In copertina: Strumenti per la lobotomia, foto di Sillerkiil - Own work, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons
Le storie • Scienza
29 ottobre 2026 | di Valentina Barbiero e Laura Allevi

Alice è ansiosa e soffre di attacchi di panico. Le sue notti sono senza sonno, e la depressione ha ormai preso possesso della sua vita. Alice ha 63 anni, e suo marito, Theodore, è molto preoccupato. Le condizioni della moglie peggiorano a tal punto che lui teme di dover pensare a un ricovero permanente in un ospedale psichiatrico.

Siamo in Kansas, nel 1936. Theodore cerca una soluzione, e così Alice arriva all'attenzione del dottor Walter Freeman, un neurologo di quarant'anni che lavora a Washington e che da qualche tempo si interessa a un approccio nuovo e controverso al trattamento delle malattie mentali.

L'idea arriva dall'Europa ed è radicale, perché prevede di intervenire direttamente sul cervello. Nel settembre di quell'anno, Alice e suo marito raggiungono Washington. Freeman ritiene che Alice possa essere una buona candidata per una procedura messa a punto appena un anno prima dal neurologo portoghese António Egas Moniz, e mai sperimentata prima negli Stati Uniti.

Il 14 settembre 1936 Alice Hood Hammatt entra in sala operatoria. Con Freeman c'è James Watts, il neurochirurgo con cui ha iniziato a collaborare. È Watts a incidere il cranio della donna e a praticare le aperture necessarie per accedere all'encefalo. Freeman dirige l'intervento e gli indica dove recidere le connessioni nervose.

Qualche ora più tardi Alice apre gli occhi, e Freeman osserva che il suo volto appare tranquillo. Nei giorni successivi, però, non tutto procede bene, e Alice attraversa momenti di disorientamento e agitazione. Poi, con il passare del tempo, le sue condizioni sembrano stabilizzarsi e alla fine viene dimessa. Freeman e Watts considerano l'operazione un successo.

Alice Hood Hammatt è appena diventata la prima persona sottoposta a lobotomia negli Stati Uniti. E non sarà certo l'ultima.

Che cos'è la lobotomia

Ma che cosa era successo, esattamente, nel cervello di Alice? La lobotomia, che Moniz aveva chiamato leucotomia, è un intervento di psicochirurgia che mira a interrompere alcune delle connessioni nervose tra la corteccia prefrontale e altre regioni cerebrali. I lobi frontali svolgono funzioni estremamente complesse, che vanno dalla pianificazione alla presa di decisioni, fino alla regolazione delle emozioni e del comportamento. Intervenire su queste connessioni può quindi modificare profondamente il modo in cui una persona pensa, reagisce e si comporta.

Va detto che negli anni Trenta le conoscenze neurologiche erano molto limitate. E la psichiatria doveva fare i conti con il fatto che, per molte persone con gravi disturbi mentali, le possibilità di cura erano poche. Gli psicofarmaci che avrebbero trasformato la psichiatria dovevano ancora arrivare e, nei casi più gravi, il ricovero in un ospedale psichiatrico poteva protrarsi per anni, o diventare permanente.

Antonio Egas Moniz, Premio Nobel per la medicina 1949. Wikimedia Commons

È in questo contesto che, in Portogallo, António Egas Moniz iniziò a imboccare la strada della leucotomia. Moniz era neurologo e professore all'Università di Lisbona. Nel 1927 aveva sviluppato l'angiografia cerebrale, una tecnica che permetteva di visualizzare, attraverso i raggi X, i vasi sanguigni dell'encefalo, e che avrebbe avuto un ruolo importante nella diagnostica neurologica. Nel 1935 rivolse la propria attenzione alle malattie mentali. La sua ipotesi era che alcuni disturbi potessero essere associati a connessioni anomale, o eccessivamente rigide, tra diverse aree del cervello, e che interromperle permettesse di attenuarne i sintomi.

A mettere materialmente alla prova questa ipotesi fu il neurochirurgo Pedro Almeida Lima. Attraverso alcune aperture praticate nel cranio, raggiungeva la sostanza bianca dei lobi frontali e ne tagliava alcuni collegamenti. Nei primi interventi si iniettava dell'alcol per distruggere le fibre. Successivamente Moniz sviluppò uno strumento apposito, il leucotomo, con cui era possibile recidere piccole porzioni di tessuto.

