N.B. Si ringrazia il dott. Mazziotti per aver dedicato del tempo a Politèia. La responsabilità di quanto scritto, così come degli eventuali errori, è esclusivamente del sottoscritto.
Il dialogo con il dottor Matteo Mazziotti di Celso
L’idea per il presente articolo trae origine da un breve scambio su Xin relazione all’Operazione Strade Sicure tra il sottoscritto e il dottor Matteo Mazziotti di Celso, il quale si è reso disponibile per un colloquio telefonico con Politèia. Il dottor Di Celso ha una cattedra presso varie università, tra cui Tor Vergata (UniRoma2), Università degli Studi di Genova (UniGe) e l’Università degli Studi internazionali di Roma (UNINT). Ufficiale in riserva dell’Esercito Italiano, concentra le sue attività accademiche in materia di Sicurezza e Relazioni internazionali.. È inoltre autore del testo Military Policing in Advanced Democracies: Italy in Comparative Perspective (Routledge, 2026).
Nel corso del colloquio, si è parlato della natura dell’Operazione Strade Sicure in Italia rispetto ad altri modelli internazionali. In seguito, la riflessione si è estesa verso l’evoluzione delle politiche di Difesa europee, i limiti strutturali del dibattito pubblico italiano e i criteri metodologici necessari per lo studio accademico della materia. Per interesse personale, ho cercato di condurre la conversazione verso una disamina del ruolo dell’opinione pubblica.
Cosa sono i Security and Strategic Studies?
Gli studi sulla sicurezza internazionale (International Security Studies, ISS) nascono nel secondo dopoguerra come branca delle Relazioni internazionali. Si distinguono dalla storia militare e dai War Studies per la centralità teorica del concetto di sicurezza, per l’esigenza di gestire la stabilità strategica nell’era nucleare e per il contributo determinante di studiosi e tecnici civili. La disciplina si articola attorno a quattro quesiti fondamentali relativi all’oggetto da proteggere (dallo Stato all’individuo), alla provenienza delle minacce, ai settori coinvolti (oltre a quello strettamente militare) e alla concezione della politica di sicurezza come gestione delle emergenze o processo di cooperazione. In questo quadro, mentre gli Studi strategici ne costituiscono il nucleo tradizionale e realista, focalizzato sull’uso e sul controllo della forza militare statale in un contesto d’anarchia internazionale, gli ISS operano come una categoria più ampia e multilivello capace di includere paradigmi critici e alternativi.
Dal punto di vista teorico ed epistemologico, il concetto di sicurezza viene definito sia da nozioni complementari, parallele e opposizionali, sia dalle differenti modalità di rilevazione della minaccia stessa. Nelle concezioni oggettive l’analisi si concentra sulle capacità materiali e militari misurabili degli avversari, laddove le prospettive soggettive privilegiano la percezione psicologica e il contesto storico-sociale della paura. A queste si affianca l’approccio discorsivo proprio della scuola costruttivista, che interpreta la sicurezza come un atto linguistico in cui la minaccia viene costruita socialmente; attraverso il meccanismo della cartolarizzazione (securitisation) – cioè il processo socio-politico attraverso cui un tema viene trasformato in una questione di sicurezza nazionale o di minaccia esistenziale, sviluppato principalmente dalla Scuola di Copenaghen negli anni ‘90, guidata da studiosi come Ole Wæver e Barry Buzan – la classe politica definisce una questione come un pericolo esistenziale per legittimare misure straordinarie rispetto alla gestione ordinaria della politica pubblica.
L’operazione Strade Sicure (in prospettiva comparata)
Sul sito del Ministero della Difesa leggiamo che: “L’Operazione ‘Strade Sicure’ è iniziata il 4 agosto 2008, sulla base della Legge 24 luglio 2008, nr. 125, che prevedeva la possibilità di impiego di personale militare appartenente alle Forze Armate per specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità, in aree metropolitane o densamente popolate. Il personale delle Forze Armate è posto a disposizione dei Prefetti, da questi è impiegato per servizi di vigilanza a siti e obiettivi sensibili, nonché in perlustrazione e pattuglia congiuntamente alle Forze di Polizia”. Inoltre, “[...] la consistenza massima annuale impiegata per l’Operazione ‘Strade Sicure’ è di 5.000 militari, che garantiscono una presenza capillare sul territorio nazionale contribuendo fattivamente alla realizzazione di un ambiente più sicuro”. Pertanto, l’idea alla base è quella di coordinare le forze di polizia e le Forze Armate per il presidio del territorio “per specifiche ed eccezionali esigenze”. In ogni caso, il Senato (Legislatura 19ª - Dossier n. 175 Volume II) riporta che il numero di unità impiegate ha raggiunto almeno le 7.050, per poi scendere progressivamente.
