal primo ministro e si riserva il diritto di colpire con durezza anche a fronte di aggressioni chimiche o biologiche. I documenti ministeriali di Nuova Delhi tacciono quasi del tutto circa l’eventualità di affidare compiti decisionali agli algoritmi nel settore atomico. Il governo destina le innovazioni informatiche alla sorveglianza dei confini contesi e alla manifattura industriale, in cui i programmi predittivi controllano la perfezione strutturale delle leghe metalliche e dei motori missilistici prima del montaggio. Il dibattito sui pericoli legati a un’automazione dei comandi strategici resta confinato alle riflessioni dei circoli accademici, mentre la marina e l’aeronautica integrano moduli digitali ausiliari sulle navi da guerra e sui velivoli di fornitura estera.
Gli Stati Uniti. Negli Stati Uniti la catena di comando culmina nella figura del capo dello Stato, assistito dal vertice delle forze armate. La dottrina ufficiale fissa un confine netto: l’intervento umano diretto è prescritto come requisito inderogabile per ogni deliberazione sull’arsenale nucleare, laddove negli armamenti convenzionali si concede maggiore flessibilità operativa ai dispositivi guidati. Le istituzioni americane impiegano modelli linguistici e capacità computazionali avanzate per la manutenzione dei materiali fissili, per le simulazioni fisiche nei laboratori federali e per la logistica dei bombardieri d’attacco. Washington incoraggia patti di trasparenza con gli Alleati, e nondimeno adegua le proprie disposizioni interne per non cedere terreno nella competizione tecnologica con Pechino, mentre studia contromisure contro i sistemi avversari capaci di scovare i sommergibili negli abissi marini.
Approfondimento. Il fattore umano: una persona premerebbe davvero “il pulsante rosso”?
Il SIPRI (2026) ribadisce che ancora oggi nessuno Stato – almeno, fra i tre studiati – sembra mostrare l’intenzione di delegare l’atto esecutivo e materiale di “premere il pulsante rosso” a un’intelligenza artificiale. Ne consegue che, affinché un atto del genere si realizzi, subentrano tutte le dinamiche individuali e di gruppo che caratterizzano la specie umana, descritte da Bartholomees nel 2006[29].
L’illusione della razionalità e i limiti della mente umana nella decisione atomica. La dottrina che governa la minaccia degli ordigni definitivi poggia su una finzione logica: il postulato che gli uomini di Stato soppesino sempre i rischi con la freddezza di un contabile. L’efficacia della deterrenza vive interamente nello sguardo di chi la subisce, poiché il possesso degli arsenali perde significato quando il nemico dubita della risolutezza interiore dell’avversario. Si tratta di una misura psicologica nella quale la consistenza delle armi coincide con la stima della fermezza morale di chi regge il potere. Quando tale presupposto di ragionevolezza viene meno, la costruzione teorica dell’equilibrio si disfa e l’attore politico sfugge a qualsiasi calcolo preventivo.
La solitudine del comando e le scorciatoie del pensiero. A dispetto degli apparati burocratici e delle gerarchie militari, l’arbitrio della scelta estrema si consuma nello spazio angusto della mente di una sola persona. Dinanzi alla penuria di tempo e al terrore dell’incertezza, il capo cerca rifugio nella prima via d’uscita che appare tollerabile e tronca la ricerca di soluzioni più meditate. La psiche si aggrappa ostinatamente ai primi ragguagli ricevuti, sviluppa una presunzione ingannevole sulla bontà delle proprie stime e accoglie soltanto i riscontri che confortano un disegno già maturato. La realtà cessa di essere un dato oggettivo e diventa lo specchio deformato delle convinzioni del singolo.
Il logorio del corpo e la rinuncia al discernimento. L’ansia generata dal pericolo acuisce la rigidità delle opinioni e sbarra la strada a ogni voce discorde. La veglia forzata e l’esaurimento delle forze fisiche intorpidiscono la corteccia cerebrale e offuscano i sensi al punto da rendere indecifrabili i segnali di allarme più palesi. In simile stato di prostrazione, il giudizio morale si affievolisce fino a spegnersi. Coloro che presidiano le stazioni di sparo o trasmettono le disposizioni esecutive cadono in una docilità passiva e abdicano alla coscienza pur di eseguire una direttiva giunta dai superiori, senza trovare la forza di opporsi a un comando scellerato.
Le passioni dell’animo e il sigillo della coscienza individuale. I moti dell’animo sconvolgono i circuiti del raziocinio con la forza di una marea chimica. Il rancore, il timore dell’ignominia o il sentimento dell’abbandono inducono il governante a scavalcare i consigli della diplomazia per inseguire vendette private. Nondimeno, il terrore della catastrofe può imporre una salutare esitazione, e costringe chi guida a misurare la rovina definitiva prima del passo irrevocabile. L’esito finale dell’intera architettura bellica rimane così consegnato all’etica privata e al senso di giustizia del reggitore: se la sua dirittura morale cede al fanatismo, la salvezza del mondo crolla insieme con lui.
- Rhodes, R., (1986). “The Making of the Atomic Bomb”, New York: Simon & Schuster. ↩
- Per la definizione di “superpotenza” rimando al mio articolo già pubblicato su LOLI qui. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017)“Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee”, p. 420. ↩
- Schwarz, Stephen (1998) “Atomic Audit: The Costs and Consequences of US Nuclear Weapons Since 1940”, Washington: The Brookings Institutions. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017)“Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee”, p. 258. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017)“Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee”, p. 259. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017)“Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee”, p. 259. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017)“Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee”, p. 259. ↩
- Brodie, Bernard (1946) “The absolute weapon”, New York: Harcourt Brace, p. 76. ↩
- Tannenwald, Nina (2008) “The Nuclear Taboo: The United States and the Non-Use of Nuclear Weapons since 1945”, Cambridge: Cambridge University Press. ↩
- La psicologia sociale sembrerebbe confermare questa ipotesi qui. ↩
- Questa è un’idea di matrice costruttivista. ↩
- Freedman, Lawrence (2004) “Deterrence”, New York: Polity Press. ↩
- Jervis, Robert (1989) “The Meaning of the Nuclear Revolution”, Ithaca: Cornell University Press. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017)“Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee”, p. 262. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017)“Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee”, p. 422. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017)“Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee”, p. 421. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017)“Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee”, p. 428. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017)“Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee”, p. 422. ↩
- L’approfondimento qui. ↩
- Mahnken, T. G., and Maiolo, J. A. (a cura di) (2008), “Strategic Studies: A Reader”, Routledge. ↩
- Bartholomees, J. B., Jr. (a cura di). (2006), “Guide to National Security Policy and Strategy”, (2ª ed.). U.S. Army War College. ↩
- Buzan, B., and Hansen, L. (2009), “The Evolution of International Security Studies”, Cambridge University Press. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017)“Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee”, p. 269. ↩
- Brodie, Bernard (1946) “The absolute weapon”, New York: Harcourt Brace, p. 76. ↩
- Fonte. ↩
- Sagan, Scott, and Kenneth, Waltz (2002), “The Spread of Nuclear Weapons: A Debate Renewed”, Second Edition. New York: Norton. ↩
- In lingua ucraina si chiama Донба́с (Donbàs), mentre in lingua russa si chiama Донба́сс (Donbàss). ↩
- Bartholomees, J. B., Jr. (A c. di). (2006). “U.S. Army War College guide to national security policy and strategy” (2ª ed.). Strategic Studies Institute, U.S. Army War College. ↩






