In copertina: Visual spettacolo teatrale "Dylan Dog: Horror Show" al Teatro Eliseo di Roma, link
Costume e Società
04 novembre 2026 | di Valentina Barbiero

“Ho bisogno di un mistero. 
Che cos'è la vita, la mia vita, se non la speranza di un incubo che diventi realtà?”
- Dylan Dog

Ci sono personaggi che, con il passare degli anni, escono dalle storie che raccontano per entrare a pieno titolo nell'immaginario collettivo, attraversano generazioni e finiscono per rappresentare un modo particolare di osservare il mondo. Dylan Dog è certamente uno di questi.

Riproduzione dell'albo n.1, presso Teatro Eliseo, Roma, foto di Valentina Barbiero

Il 26 settembre 1986 arrivava nelle edicole italiane L'alba dei morti viventi, primo numero di una serie destinata a lasciare un solco significativo nella storia del fumetto italiano. Creato da Tiziano Sclavi e pubblicato da Sergio Bonelli Editore, Dylan Dog si presentava come un investigatore decisamente fuori dagli schemi: viveva a Londra, si occupava di fenomeni apparentemente soprannaturali, aveva un assistente dall'umorismo improbabile e un rapporto tutt'altro che semplice con l'amore, la morte e le proprie paure.

Un protagonista malinconico, contraddittorio, spesso fragile. Un uomo che, pur confrontandosi quotidianamente con mostri e incubi, sembrava trovare proprio negli esseri umani le ragioni più profonde dell'orrore.

Quarant'anni dopo, Dylan Dog continua a essere una figura riconoscibile della cultura popolare italiana. Per celebrare questo anniversario, l'Indagatore dell'Incubo ha lasciato le pagine del fumetto per salire sul palcoscenico del Teatro Eliseo di Roma con Dylan Dog Horror Show.

Un passaggio interessante, perché portare Dylan Dog a teatro significa confrontarsi con un universo narrativo che ha fatto dell'atmosfera, del silenzio, dell'ironia e dell'inquietudine alcuni dei suoi elementi più caratteristici. Quanto di questo universo riesce davvero a sopravvivere al passaggio dalla vignetta alla scena?

Dylan Dog: quando l'orrore racconta l'essere umano

Per capire la difficoltà di questa operazione bisogna tornare al personaggio creato da Sclavi. Dylan Dog non è mai stato soltanto un investigatore dell'occulto. Le sue storie hanno utilizzato il linguaggio dell'horror per affrontare questioni che vanno ben oltre il soprannaturale: la solitudine, la diversità, la violenza, la malattia mentale, il rapporto con la morte e le contraddizioni della società contemporanea.

I mostri, nelle sue avventure, non sono necessariamente le creature più spaventose. A volte sono vittime, altre volte rappresentano paure collettive, altre ancora diventano il riflesso di un'umanità incapace di riconoscere le proprie responsabilità.

È anche in questa ambiguità che si trova una delle caratteristiche più interessanti del fumetto. Dylan è un uomo con le sue imperfezioni, che sbaglia, soffre, s'innamora e spesso non riesce a trovare risposte definitive. Il suo rapporto con il mondo è quello di chi continua a interrogarsi, non certo di chi possiede tutte le risposte. Attorno a lui si è costruito un universo fatto di personaggi e oggetti immediatamente riconoscibili. Groucho, con le sue battute incessanti; l'ispettore Bloch, figura quasi paterna; il clarinetto, la poltrona, il modellino del galeone e l'immancabile abbigliamento composto da camicia rossa, giacca nera e jeans.

Dettagli che, nel corso dei decenni, sono diventati parte integrante dell'identità del personaggio. Dylan Dog, però, non si esaurisce nei suoi simboli. È soprattutto il modo in cui guarda il mondo a renderlo riconoscibile e, forse, è proprio qui che un adattamento teatrale incontra la sua sfida più difficile.

Dylan Dog Horror Show: un viaggio tra ricordi e incubi

Lo spettacolo propone un viaggio all'interno dell'universo personale dell'Indagatore dell'Incubo. Dylan si trova ad attraversare ricordi dolorosi, incontri e figure che hanno segnato la sua esistenza. Tornano persone che ha amato, frammenti del suo passato e presenze che appartengono tanto alla sua memoria quanto ai suoi incubi.

Locandina dello spettacolo presso il Teatro Eliseo, Roma, link

L'idea di partenza è promettente. Il passato di Dylan Dog, il rapporto con la perdita e il peso dei sentimenti rappresentano alcuni degli aspetti più importanti del personaggio. Esplorarli attraverso il linguaggio teatrale potrebbe offrire una prospettiva diversa, più intima, sulla sua storia. Il risultato, però, convince soltanto in parte.

Dylan Dog Horror Show è uno spettacolo godibile, anche se con un eccesso traspositivo verso il musical in stile Brodway, non molto adatto al personaggio. È stato comunque capace di regalare momenti divertenti e di richiamare atmosfere familiari a chi conosce il fumetto. Eppure, procedendo nella rappresentazione, emerge la sensazione che alcuni passaggi non trovino una connessione sufficientemente solida con gli altri. Il viaggio nell'incubo si sviluppa attraverso incontri e situazioni che non sempre contribuiscono a costruire un percorso narrativo coerente. In alcuni momenti, sembra prevalere la volontà di cercare la complicità degli appassionati, attraverso riferimenti a una carrellata di personaggi iconici degli albi, piuttosto che approfondire il racconto.