Il dott. Mazziotti ci illustra operazioni simili a quella italiana e ci fornisce un quadro più ampio della situazione. In primo luogo, abbiamo la “famiglia” dei modelli dell’America Latina (Brasile, Nicaragua, Messico, Ecuador)[1]. In questi Stati, l’impiego strutturale delle forze armate in compiti di sicurezza interna costituisce una risposta diretta alla profonda sfiducia della cittadinanza nei confronti della polizia civile, percepita come inefficace e segnata dalla corrosione della corruzione. Tale dinamica determina un progressivo prosciugamento delle funzioni militari tradizionali, tra cui la difesa territoriale e le missioni di mantenimento della pace all’estero; le forze armate vengono così ridotte, nella sostanza operativa, a una “polizia iper-trofica” e pesantemente armata per il controllo della criminalità ordinaria. Una parte degli studi comparati mette in rilievo come la dissoluzione dei confini tra ordine pubblico e difesa esterna rischi di compromettere la stabilità democratica, scorgendovi il riflesso dei passati regimi autoritari della regione.
In secondo luogo, abbiamo il modello degli Stati Uniti (seconda presidenza Trump). Nel contesto statunitense, durante la seconda presidenza Trump, si è registrato un impiego strategico e intermittente della Guardia Nazionale per il controllo delle frontiere terrestri e il contenimento dei disordini urbani[2]. Tale corpo è stato schierato nel pattugliamento di metropoli quali New Orleans, Los Angeles e Washington. L’azione ha risposto all’obiettivo primario di alimentare la percezione di sicurezza tra i cittadini, poiché la presenza delle uniformi opera sul piano simbolico della rassicurazione pubblica.
In terzo luogo, il modello europeo (Francia, Belgio, Regno Unito). Il modello europeo regola l’impiego delle forze armate in ambito interno per il contrasto e la prevenzione del terrorismo internazionale, configurando una netta divaricazione operativa tra l’area continentale e il Regno Unito. In Francia e in Belgio, in seguito alle emergenze del 2015, le autorità hanno optato per un dispiegamento massiccio e continuativo dei militari sul territorio[3]. Al contrario, lo Stato britannico riserva lo strumento militare a circostanze di eccezionale gravità, e ha limitato l’uso delle truppe a una durata di poche settimane nel corso del 2017[4].
Quindi, qual è la particolarità italiana? L’esperienza italiana costituisce una marcata deviazione dal modello contro-terroristico europeo, in virtù della genesi e delle finalità dell’Operazione Strade Sicure. Istituita nel 2008 in assenza di una minaccia terroristica imminente, l’iniziativa risponde a esigenze prevalentemente domestiche ed elettorali, poiché il governo di centrodestra (Berlusconi IV) ha inteso rassicurare l’opinione pubblica orientata da una diffusa percezione d’insicurezza. Conseguentemente, Roma ha impiegato le forze armate in modo permanente per il contrasto della microcriminalità ordinaria e per il presidio della sicurezza urbana, e ha trasformato una misura emergenziale in un dispositivo strutturato di controllo del territorio.
Le determinanti politico-economiche e il consenso popolare in Italia dell’operazione Strade sicure
Matteo Mazziotti di Celso su X (05-08-2026) ci anticipa che “l’operazione ha un consenso pari a circa il 70% degli italiani [...], un supporto praticamente trasversale. Contrari per davvero sono solamente gli elettori di AVS (5%)”. Il dottore fa riferimento a una ricerca al momento inedita effettuata dall’Università di Genova. Alla richiesta di chiarimenti, egli propone sei preziose considerazioni.
La prima considerazione riguarda le dinamiche del consenso. Il fenomeno si inserisce all’interno delle dinamiche del consenso, caratterizzato da un supporto statistico che supera stabilmente la soglia del 70% e riduce la quota di opposizione residua a una percentuale stimabile al di sotto del 5% o 6%[5]. Tale tendenza manifesta una precisa continuità storica nell’esperienza italiana, come dimostrano i dati relativi ai precedenti sondaggi sulle grandi operazioni di sicurezza interna della fine del Novecento. L’Operazione Vespri Siciliani, avviata nel 1992, e i contemporanei dispiegamenti contingenti in Calabria e in Campania registrarono un analogo sostegno trasversale e bipartisan, a conferma di come il ricorso allo strumento militare sul territorio nazionale generi una convergenza politica e sociale pressoché unanime, capace di neutralizzare le tradizionali divisioni ideologiche in nome di una diffusa istanza di rassicurazione pubblica.