La procedura prese il nome di leucotomia prefrontale. I primi risultati erano difficili da valutare. Alcuni pazienti apparivano più tranquilli, meno agitati o meno tormentati dai propri sintomi. Altri non miglioravano, e l'intervento poteva avere gravi conseguenze sul comportamento e sulla personalità. Nonostante questo, la leucotomia veniva vista come una procedura all'avanguardia e cominciò a farsi notare anche fuori dal Portogallo. Negli anni successivi la sua legittimazione crebbe, fino al 1949, quando Moniz ricevette metà del premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina, con questa motivazione: «per la sua scoperta del valore terapeutico della leucotomia in alcune psicosi».

Molto prima del Nobel, la tecnica di Moniz aveva già suscitato l'interesse di Walter Freeman e James Watts. Ed è così che, nel settembre del 1936, si arriva ad Alice Hood Hammatt.

Chi era Freeman e lo spettacolo itinerante

Per proseguire nella nostra storia, conviene soffermarsi su Walter Jackson Freeman Secondo.

Walter Freeman II, Foto di Harris A Ewing, Public Domain, Wikimedia Commons

Freeman era nato a Philadelphia nel 1895, e per lui la medicina era, in un certo senso, un affare di famiglia. Suo padre era medico, e suo nonno materno, William Williams Keen, era stato uno dei chirurghi più importanti degli Stati Uniti. Freeman studiò medicina all'Università della Pennsylvania e, dopo essersi trasferito a Washington, si dedicò alla neurologia.

Quando incontrò la leucotomia di Moniz, cercava un trattamento per i casi più gravi. La tecnica, però, aveva un ostacolo. Richiedeva un neurochirurgo, l'apertura del cranio e una sala operatoria, cioè competenze e strutture che molti ospedali psichiatrici non possedevano. Freeman voleva qualcosa di diverso.

La via che Freeman scelse passava per le orbite oculari.

Questa a dire il vero non era un'idea del tutto inedita. Già negli anni Trenta lo psichiatra italiano Adamo Mario Fiamberti aveva sperimentato un accesso ai lobi frontali attraverso l'orbita. Freeman ne raccolse il principio e lo sviluppò fino a farne una procedura in cui le fibre nervose venivano recise meccanicamente.

Per mettere a punto la tecnica, inizialmente fece esperimenti sui cadaveri, usando persino un rompighiaccio preso dalla cucina di casa. In seguito quello strumento improvvisato sarebbe stato sostituito da altri, progettati appositamente. Ma il principio rimaneva lo stesso.

Strumenti per la lobotomia utilizzati da Walter Freeman, di Wellcome Images , CC BY 4.0, Wikimedia Commons

Il paziente veniva reso incosciente con l'elettroshock. Freeman introduceva poi lo strumento sotto la palpebra superiore, lo faceva passare attraverso la sottile parete ossea dell'orbita e lo muoveva all'interno per interrompere fasci di sostanza bianca dei lobi frontali. Quindi l'operazione veniva ripetuta dall'altro lato..Non era necessario aprire il cranio, e tutto poteva essere completato in pochi minuti.

Nel 1946 Freeman mise in pratica la nuova tecnica su Ellen Ionesco, una donna di 29 anni con una grave forma di depressione e idee suicide. Fu la sua prima paziente sottoposta a lobotomia transorbitale.

Walter Freeman esegue una lobotomia transorbitale con un bisturi o un bitoclast. Immagine pubblicata in The history of leucotomy, M. Balcells

Molti anni dopo, la figlia Angelene avrebbe raccontato di aver giudicato positivamente l'esito dell'intervento. Sua madre non manifestò più le stesse tendenze suicide e riuscì a tornare a casa. È una testimonianza importante, perché ricorda che Freeman incontrò anche pazienti e familiari convinti che l'intervento avesse migliorato le loro vite.

Watts, dal canto suo, non condivideva la direzione presa dal collega. Per lui un intervento del genere doveva restare un'operazione eseguita da personale specializzato, in un ambiente adeguato. La lobotomia transorbitale contribuì ad allontanare i due medici, e la loro collaborazione terminò, con Freeman che decise di continuare da solo. A questo punto la storia della lobotomia comincia ad assumere contorni da "spettacolo itinerante".

