Questo articolo nasce dalla visione di Luciano Campisi (autore di Politèia) di un reel di will.ita. L’autrice, Camilla Ferrario, si chiede:
“Come è possibile che idee politiche un tempo considerate estreme o del tutto impensabili diventino lentamente la nostra nuova normalità?”.[1]
La risposta alla domanda nel video di will.ita riguarda la finestra di Overton. Se, concettualmente, essa è coerente con l’analisi che proporrò, va tuttavia sottolineato – come giustamente fa la dott.ssa Ferrario nel suo stesso video – che essa non è presente nella quasi totalità dei manuali universitari specialistici (sociologici e politologici) per ragioni metodologiche. Nello specifico, proporre una quantità finita di casistiche quando si parla di “opinioni” è fuorviante: sarebbe preferibile parlare di continuum. Lo vedremo in dettaglio nella sezione dedicata al modello (questa volta scientifico) di Barisione. Ma la critica più efficace riguarda il fatto che la finestra di Overton è priva di una definizione rigorosa delle variabili. Significa che non esistono protocolli scientifici atti a misurare l’ampiezza della finestra o a stabilire la collocazione esatta di un’idea politica lungo lo spettro in un dato momento; di conseguenza, senza indicatori empirici replicabili e falsificabili da qualunque persona in qualunque luogo in qualunque momento, il concetto rimane una metafora suggestiva che si basa esclusivamente sull’opinione dell’autore e di chi la applica, e non una teoria scientifica.
Detta quindi con le parole pronunciate nel video dalla dott.ssa: la finestra di Overton “non è scienza”. Ci si potrebbe chiedere, allora, perché tentare di rispondere a una domanda con un modello considerato dalla stessa autrice come non-scientifico e pubblicarlo su uno dei media più famosi d’Italia. In ogni caso, a me interessa entrare nel merito della questione e cercare la risposta nelle Scienze sociali.
In effetti, le società cambiano nello spazio e nel tempo; per esempio, fino a pochi decenni fa la stessa idea di democrazia liberale in Europa era esplicitamente considerata estrema e, perciò, rigettata: lo è ancora oggi in altri luoghi, così come l’omosessualità, la laicità o l’ateismo; pensiamo all’importanza che diamo al fenomeno dei femminicidi solo da qualche anno. Per provare a rispondere è necessario un approccio multidisciplinare[2]. Tuttavia, mi concentrerò su una disciplina specifica: la sociologia (politica) dell’opinione pubblica.
Prima di partire con l’analisi ritengo che siano utili delle definizioni che si collocano alla base della disciplina. In particolare, la differenza tra “opinione” e “atteggiamento”, cos’è una “opinione non-manifesta”, cos’è l’“opinione pubblica” e cos’è la “sfera pubblica”. Per capire lo schema interpretativo di Barisione, consiglio di conoscere almeno la differenza tra “opinione” e “atteggiamento”.
- Non mi interessa dire se l’autrice abbia ragione oppure no, né commentare le opinioni di will.ita. In Politèia, l’unico approccio corretto è quello che usa il metodo empirico della scienza di riferimento. ↩
- Psicologia, psicologia sociale, filosofia, antropologia, neurologia, talvolta la criminologia. ↩
Per rendere più accessibile l’articolo, questa sarà una sezione opzionale
In primo luogo, dobbiamo distinguere tra “opinione” e “atteggiamento”[3]. Sebbene siano parole spesso usate come sinonimi per facilitare un certo tipo di ricerche empiriche, in realtà si riferiscono a due concetti diversi. “Si ritiene [...] che le opinioni siano osservabili, risposte verbali a un problema o a una domanda, laddove l’atteggiamento è un’inclinazione psicologica coperta o una tendenza. [...] Il termine ‘atteggiamento’ è orientato maggiormente verso l’affetto [...] mentre l’opinione verso la conoscenza [...]. Se l’atteggiamento è concepito [...] come un orientamento complessivo e permanente verso una classe generale di stimoli, l’opinione è vista in modo più puntuale come riguardante un problema specifico in una particolare situazione comportamentale”[4]. Inoltre, “possiamo [anche] parlare di ‘opinioni non manifeste’, che sono giudizi inespressi circa particolari azioni o proposte di azioni di interesse collettivo”[5]. Quindi, se le opinioni riguardano l’ambito della conoscenza rispetto a un problema specifico, gli atteggiamenti, “definiti come predisposizioni permanenti a rispondere positivamente o negativamente a una classe di stimoli”, riguardano una tendenza o una disposizione generale, guidata dall’emotività, rispetto a questioni generiche[6].