La seconda considerazione riguarda i fattori endogeni alla domanda di sicurezza. I fattori endogeni della domanda di sicurezza in Italia si articolano anzitutto in un’ansia sociale ipertrofica della cittadinanza, una costante rilevata dalle indagini dell’Eurobarometro che colloca tale preoccupazione ai vertici delle priorità statali, talvolta superata soltanto dalle comprensibili ansie per l’inflazione e per i livelli di occupazione. Questa percezione diffusa non si distribuisce in modo uniforme sul territorio, ma registra una netta concentrazione nei principali poli metropolitani del paese, con picchi significativi nelle città di Palermo, Milano, Torino e Roma. A esasperare ulteriormente la richiesta di protezione rivolta alle istituzioni statali interviene la salienza di frame comunicativi[6] da parte dei partiti politici attorno al nesso immigrato-reato, una correlazione diretta che ha trovato un potente fattore di amplificazione mediatica e sociale in concomitanza con l’intensificarsi dei flussi migratori registrati nel biennio tra il 2014 e il 2015.
La terza considerazione concerne i deficit statali e la “trappola elettorale”. Il quadro dei deficit statali e della conseguente “trappola elettorale” si compone in primo luogo dell’inefficienza strutturale degli apparati ordinari di sicurezza, ossia la polizia e la magistratura, nel garantire un controllo capillare del territorio e un rapido coordinamento dell’azione giudiziaria. A questa carenza si affianca un vantaggio finanziario contingente che ha orientato le scelte dei governi: nel contesto di crisi economica e di blocco del turnover nel settore pubblico, l’impiego operativo delle forze armate ha comportato costi vivi decisamente inferiori rispetto all’assunzione permanente di nuove unità di polizia. Questo quadro economico e organizzativo comporta infine l’impossibilità politica di sospendere l’operazione, la quale trasforma la misura in un vincolo permanente per qualunque decisore, anche se ideologicamente contrario. Il rischio politico legato a un eventuale reato o attentato commesso in un’area precedentemente presidiata dissuade i governi dalla smobilitazione delle truppe, poiché il ritiro dei militari verrebbe immediatamente sanzionato dall’opinione pubblica sul piano elettorale.
La quarta questione sollevata dal dottore riguarda gli interessi corporativi delle Forze Armate italiane. Gli interessi corporativi delle forze armate hanno costituito un fattore determinante nel consolidamento della presenza dell’Esercito Italiano nelle città. Tale propensione è emersa in modo particolarmente evidente nelle posizioni espresse dai vertici militari fino al biennio compreso tra il 2014 e il 2016, quando il sostegno all’Operazione è risultato costante e ben strutturato. Questo orientamento favorevole si spiega sia con l’acquisizione di una straordinaria visibilità pubblica e mediatica per l’istituzione militare, sia con la possibilità di incamerare risorse finanziarie straordinarie. Tali fondi supplementari, allocati direttamente per il presidio del territorio statale, si sono rivelati preziosi poiché sono stati in seguito riutilizzati per finanziare attività addestrative e operative, offrendo all’istituto un margine di manovra economico essenziale in una fase di generali contrazioni di bilancio.
La quinta considerazione ha a che fare con la polarizzazione ideologica e il comportamento dei partiti politici italiani. Il dibattito politico attorno alla sicurezza dimostra come questa materia funzioni nell’arena pubblica come una tipica valence issue, un tema sul quale si registra una convergenza di tutte le forze politiche, dall’estrema sinistra all’estrema destra, le quali concordano interamente sul fine ultimo della tutela della cittadinanza e dell’ordine pubblico. La frammentazione del consenso emerge tuttavia sul piano metodologico, poiché la netta divergenza si sposta sulle strategie di implementazione operativa. L’area conservatrice manifesta una chiara predilezione per interventi militarizzati, rigidi, visibili sul territorio e repressivi, rispondendo in questo modo alle istanze di un elettorato mediamente più anziano e spaventato dalla percezione del degrado urbano. Al contrario, l’area progressista e liberale privilegia sul piano teorico e programmatico l’adozione di pratiche civili, preventive e non militarizzate, concepite per garantire la difesa sociale attraverso l’inclusione e la rigida tutela delle libertà individuali.