Un'operazione comprensibile, soprattutto in occasione del quarantennale, ma che solleva una domanda: quanto può bastare il riconoscimento di un personaggio amato per rendere convincente una trasposizione?

Tra gli elementi più riusciti dello spettacolo spiccano le interpretazioni di Loris Fabiani nei panni di Groucho e Ida Marinelli in quelli di Madame Trelkovski. Fabiani dà al personaggio una presenza scenica vivace, conquistando ripetutamente le risate del pubblico. Il suo Groucho possiede il ritmo necessario per sostenere battute, interruzioni e situazioni comiche, riuscendo a imporsi anche nei momenti in cui la narrazione perde incisività.

Convince anche Ida Marinelli nei panni di Madame Trelkovski, di cui restituisce perfettamente l'eccentricità. Dalle parole storpiate al disprezzo per Groucho, fino ai consigli quasi amorevoli rivolti a Dylan, l'attrice riesce a dare vita a un personaggio divertente e affettuoso, senza mai risultare caricaturale.

Sono due interpretazioni che contribuiscono significativamente alla godibilità dello spettacolo, pur senza compensarne del tutto le debolezze narrative. È soprattutto nella caratterizzazione del protagonista che emerge qualche perplessità. Il Dylan portato in scena da Gabriele Graham Gasco appare molto giovane, non soltanto nell'aspetto, ma anche nel modo di affrontare ciò che gli accade.

Ogni adattamento teatrale ha la libertà di reinterpretare i personaggi, anche attraverso scelte che si discostano dal fumetto originale. Nel caso di Dylan Dog, però, questa reinterpretazione sembra sacrificare parte della malinconia, del disincanto, della sensibilità e della fragilità che caratterizzano il protagonista. Una distanza che potrebbe dipendere tanto dall’interpretazione quanto dalla sceneggiatura. Ne deriva un curioso paradosso: lo spettacolo attraversa i ricordi più dolorosi di Dylan, ma fatica a restituire il peso emotivo delle esperienze che hanno segnato la sua vita.

C'è poi un altro aspetto che merita attenzione: il rapporto tra lo spettacolo e la memoria dei lettori. Per chi è cresciuto con Dylan Dog, ritrovare personaggi e riferimenti familiari rappresenta inevitabilmente un piacere, quello di riconoscere un universo narrativo che ha accompagnato una parte della propria vita.

Eppure, nel susseguirsi degli incontri, si finisce per sentire la mancanza di elementi apparentemente più semplici: il clarinetto, la poltrona, il galeone mai completato. Oggetti che, insieme ai piccoli rituali quotidiani, raccontano molto del carattere di Dylan, delle sue abitudini e del suo modo di affrontare il mondo.

Non è la loro assenza, naturalmente, a compromettere la riuscita dello spettacolo, ma viene da chiedersi se una maggiore attenzione a questa dimensione più intima non avrebbe permesso di restituire qualcosa in più del protagonista, senza affidarsi così spesso al riconoscimento di volti e situazioni familiari. Forse, in alcuni momenti, sarebbe bastato meno. E, contemporaneamente, più spazio da lasciare a Dylan, con le sue contraddizioni e le sue fragilità. Ed è proprio qui, purtroppo, che si colloca la principale debolezza dello spettacolo.

Ringraziamenti. Teatro Eliseo, foto scattata da Valentina Barbiero

Quarant'anni dopo, cosa resta di Dylan Dog?

Il debutto teatrale di Dylan Dog rappresenta comunque un'occasione interessante per riflettere sulla longevità del personaggio e sul posto che occupa nella cultura popolare italiana. Quarant'anni sono un periodo considerevole, soprattutto per un fumetto nato in un contesto culturale profondamente diverso da quello attuale. Nel frattempo sono cambiati il pubblico, i linguaggi narrativi e persino il modo in cui consumiamo le storie. Dylan Dog, però, continua a parlare di paure che non sono scomparse: la solitudine, il dolore, la perdita, la diversità, la difficoltà di comprendere gli altri e noi stessi rimangono esperienze profondamente umane.

Dylan Dog Horror Show prova a recuperare questo patrimonio attraverso un viaggio nei ricordi e negli incubi del protagonista. Ci riesce a tratti, soprattutto quando lascia spazio all'ironia e alla riconoscibilità dei personaggi. Meno quando deve dare continuità e profondità al percorso emotivo di Dylan. Dylan Dog ha attraversato quattro decenni non soltanto grazie ai suoi mostri, ai suoi incubi o ai personaggi che lo circondano. Li ha attraversati perché, dietro ogni storia dell'orrore, ha continuato a raccontare qualcosa di profondamente umano. Ed è proprio questa dimensione che, sul palcoscenico, avremmo voluto ritrovare con maggiore forza.

Resta uno spettacolo piacevole, che può offrire agli appassionati il piacere di incontrare dal vivo alcuni dei personaggi con cui hanno condiviso quarant'anni di storie. Ma lascia anche la sensazione di un'occasione non completamente sfruttata.

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