Facciamo qualche esempio di “opinione”, “opinione non-manifesta” e “atteggiamento”. Un cittadino può esprimere apertamente un’opinione specifica, ragionata e argomentata, rispetto al problema specifico dell’introduzione di una nuova tassa. Un altro cittadino, più di sovente in un regime non-democratico, può pensare che il governo stia adottando delle politiche troppo belliciste, ma può anche decidere di non rivelarlo a nessuno per paura di ritorsioni (carcere, perdita del lavoro, minacce fisiche a sé e alla famiglia, emarginazione sociale, ecc.): questa è l’opinione non-manifesta che, a volte, quando – per vari motivi – si palesa, può portare a transizioni di regime dal basso (o “rivoluzioni”). Infine, un cittadino può non essere informato rispetto a una nuova tecnologia, per esempio l’intelligenza artificiale, può anche non utilizzarla; ma, nonostante ciò, può ritenere che sia positiva per la società e quindi mostrare una tendenza generalmente favorevole rispetto ad essa: questo è l’atteggiamento. Va da sé che, in un tentativo estremo di semplificare la realtà, è molto raro che i sondaggi di opinione rilevino le opinioni: più spesso rilevano solo atteggiamenti, tendenze generiche (nei paesi in cui la libertà di espressione è sufficiente per permetterne le rilevazioni)[7].
Ora, in secondo luogo, possiamo domandarci: cos’è l’opinione pubblica?[8] L’idea di opinione pubblica forse più diffusa oggi consiste nell’idea che essa sia una più o meno semplice aggregazione di opinioni individuali, cioè la “somma” delle opinioni dei cittadini. Tuttavia, per essere più precisi, l’opinione pubblica è il giudizio e il modo di pensare collettivo della maggioranza dei cittadini, o anche questa maggioranza stessa, in quanto ha esigenze, convinzioni, atteggiamenti mentali comuni. In qualche caso, l’espressione allude solo ai pregiudizi e alle convenzioni sociali. È naturale ritenere, di conseguenza, che il pubblico possa avere (e decidere sia di esprimere sia di non esprimere) una propria “opinione” solo nei paesi sufficientemente liberi: come potrebbe essere altrimenti? Pensiamo a paesi come Russia, Cina, Corea del Nord, che reprimono apertamente il dissenso.
In terzo luogo, possiamo parlare di “sfera pubblica”. La sfera pubblica è un luogo, al contempo potenziale e reale, in cui convergono tutti i fattori che influiscono (positivamente, negativamente o selettivamente) sulla formazione di opinioni, sia soggettive che di gruppo, relative a problemi di interesse generale. Essa rappresenta un concetto astratto che acquisisce tratti concreti attraverso dinamiche quali il dibattito pubblico, il conformismo o la manipolazione, e che può esistere sia “analogicamente” sia digitalmente (su Internet). Rispetto al passato, la sfera pubblica (multidimensionale, come una “sfera” appunto) non è “spazio pubblico” (bidimensionale, come l’area di un quadrato). Infatti, per esistere, deve inserirsi in un contesto fatto di istituzioni democratiche (politica) e di media liberi, che permettano ai cittadini di formarsi delle idee e di scambiarle con gli altri.
- Price, V. (2004). L’opinione pubblica. Il Mulino, cap. 3. ↩
- Price, V. (2004). L’opinione pubblica. Il Mulino, cap. 63. ↩
- Price, V. (2004). L’opinione pubblica. Il Mulino, cap. 67. ↩
- Price, V. (2004). L’opinione pubblica. Il Mulino, cap. 67. ↩
- Dipende dal tipo di sondaggio, dal modo in cui è stato formulato, da chi lo propone, ecc.. ↩
- Per rispondere utilizzerò le parole dei miei appunti del corso di Sociologia dell’opinione pubblica della comunicazione istituzionale del prof. Luca Raffini (univ. Genova). ↩
Inoltre, una precisazione: la dott.ssa Ferrario, nel suo quesito, parla di “normalità”. Per Durkheim la normalità è intesa in senso oggettivo e quantitativo[9]. Un fenomeno è definito “normale” quando si concretizza come maggioritario all’interno di uno specifico contesto sociale. Inoltre, la normalità si misura oggettivamente in contrapposizione alla “patologia”, la quale rappresenta l’eccezione o la deviazione dalla regolarità statistica, pur essendo la devianza stessa un fattore inevitabile e funzionale all’interno della società[10]. Un “qualcosa” è “normalità” solo se in riferimento a un “qualcosaltro” considerato non-normale, o “deviante”. Per esempio, in un gruppo antisessista la parità tra uomini e donne[11] è probabilmente considerata la norma; ciò non è scontato, per esempio, in Futuro Nazionale (il nuovo partito di Vannacci), il quale nega apertamente l’esistenza del femminicidio. In questo modo, si evince che in una stessa società (e.g. quella italiana) ciò che è “normale” varia da gruppo a gruppo.