L’ultima considerazione riguarda la divergenza tra la dottrina teorica e il pragmatismo governativo. Essa si manifesta in una contraddizione sistematica che vede i partiti politici opporsi con fermezza alla militarizzazione delle città durante le campagne elettorali, per poi confermare o persino estendere l’operazione una volta insediati al potere. I tentativi storici di chiusura o di ridimensionamento del presidio militare, promossi principalmente dalle coalizioni di centrosinistra (come nei casi dei governi Prodi nel 1996, nel 2007 e nel 2008, oppure nelle intenzioni espresse dai ministri della Difesa Pinotti e Guerini), sono sistematicamente falliti di fronte alla realtà istituzionale. La leadership politica si è trovata ogni volta nell’impossibilità oggettiva di sostenere il gravoso costo politico derivante da un eventuale ritiro delle truppe, unito all’insorgere improvviso di emergenze esterne di prima grandezza, quali la recrudescenza della minaccia terroristica o la crisi sanitaria dovuta al Covid-19, le quali hanno finito per imporre la prosecuzione del dispositivo di controllo del territorio. In questo senso, la differenziazione partitica appare più evidente nella selezione degli strumenti che nella definizione dell’obiettivo generale, ma la distinzione ideologica risulta attenuata quando i partiti assumono responsabilità di governo.
Le barriere culturali e comunicative della Difesa in Italia
Durante la conversazione con il dott. Mazziotti è emersa una questione attinente l’opinione pubblica italiana: perché è così difficile parlare di Difesa?
Anzitutto, il dibattito pubblico e accademico in Italia sconta una pesante eredità storica, all’interno della quale permane un’associazione ideologica immediata che tende a legare il concetto stesso di Difesa nazionale e le istituzioni militari all’esperienza del fascismo o alle istanze della destra radicale. Questo pregiudizio diffuso ha storicamente inibito la nascita di un confronto scientifico bipartisan e maturo sul ruolo delle Forze Armate nelle democrazie contemporanee. A tale polarizzazione ideale si affianca un grave deficit di competenze specifiche tra la classe politica e i quadri editoriali del paese, i quali risultano privi degli strumenti teorici e analitici fondamentali legati alla Foreign Policy Analysis e ai Security Studies, impedendo così una trattazione tecnica e rigorosa dei temi strategici.
Questa dinamica genera una forma di riservatezza da parte dello strumento militare, che nel corso del tempo ha teso a limitare la propria presenza comunicativa all’interno di conferenze, seminari universitari o dibattiti pubblici. Tale cautela risponde all’esigenza di preservare la specificità tecnica della materia dalle alterazioni del dibattito quotidiano, ma rischia di produrre un circolo vizioso per la cultura collettiva. La minore frequenza di occasioni di confronto nei contesti civili può infatti alimentare una carenza di informazioni diffuse circa le reali e moderne funzioni della Difesa, consolidando preconcetti di natura teorica.
Così, il fenomeno trova un parallelo nella complessità dello sviluppo di percorsi di studio specialistici dedicati alla Difesa nazionale all’interno dei contesti formativi e di ricerca, in cui storicamente si riscontrano cautele nell’avviare insegnamenti strutturati su queste tematiche. La tendenza a non approfondire pubblicamente, in modo accademico, i temi legati alla Difesa risponde alla volontà di prevenire divergenze di opinione immediate, ma può riflettersi sulla continuità e sulla solidità delle linee di azione internazionale.
L’evoluzione delle politiche militari europee post-Guerra fredda
Per illustrare lo scenario nel quale ci muoviamo, è stato chiesto al dott. Mazziotti di fare chiarezza sui mutamenti nelle politiche militari europee post-Guerra fredda.
Il periodo successivo alla fine della Guerra fredda ha registrato una transizione dottrinale diffusa in tutto il Continente, caratterizzata dallo smantellamento dei tradizionali sistemi statici di difesa territoriale. Questo processo ha favorito l’adozione di modelli strutturali snelli, ad alta tecnologia e fortemente proiettabili all’estero, concepiti per affrontare minacce asimmetriche e attori non-statali. In questo scenario, la postura strategica dell’Italia si è orientata verso una partecipazione intensiva alle missioni internazionali nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq. Tale presenza ha costituito lo strumento primario per garantire al paese un elevato prestigio diplomatico all’interno delle sedi dell’ONU, della NATO e dell’Unione europea, oltre a rafforzare i rapporti bilaterali con gli Stati Uniti.