Freeman viaggiava attraverso gli Stati Uniti per insegnare e dimostrare la propria tecnica negli ospedali psichiatrici. Oltre a operare, coltivava i rapporti con la stampa, si lasciava fotografare durante gli interventi e faceva di ogni dimostrazione un'occasione per promuovere la procedura. La dimensione teatrale di quelle esibizioni sarebbe diventata uno dei tratti più caratteristici della sua attività.

Dietro tutto questo c'era la precisa convinzione di aver trovato una cura per pazienti ai quali, secondo Freeman, la medicina offriva pochissime alternative.

Per capire fino a dove arrivò quella convinzione bastano i numeri. Nell'estate del 1952 Freeman partecipò al West Virginia Lobotomy Project. In appena dodici giorni furono sottoposti a lobotomia transorbitale 228 pazienti, ricoverati negli ospedali psichiatrici dello Stato. Quattro morirono. A un anno di distanza, 85 di quei 228 pazienti si trovavano fuori dall'ospedale. I risultati furono pubblicati nel 1954 sul Journal of the American Medical Association, la rivista nota come JAMA.

Duecentoventotto interventi in dodici giorni mostrano meglio di qualsiasi aneddoto come la lobotomia, nelle mani di Freeman, fosse diventata una procedura rapida, ripetibile e praticabile su una scala che un intervento chirurgico sul cranio non avrebbe mai consentito.

Eppure, ridurre questa storia all'immagine di Freeman con un rompighiaccio sarebbe fuorviante. Il neurologo non operava ai margini della medicina del suo tempo, né era il solo a credere nella lobotomia. La procedura si diffuse in molti istituti, venne praticata da altri medici e, per un certo periodo, trovò spazio nella medicina ufficiale. Ciò che oggi risulta più difficile da comprendere è come, nella psichiatria dell'epoca, un intervento irreversibile e capace di conseguenze gravissime potesse essere considerato una terapia.

Ma che cosa significava davvero considerare riuscito un intervento del genere? Per capirlo, torniamo indietro di qualche anno.

Prima del rompighiaccio, prima della lobotomia transorbitale e prima dei viaggi attraverso gli Stati Uniti, Freeman e Watts avevano operato una giovane donna appartenente a una delle famiglie più conosciute d'America. Si chiamava Rosemary Kennedy.

Rosemary Kennedy

Maggio 1938. Rosemary indossa un abito bianco con un lungo velo ed è pronta per essere presentata a corte, a Londra. Suo padre, Joseph P. Kennedy, è ambasciatore degli Stati Uniti nel Regno Unito, e lei partecipa alla vita sociale della famiglia insieme ai fratelli e alle sorelle.

Rosemary Kennedy, foto di Richard Sears in the John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston, Pubblico dominio, Wikimedia Commons

Rose Marie Kennedy, per tutti Rosemary, ha diciannove anni ed è la terza dei nove figli di Joseph e Rose Kennedy. Fin dall'infanzia mostra difficoltà cognitive e di apprendimento che la distinguono dai fratelli e che le hanno fatto seguire percorsi educativi differenziati, ma la sua vita comprende comunque occasioni mondane, viaggi e momenti trascorsi con i suoi cari. In Inghilterra frequenta anche una scuola conventuale con un programma Montessori, dove sembra trovare una certa stabilità. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, però, i Kennedy tornano negli Stati Uniti, e Rosemary non trova più un ambiente altrettanto adatto alle sue esigenze.

Con il passare degli anni crescono le preoccupazioni per il suo comportamento. Rosemary diventa più ribelle e assertiva e, in uno degli istituti che frequenta, comincia a uscire di nascosto durante la notte. Il padre cerca una soluzione e, nel 1941, arriva a Freeman e Watts. La lobotomia è ancora una novità, praticata negli Stati Uniti da appena cinque anni, ma Joseph Kennedy si informa e decide di sottoporre all'intervento la figlia ventitreenne, senza consultare la moglie.

Non è ancora la lobotomia transorbitale, ma un'operazione sul cranio. Stando al racconto che Watts ne farà in seguito, Rosemary fu sedata solo leggermente e, con ogni probabilità, restò cosciente per almeno una parte dell'intervento. Watts praticò due aperture nella parte anteriore del cranio e agì sul tessuto cerebrale, mentre Freeman le parlava e le chiedeva di contare all'indietro, di recitare preghiere, di cantare. Le sue risposte servivano ai due medici per capire fino a dove spingersi, e l'operazione andò avanti finché non diventarono incoerenti. Solo a quel punto si fermarono.