All’origine dell’accettabilità: il ruolo del quadro cognitivo
Quando si tratta di analizzare la sfera pubblica, uno dei punti chiave da considerare è che in essa gli attori coinvolti (politici, cittadini organizzati e non-organizzati, media), attivamente o passivamente come “spettatori”, agiscono anche in modo irrazionale[12]. Il concetto di “marcatore somatico”[13], o “affettivo”, definisce la modalità attraverso cui le emozioni guidano il processo decisionale, trasformando l’agire umano in un prodotto dell’interdipendenza tra ragione ed emozione. Questi marcatori opererebbero come sistemi di orientamento automatico che, tramite segnali fisiologici come la paura o l’entusiasmo, indicano quali problemi la ragione debba prioritariamente affrontare, restringono quindi il campo delle opzioni possibili. Il cervello umano ha dei limiti: con questa “selezione” l’individuo può risolvere dei dilemmi decisionali in contesti in cui il calcolo razionale puro risulterebbe troppo lento o complesso.
In ambito politico e comunicativo, questa dinamica è sfruttata dal management emozionale (la gestione dell’irrazionalità), che utilizza il framing (il “modo” di interpretare le cose) per definire situazioni e orientare le percezioni del cittadino. Poiché il sistema neurale ricorre a euristiche e semplificazioni per gestire il sovraccarico informativo, i “simboli stereotipati” facilitano la formazione di giudizi rapidi, spingendo per esempio l’elettore a privilegiare la personalità di un leader rispetto a una disamina tecnica dei programmi. Parallelamente, la ricerca psicologica conferma che, anche fuori dalla politica, l’integrazione di etichette affettive aiuterebbe gli individui ad attribuire un significato a dei dati numerici complessi, dimostrando come l’emozione funga da informazione essenziale per conferire senso alla realtà e guidare il comportamento verso scelte coerenti con il proprio stato di benessere.
Il secondo punto da tenere in considerazione per analizzare la sfera pubblica è l’importanza dell’omogeneità interna alla comunità: le idee che rafforzano la coesione del gruppo ottengono una validazione sociale prioritaria[14]. La coesione sociale si basa sull’omogeneità del sistema valoriale (potere simbolico), il quale spinge gli individui a ricercare la validazione del gruppo anziché una verità oggettiva. In questo modo, si rafforzano le proprie convinzioni e l’identità personale. Per preservare tale uniformità, il singolo attua strategie di esposizione selettiva, filtrando le informazioni in linea con il proprio orientamento e distorcendo attivamente i messaggi dissonanti per renderli coerenti con i quadri interpretativi del gruppo, annullando di fatto la possibilità di un reale confronto critico; per esempio, tramite la ricerca di conformità (conformismo) in un gruppo di persone che la pensa “come noi” (le c.d. “bolle”).
Il terzo punto, collegato al precedente e che riguarda il clima d’opinione, è il fenomeno della spirale del silenzio di Noelle-Neumann. La spirale del silenzio è un meccanismo di controllo sociale basato sulla paura dell’isolamento, la quale spinge gli individui a tacere le proprie opinioni se le percepiscono come minoritarie. Per evitare lo stigma o il biasimo collettivo, le persone si adeguano alla posizione dominante. In questo modo, alimentano involontariamente la percezione che tale orientamento sia l’unico socialmente accettabile. Questo processo è amplificato dai media, che costruiscono l’agenda del dibattito pubblico e definiscono i confini di ciò che è “normale” spingendo il singolo a interiorizzare tali norme e a reprime il dissenso per mantenere l’equilibrio relazionale (“penso A, ma credo che tutti gli altri pensino B perché la televisione dice B, quindi, per evitare il conflitto, sto in silenzio”).