L’operatività italiana all’estero si è contraddistinta per l’impiego costante di limitazioni d’impiego sul campo, note come caveat, finalizzate a contenere l’esposizione dei contingenti al combattimento ad alta intensità. Questa scelta ha consentito di registrare un tasso di perdite umane significativamente inferiore rispetto a quello degli Alleati, quali Regno Unito, Francia, Canada e Australia. Parallelamente, sul piano interno si è assistito al ricorso sistematico alla retorica istituzionale delle “missioni di pace”, una formulazione utile ad attenuare la percepita natura bellica degli interventi fuori area e a prevenire la maturazione di un’opposizione politica o sociale.
Per approfondire le operazioni militari italiane all’estero (concluse o in corso), si consulti il sito del Ministero della Difesa qui.
Nel panorama contemporaneo si osserva una riconversione asimmetrica delle opzioni difensive tra le diverse aree del Continente. Germania e Francia hanno avviato parziali riallocazioni di capitale per il potenziamento della Difesa del territorio statale, mentre il Regno Unito affronta criticità nelle risorse e nel reclutamento programmando investimenti futuri nelle capacità cibernetiche e ibride. Diversa appare la traiettoria dei paesi dell’Est-Europa, dei Baltici e della penisola nordica, in cui la vicinanza alla minaccia russa ha determinato un aumento massiccio della spesa militare e la reintroduzione (o mantenimento) del servizio di leva obbligatorio, esteso anche alla componente femminile nel contesto danese. Di contro, la scelta italiana evidenzia una perdurante inerzia strategica, priva di riforme strutturali orientate al ripristino delle capacità di difesa territoriale e ancora incentrata sulla priorità della proiezione esterna.
E l’Unione europea?
Se è vero che il decisore ultimo della propria politica di Difesa è lo Stato, qual è il ruolo dell’Unione europea (nei fatti e nella comunicazione istituzionale)?
Sul piano dell’integrazione industriale e del coordinamento finanziario, l’Unione europea ha avviato programmi volti all’assegnazione di fondi e prestiti strutturati con l’obiettivo di vincolare gli Stati membri a un’effettiva standardizzazione dell’industria bellica continentale. Tale architettura economica mira a sostenere i grandi consorzi aerospaziali e navali, quali Leonardo, BAE Systems e Naval Group, affinché possano competere con efficacia su scala globale. All’interno di questo quadro si colloca il documento strategico Readiness 2030 (redatto nel 2025), il quale analizza le linee di azione dirette a potenziare la resilienza delle infrastrutture logistiche e a sostenere la competitività globale dei grandi consorzi aerospaziali e navali europei. Il documento (pag. 1 e 4) introduce inoltre specifici criteri di protezione e di reattività per far fronte alle crisi sistemiche e all’impatto dei cambiamenti climatici entro il prossimo decennio; ma il parere del dottore mostra un certo scetticismo al riguardo.
Tuttavia, secondo il dott. Mazziotti, l’analisi economica del discorso militare evidenzia una sostanziale inconsistenza della retorica sul moltiplicatore della Difesa. La letteratura internazionale mette in discussione la teoria secondo la quale le risorse destinate agli armamenti generino ritorni economici proporzionali e garantiti, come la narrazione che attribuisce a ogni euro investito un raddoppio di valore nel lungo periodo[7]. I dati empirici mostrano infatti risultati eterogenei, poiché la spesa militare si compone di variabili macroeconomiche profondamente diverse (tra queste ricordiamo gli stipendi del personale, l’acquisto di munizioni, la logistica e il settore ricerca e sviluppo), i cui impatti su occupazione e crescita rimangono incerti e ampiamente dibattuti.
Parallelamente, il percorso verso una Difesa comune europea affronta forti rallentamenti a causa delle resistenze sovraniste e dei veti latenti esercitati da diversi Stati membri, tra cui Spagna, Italia e Ungheria, i quali mantengono una cooperazione formale ma ostacolano le riforme operative più profonde. In tale contesto, il tentativo di collegare gli investimenti militari alla gestione del cambiamento climatico o alla protezione civile appare come un espediente retorico per superare la diffidenza dell’opinione pubblica. Tale sovrapposizione incontra infatti un preciso disallineamento dottrinale, in quanto la deterrenza nei confronti di un apparato convenzionale richiede sistemi d’arma complessi, artiglieria e munizionamento pesante, strumenti del tutto privi di utilità di fronte alle emergenze ecologiche o di soccorso pubblico. Insomma, aggiungerei io, la dimensione internazionale (impegni formali) e la dimensione domestica (defezione) del dibattito si intrecciano, parafrasando Putnam (1988) e la sua idea di Two-Level Game applicata al tema in questione.