Dopo l'intervento Rosemary parlava con grande difficoltà, non riusciva più a camminare come prima e le sue capacità cognitive risultarono profondamente compromesse. Negli anni successivi recuperò alcune funzioni, ma non riacquistò l'indipendenza di prima e non fu più in grado di vivere da sola. Dopo essere passata per diverse strutture, venne trasferita a Saint Coletta, nel Wisconsin, una comunità dedicata all'assistenza delle persone con disabilità, dove resterà per gran parte della vita. Morirà nel 2005, a 86 anni, e la sua vicenda è tra i casi più noti della lobotomia.

Come sappiamo quello che era accaduto a Rosemary non bastò a fermare Freeman, visto che cinque anni dopo cominciò a portare la lobotomia transorbitale da un ospedale psichiatrico all'altro. Migliaia di pazienti verranno dopo Rosemary.

L'abbandono della lobotomia e la scienza moderna

E come finì, la lobotomia? Non scomparve da un giorno all'altro. Le critiche l'avevano accompagnata fin dai primi anni, ma solo a partire dagli anni Cinquanta le conseguenze degli interventi si fecero più note, l'opposizione crebbe e l'immagine pubblica della psicochirurgia peggiorò sempre di più.

Soprattutto, la psichiatria cominciava ad avere delle alternative. All'inizio degli anni Cinquanta entrò nella pratica clinica la clorpromazina, uno dei primi farmaci antipsicotici, e per alcuni pazienti affetti da psicosi diventò possibile intervenire sui sintomi senza ricorrere a un'operazione irreversibile sul cervello. Sarebbe troppo semplice, però, attribuire la fine della lobotomia soltanto ad un farmaco. Pesarono anche il dissenso all'interno della comunità medica e, via via, controlli più stringenti sulla psicochirurgia. Stava cambiando, in altre parole, il rapporto tra i rischi della lobotomia e i benefici che si riteneva potesse offrire.

Freeman continuò comunque a difenderla. Nel maggio del 1967 pubblicò sull'American Journal of Psychiatry un articolo intitolato Multiple Lobotomies, dedicato a 414 pazienti sottoposti a più di un intervento.

Quello stesso anno praticò la lobotomia su Helen Mortensen, già sua paziente e tra le prime sottoposte alla tecnica transorbitale, nel 1946. Dieci anni dopo, alla ricomparsa dei sintomi, l'aveva operata una seconda volta. Nel 1967 la donna tornò da lui, e Freeman decise di intervenire per la terza volta. Durante l'operazione venne lesionato un vaso sanguigno cerebrale, e Helen Mortensen morì tre giorni dopo per un'emorragia.

Fu l'ultima lobotomia praticata da Walter Freeman. L'ospedale gli revocò i privilegi chirurgici, e lui non avrebbe più operato. Erano trascorsi poco più di trent'anni da quando Alice Hood Hammatt era entrata in una sala operatoria di Washington ed era diventata la prima persona sottoposta a lobotomia negli Stati Uniti. Tra Alice e Helen, la lobotomia era passata dall'essere una procedura sperimentale a diffondersi negli ospedali psichiatrici, ottenere riconoscimento scientifico e, infine, avviarsi verso l'abbandono.

Non per questo la psicochirurgia è un capitolo chiuso. In casi estremamente selezionati di disturbi psichiatrici gravi e resistenti alle terapie, può essere preso in considerazione un intervento chirurgico diretto. Esistono procedure che ancora oggi distruggono piccole porzioni di tessuto, ma mirano a bersagli molto più circoscritti, e tecniche come la deep brain stimulation, la stimolazione cerebrale profonda, che utilizza elettrodi impiantati per modulare l'attività di specifici circuiti nervosi.

La distanza dall'epoca di Freeman non è chiaramente soltanto tecnologica. Oggi si sa molto di più sul funzionamento dell'encefalo, i pazienti vengono selezionati con cura e per valutare efficacia e sicurezza servono prove solide. E il consenso informato ha un ruolo centrale.

La lobotomia, invece, appartiene ormai alla storia della medicina. Walter Freeman, il suo più celebre sostenitore, morì nel 1972.

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