In questa dinamica, l’autonomia individuale viene subordinata alla necessità di integrazione: il sistema risolve la dissonanza cognitiva tra convinzione privata e pressione pubblica imponendo il silenzio sulla prima. Attraverso l’uso di stereotipi e filtri cognitivi, gli individui percepiscono il “clima d'opinione” non in modo oggettivo, ma mediato da ciò che viene rappresentato come vincente. Così, la società riduce la complessità e garantisce la stabilità, creando un tribunale sociale impersonale che esclude la devianza e protegge i codici culturali dominanti.
- Crespi, F., Cerulo, M. (2002). Il pensiero sociologico. Il Mulino. ↩
- Su questo si veda la sociologia che si occupa di studiare la devianza. Un buon approccio introduttivo è nel manuale di Bagnasco, A., Barbagli, M., Cavalli, A. (2012). Corso di sociologia. Il Mulino, capitoli 5 e 8.a ↩
- Si noti: “uomini e donne”, non “maschi e femmine”. ↩
- Le fonti di questo paragrafo sono: Lotto L., Rumiati R. (2012). Introduzione alla psicologia della comunicazione, il Mulino e Mazzoleni, G. (2021). Introduzione alla comunicazione politica. Il Mulino. ↩
- Si veda Damasio ↩
- È superfluo dirlo, ma Elisabeth Noelle-Neumann è la mia sociologa preferita. Invito tutti i lettori ad approfondire i suoi studi. In particolare (e come fonte per questo articolo), Noelle-Neumann, E. (1980). La Spirale del silenzio. Per una teoria dell’opinione pubblica. Trad. it. da Melteni, a cura di Cristante, S. (2017). ↩
Cos’è il clima d’opinione, cos’è il tribunale sociale e per un esempio di spirale del silenzio
Per quanto riguarda l’esempio di spirale del silenzio, immaginiamo una discussione su una controversa politica ambientale all’interno di un ufficio. Se un impiegato nota che la maggior parte dei colleghi e i media locali sostengono con entusiasmo tale politica, potrebbe temere di essere isolato o giudicato negativamente se esprimesse dubbi o critiche. Di conseguenza, preferisce tacere o, addirittura, fingere un parere favorevole. Questo comportamento non solo protegge l’impiegato dal conflitto immediato, ma contribuisce a creare un falso consenso unanime che scoraggia anche altri potenziali dissidenti dal parlare, rendendo la posizione a favore della politica sempre più inattaccabile e dominante nel gruppo.
Il clima d’opinione è l’ambiente cognitivo, valoriale e percettivo considerato dominante all’interno di una specifica conformazione sociale in un dato momento storico. Non coincide con la mappatura statistica oggettiva delle opinioni individuali, ma con la percezione soggettiva delle frequenze relative di approvazione o rifiuto di una determinata idea nell'arena pubblica.
Il tribunale sociale è l’istanza impersonale e immateriale del controllo sociale, storicamente incarnata dall’opinione pubblica. Esso opera come un’autorità sanzionatoria informale che prescrive e sorveglia l’adeguamento normativo, premiando il conformismo e punendo inflessibilmente la devianza. In parole semplici, il tribunale sociale è il giudizio degli “altri” rispetto al nostro comportamento. Per esempio, se in Italia nel 2026 frequentiamo un gruppo ambientalista ma esprimiamo opinioni in favore delle centrali a carbone, allora quel gruppo (la società) diventa un tribunale astratto e sanziona la nostra opinione respingendoci. Come? In tre modi: (1) emarginazione relazionale, quando gli altri membri smettono di interagire con noi, ignorando i nostri contributi; (2) declassamento di status, cioè la nostra credibilità interna viene messa in dubbio (non siamo più visti come un “membro leale”, ma come un “infiltrato” o un “traditore” della causa); (3) pressione psicologica, cioè il timore di perdere il supporto e il riconoscimento del gruppo ci spinge a ritrattare o ad abbandonare la discussione.
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De Nardis, F. (2023). Sociologia politica. Per comprendere i fenomeni politici contemporanei. McGraw-Hill. Esempio mio.