Bonus. E se volessi approfondire la disciplina dei Security and Strategic Studies o rimanere aggiornato sulle pubblicazioni più recenti?
I consigli del dott. Mazziotti
All’interno della Comunità scientifica internazionale lo studio specialistico della sicurezza e della Difesa si articola attorno ad alcune riviste che garantiscono il massimo rigore metodologico, tra le quali spiccano i periodici Security Studies, International Security e il Journal of Strategic Studies. A questo circuito accademico si affiancano i principali think-tank globali accreditati per l’analisi e la formulazione delle politiche pubbliche, come l’istituto britannico International Institute for Strategic Studies, i centri francesi Institut Français des Relations Internationales e Fondation pour la Recherche Stratégique, nonché i centri di analisi statunitensi Brookings Institution e War on the Rocks. La realtà italiana si distingue invece per un’assenza strutturale di centri di ricerca scientificamente indipendenti e metodologicamente rigorosi (mi permetto io di ripetere e sottoscrivere: “scientificamente indipendenti e metodologicamente rigorosi”) dedicati specificamente alla Difesa.
Il progresso della ricerca empirica in questo ambito richiede anche l’adozione di un approccio metodologico rigoroso, il quale non può limitarsi alla sola ricognizione bibliografica ma deve necessariamente includere l’indagine qualitativa diretta sul campo. Tale orientamento si realizza attraverso la pianificazione e la conduzione di interviste strutturate con decisori politici, vertici militari in attività ed esperti internazionali, strumenti essenziali per raccogliere dati primari e comprendere le logiche profonde dei processi decisionali. Questa attività sul campo consente di verificare empiricamente le ipotesi teoriche, superando i limiti della saggistica commerciale e offrendo un quadro interpretativo fondato su riscontri oggettivi e verificabili. In ogni caso, il networking a questi livelli è quasi un’attività esclusiva dei migliori ricercatori.
Quindi, da dove può cominciare chi non ha mai studiato questa disciplina?
Chi approccia per la prima volta a queste tematiche deve tenere a mente che il percorso formativo propedeutico impone il rifiuto della pubblicistica non rigorosa (per esempio, senza peer-review) o dei testi generici privi di basi scientifiche. La formazione iniziale deve invece fondarsi su uno studio selettivo e monografico, focalizzato sui singoli capitoli dei grandi manuali specializzati internazionali editi dalle principali case editrici universitarie, quali gli Handbooks della Oxford University Press o di Routledge dedicati ai settori della International Security e dei Security Studies.
Purtroppo, per mancanza di tempo, non è stato possibile includere nel colloquio con il dottore il ruolo della NATO, la cyber-security, l’analisi degli attori internazionali più importanti (Cina e Stati Uniti), la questione energetica e quella delle materie prime, e altre. Desidero nuovamente ringraziare il dottor Matteo Mazziotti di Celso per i preziosi commenti e le osservazioni.
- Approfondire qui. ↩
- Ne parla, per esempio, Weird il 09-06-2025. ↩
- Opération Sentinelle in Francia e Opération Vigilant Guardian in Belgio. ↩
- Operation Temperernel Regno Unito, in reazione agli attentati di Manchester del maggio 2017 (concerto di Ariana Grande) e del settembre 2017. ↩
- In riferimento alla ricerca inedita dell’Università degli Studi di Genova. ↩
- Ho parlato del tema in un articolo su Politèia qua. ↩
- Un esempio potrebbe essere quello della Commissione europea. ↩
Matteo Mazziotti di Celso è ricercatore post-doc presso l’Institut de Recherche Stratégique de l’École Militaire (IRSEM) di Parigi. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Strategici presso l’Università di Genova, dove ha discusso una tesi sull’impiego delle forze armate italiane per attività di polizia interna. Prima di intraprendere la carriera accademica, ha prestato servizio per otto anni nell’Esercito Italiano come ufficiale del Genio Guastatori, lasciando il servizio con il grado di Capitano. I suoi interessi di ricerca riguardano le relazioni civili-militari, l’impiego interno delle forze armate e il reclutamento militare.