Il quarto punto riguarda il modo in cui le opinioni circolano tra gli attori della comunicazione (politici, media e cittadini-elettori), ovvero il multistep-flow model. Il modello multistep-flow supera la visione antiquata dell’influenza unidirezionale[16] e propone una diffusione reticolare in cui le informazioni circolano attraverso interazioni multidirezionali. In questo ecosistema, la formazione di trend avviene tramite “cascate” informative, innescate non solo da figure di spicco, ma soprattutto dalla partecipazione attiva di una massa critica di utenti che propagano contenuti all’interno delle proprie reti di pari (“quelli come noi”). Tale dinamica si fonda su logiche fiduciarie orizzontali, nelle quali il valore di un messaggio non deriva esclusivamente dai media mainstream, ma dalla sua capacità di intercettare gli interessi specifici della comunità digitale. All’interno di questo scenario, la figura dell’influencer ridefinisce l’intermediazione trasformando il proprio sé in un brand manageriale. A differenza dell’opinion leader classico, radicato in una comunità per la sua autorevolezza (per esempio il parroco in un piccolo paesino cattolico), l’influencer sfrutta le architetture tecnologiche e i sistemi dei social network per accumulare capitale in termini di celebrità. La sua attività di micro-celebrity trasforma i follower in un pubblico da gestire e commercializzare, operando come un nodo centrale capace di generare e accelerare cascate informative su larga scala, subordinando la reputazione personale alle logiche di mercato neoliberista.
- L’idea dell’ago ipodermico di Lasswell, cioè l’idea per la quale il pubblico sia passivo ed ingerisca tutto ciò che la televisione gli fornisce. ↩
Pensiamo al lancio di un nuovo prodotto di consumo o a una campagna di sensibilizzazione su TikTok. Non è più solo il telegiornale o un esperto di settore a determinare il successo del messaggio; il contenuto viene inizialmente adottato da alcuni utenti comuni (la massa critica) che lo ricondividono, creando una “cascata” di visibilità. Contemporaneamente, un influencer specializzato nella nicchia di riferimento utilizza tecniche di self-branding per dare credibilità al messaggio, massimizzando la portata della campagna. Il successo finale non dipende dalla qualità oggettiva dell’informazione, ma dalla velocità con cui la rete di utenti, basandosi su fiducia reciproca e condivisione, rende il contenuto un tema di tendenza (virale).
Questo funziona anche per le idee. Per esempio, un reel di una nota influencer femminista può essere prontamente condiviso da altre persone, influencer o utenti normali, raggiungendo un gran numero di visualizzazioni all’interno della nicchia o al di fuori: in questo modo il clima di opinione si modifica perché è presente una nuova idea (quella femminista) che condiziona, consapevolmente o inconsapevolmente, il dibattito pubblico.
Il modello di Barisione
La schematizzazione di Barisione è il punto centrale della nostra analisi[17]. L’idea è che le opinioni (tendenzialmente razionali rispetto a un problema specifico) e gli atteggiamenti (tendenzialmente irrazionali rispetto a un tema generico)[18] attecchiscano nei cittadini in un grado maggiore o minore a seconda del periodo e del luogo di riferimento. Infatti, l’intuizione è che esse non siano solo “statiche”, ma anche “dinamiche”.
- Barisione, M. (2011). Opinioni pubbliche. Tradizioni teoriche e forme empiriche dell’opinione pubblica contemporanea. Rassegna Italiana di Sociologia (4). ↩
- L’idea delle opinioni tendenzialmente razionali è semplicistica e utilizzata per fini divulgativi. Non si tratta di un argomento falso: lo sostiene Price, V. (2004). L’opinione pubblica. Il Mulino, nella sezione del testo dedicata alla differenza tra “opinioni” e “atteggiamenti”. Tuttavia, è necessario precisare che per una trattazione più approfondita anche l’opinione è un concetto che si appoggia anche alla sfera emozionale: per questo parliamo di “tendenze”. Ed è ovvio che sia così, altrimenti parleremmo di “legge” empirica o “modello” scientifico, e rimarremmo comunque nel campo delle probabilità. ↩
Barisione, quindi, propone un modello per classificare le diverse forme di opinione pubblica basandosi su due criteri fondamentali: (1) il livello di tematizzazione, ovvero quanto un argomento è al centro del dibattito pubblico, e (2) la natura dell’orientamento. Il sociologo distingue, chiamandola “processualità”, tra uno stato statico dell’opinione (l’opinione A è la stessa nel tempo) e una dinamica di opinione in movimento (l’opinione A cambia nel tempo e in futuro diventerà l’opinione B). La tematizzazione, ovvero “se la gente ne parla”, serve a capire se un tema è emerso chiaramente nell’agenda politica e dei media, diventando oggetto di discussione consapevole, oppure se rimane un sentire diffuso ma latente (nascosto). Parallelamente, la distinzione tra stato e dinamica permette di capire se ci troviamo di fronte a una fotografia istantanea di ciò che le persone pensano, o a un pensiero collettivo che sta mutando attivamente nel tempo.
Dall’incrocio di questi due criteri (la tematizzazione e la processualità) emergono quattro tipologie distinte, mostrate nella figura sopra. Quando non esiste una tematizzazione chiara, parliamo di (1) atteggiamento collettivo se il sentire è stabile e radicato nelle convinzioni profonde, oppure di (2) corrente d’opinione se percepiamo una tendenza in trasformazione, seppur non ancora ufficialmente riconosciuta come prioritaria nel discorso pubblico. Al contrario, quando un tema è esplicitamente tematizzato, incontriamo (3) l’opinione aggregata, che rappresenta la somma delle posizioni consolidate e stabili dei cittadini su un argomento al centro dell'attenzione, oppure (4) il movimento d’opinione, che è la forma più attiva e consapevole, in cui un gruppo mobilitato cerca di incidere concretamente sulle decisioni collettive in risposta a eventi contingenti.
N.B. Per questo motivo, nell’introduzione dell’articolo, ho consigliato di capire la differenza tra “opinione” e “atteggiamento”. Se nessuno parla di un tema, quello che “la gente pensa” rimane invariato nel tempo e non è un’opinione, è un “atteggiamento” collettivo. Diventa opinione se qualcuno ne parla e/o se c’è un cambiamento (opinione aggregata, corrente d’opinione, movimento d’opinione). Se non hai capito questa sezione, ti invito a leggere la parte dedicata alle definizioni di base all’inizio del testo.
Comprendere queste quattro distinzioni significa riconoscere che l’opinione pubblica è un ecosistema complesso nel quale convivono sensibilità profonde, orientamenti latenti (nascosti) e spinte mobilitatorie (movimenti). Mentre l’atteggiamento collettivo descrive solo il substrato culturale di una società, quasi come un riflesso identitario, il movimento d’opinione rappresenta la punta avanzata del conflitto politico, nel quale la consapevolezza è massima e la volontà di trasformazione sociale guida le azioni dei cittadini. Distinguere tra queste forme permette di analizzare con maggiore precisione non solo cosa pensa la gente in un dato momento, ma anche quale energia politica e sociale sia pronta a trasformare (o mantenere) l’ordine costituito.
Ai fini del nostro quesito, risulta ora più comprensibile come sia possibile che un’opinione o un atteggiamento possano cambiare e risultare socialmente accettati in tempi diversi nella società di riferimento.
Altri meccanismi di diffusione e accettazione delle idee
Ritengo che le premesse sopra presentate e il modello di Barisione siano più che sufficienti per fornire al pubblico generalista, tramite un articolo divulgativo, una risposta alla domanda della dott.ssa Ferrario. Naturalmente, altri meccanismi contribuiscono alla diffusione e all’accettabilità di un’idea come “normale” – nel senso inteso da Durkheim. Dal punto di vista sociologico, mi limiterò qui ad accennare ad alcune di esse[19].
In prima istanza, le reti di comunicazione digitale filtrano l’informazione attraverso dei meccanismi di esposizione selettiva mediante i quali gli individui ricercano contenuti coerenti con le proprie attitudini preesistenti per ridurre la dissonanza cognitiva. L’inclinazione psicologica verso l’omofilia politica, unita alle dinamiche di rete, genera le echo chambers. In questi ambienti chiusi, le idee accettate vengono continuamente convalidate e amplificate dal gruppo, mentre le informazioni dissonanti vengono ignorate o marginalizzate, favorendo l’autosegregazione degli utenti e la polarizzazione ideologica del dibattito pubblico.
In seconda istanza, i processi di mediatizzazione hanno imposto una radicale personalizzazione e “leaderizzazione” della politica. Max Weber (1919) aveva già teorizzato la tensione tra la democrazia governata da politici di professione e quella guidata da un leader dotato di carisma, capace di instaurare un rapporto cesaristico e plebiscitario con le masse. Nell’ecosistema digitale, il leader si trasforma in un iper-leader o brand politico, un avatar che sintetizza l’identità del partito e disintermedia il rapporto con i cittadini. Come evidenziato da Di Gregorio[20], in un contesto di profondo scollamento tra popolo ed élite la leadership si tramuta spesso in followship: il leader non guida il pubblico promuovendo nuove norme, ma ne asseconda e insegue i risentimenti e gli umori per massimizzare il consenso.
In terza istanza, il sistema dei media agisce come gatekeeper dell’informazione (cioè quali informazioni “passano” nei media e quali no), definendo le gerarchie di rilevanza attraverso l’agenda-setting e l’agenda-building. Le istituzioni mediatiche stabiliscono ciò che è legittimo nel discorso pubblico attraverso complesse interazioni con il potere politico. Spesso i giornalisti sviluppano un rapporto di dipendenza o di “subalternità” rispetto alle fonti ufficiali e governative, diventando il megafono delle definizioni dominanti fornite dalle istituzioni politiche e marginalizzando le voci e i temi devianti che non possiedono sufficiente potere o organizzazione.
In quarta istanza, la contrapposizione in-group/out-group è una dinamica relazionale fondamentale che utilizza le idee come strumento di distinzione sociale e coesione interna[21]. Questo meccanismo è centrale nella comunicazione politica populista, la quale struttura il proprio discorso su una dicotomia verticale tra il “popolo puro” (il “noi” virtuoso) e le “élite corrotte”, e su un asse orizzontale contro gli out-group (minoranze percepite come minacciose per i valori e le risorse del gruppo).
In quinta istanza, per non trascurare un approccio più squisitamente marxista, Antonio Gramsci definisce il potere egemonico come la forma più efficace di dominio, attraverso la quale una classe dominante ottiene un consenso stabile diffondendo la propria visione del mondo, la propria cultura e le proprie idee come universali, naturali e legittime. Questo processo di plasmazione del pensiero non avverrebbe – secondo Gramsci – con la forza, ma si instaurerebbe nella società civile attraverso specifici apparati egemonici come la scuola, la religione, la famiglia e i mezzi di comunicazione di massa. Gli intellettuali svolgerebbero la funzione cruciale di organizzare e politicizzare questa architettura culturale per garantire la stabilità sociale e riprodurre i rapporti di potere.
In sesta istanza, quando un messaggio politico risulta incoerente con i valori radicati di un individuo, si attivano difese psicologiche per preservare l’equilibrio cognitivo. Secondo la teoria dell’intelligenza affettiva, le informazioni dissonanti o associate a gruppi percepiti come minacciosi innescano ansia e attivano un “sistema di sorveglianza” nel cervello. Se il messaggio si scontra con opinioni preesistenti consolidate, l’individuo opera una percezione e una memorizzazione selettiva per distorcerne il significato o cancellarlo. Nel caso di comunicazioni estreme (come quelle populiste), un messaggio fortemente divergente dalle idee del ricevente genera un “effetto boomerang”, producendo il rigetto totale dell’idea e un allontanamento dalla fonte.
- Mazzoleni, G. (2021). Introduzione alla comunicazione politica. Il Mulino.
De Nardis, F. (2023). Sociologia politica. Per comprendere i fenomeni politici contemporanei. McGraw-Hill.
Bentivegna, S., Boccia Artieri, G. (2019). Le teorie della comunicazione di massa e la sfida digitale. Laterza.↩ - Riferimenti in Mazzoleni, G. (2021). Introduzione alla comunicazione politica. Il Mulino. ↩
- Lotto L., Rumiati R. (2012). Introduzione alla psicologia della comunicazione, il Mulino. ↩
Per un esempio sull’effetto boomerang
Immaginiamo una società a caso e semplificata. Le persone sono tradizionalmente cresciute in prevalenza con l’idea A, poi arriva qualcuno (giovani, élite, media, politici) che propone un’idea B. Quindi, è chiaro che se alle persone che hanno l’identità A si dice che è meglio B, allora queste si sentiranno spaesate: la loro identità (“ciò che io sono e che sono sempre stato”) non è più accettata e anzi, “qualcun altro vuole impormi un’altra identità, B”. Di conseguenza, alcune persone del primo gruppo si sentiranno legittimate a protestare e a radicalizzarsi in senso opposto, per ribadire la loro identità originaria A. Altre, invece, potrebbero accettare la nuova istanza B; altri, ancora, potrebbero semplicemente ignorare il dibattito.
In settima istanza, l’utilizzo ossessivo dei sondaggi d’opinione ha trasformato l’azione politica in una “campagna elettorale permanente”, nella quale le decisioni sono guidate dagli umori contingenti del pubblico. Questo produce una radicale presentificazione della democrazia: schiacciati dalla “tirannia dell'istante” tipica della post-modernità liquida, gli attori politici rinunciano alla visione storico-progettuale di lungo periodo per rincorrere gratificazioni immediate e micro-narrazioni tattiche, alterando profondamente l'antropologia del cittadino democratico.
In ottava istanza, Castells (2009) teorizza l’“autocomunicazione di massa” per descrivere come gli individui nelle reti digitali siano diventati capaci di autogenerare e autodirigere i propri messaggi verso un pubblico globale. Tale architettura disintermediata ha permesso l’emergere di networked publics e sfere pubbliche alternative, sfidando le gerarchie del giornalismo tradizionale e consentendo ai movimenti sociali di produrre citizen journalism e contro-narrazioni.
Per ricapitolare: “Come è possibile che idee politiche un tempo considerate estreme o del tutto impensabili diventino lentamente la nostra nuova normalità?”
Il passaggio di un’idea da estrema a “normalità” non avviene attraverso un confronto razionale tra tesi opposte, ma si compie quando essa riesce a infiltrarsi nei circuiti emotivi e relazionali che compongono la nostra identità sociale – nelle modalità descritte da Barisione. La società, intesa come un tribunale sociale, tende naturalmente a soffocare il dissenso per preservare la propria coesione: il singolo individuo, spinto dalla paura atavica dell’isolamento e dalla spirale del silenzio, finisce per autocensurarsi o adeguarsi alla posizione che percepisce come dominante.
In questo contesto, le convinzioni personali non sono che una difesa della propria appartenenza al gruppo, un meccanismo in cui l’esposizione selettiva e le camere dell’eco digitali isolano le persone dal confronto critico, validando costantemente ciò che conferma le proprie inclinazioni preesistenti. Questa trasformazione è accelerata dall’architettura delle reti digitali, che hanno definitivamente superato il vecchio modello unidirezionale di influenza (la teoria ipodermica[22]) a favore di un flusso a più fasi. Qui, la “normalizzazione” corre su cascate informative in cui la massa critica di utenti comuni e l’attività di micro-celebrity degli influencer agiscono come motori di legittimazione. Queste figure chiave rendono così un concetto non più un’idea radicale, ma un elemento integrante del proprio orizzonte di senso. Attraverso il micro-targeting algoritmico e una comunicazione che fa leva su marcatori somatici anziché su dati oggettivi, l’idea nuova smette di essere percepita come una minaccia esterna per diventare la risposta naturale ai risentimenti e alle aspirazioni del momento, e si cristallizza quindi nella nuova normalità condivisa.
Per concludere, ritengo opportuno parlare di “tecnologia”. I Big Data e i processi di datificazione (datafication) hanno strutturato un nuovo potere computazionale basato sugli algoritmi delle piattaforme. Eli Pariser (2011) illustra come questi algoritmi generino e favoriscano le filter bubbles, ecosistemi informativi invisibili e iper-personalizzati costruiti sulle precedenti azioni dell’utente in rete. A differenza della selezione volontaria, l’ingresso in questa bolla è passivo: l’algoritmo convalida costantemente le idee preesistenti dell’individuo isolandolo da argomentazioni contrarie o accidentali, alterando così la percezione della realtà sociale e frammentando il discorso pubblico.
Aggiungerei io, l’intelligenza artificiale permette oggi di adattare il messaggio non più soltanto al livello di “gruppo con idee simili”, ma anche (e più spaventosamente) a singoli individui tramite un micro-targeting estremamente specifico e mirato. Dal mio punto di vista, la prospettiva non troppo remota in cui aziende e/o governi, oppure singoli individui, riescano a manipolare[23] le opinioni dei singoli cittadini, è preoccupante. Attenzione: non si tratta di fantascienza, ma è ciò che è già successo, per esempio, con il micro-targeting e con i contenuti generati dall’intelligenza artificiale durante le elezioni (poi annullate) in Romania, in cui agenti stranieri (russi) tentavano di modificare l’esito del voto.
- Sulla teoria ipodermica consiglio questo articolo per semplificare, ma ampia letteratura è in Bentivegna, S., Boccia Artieri, G. (2019). Le teorie della comunicazione di massa e la sfida digitale. Laterza. ↩
- La manipolazione è un atto intenzionale: A compie un’azione perché ha l’obiettivo intenzionale di modificare il comportamento di B. Tuttavia, esiste anche il condizionamento laddove A, senza intenzione, causa la modifica del comportamento di B. Qui rilevano entrambi. ↩


