In copertina: Foto di Nati / Pexel
L'Editoriale • Attualità
24 ottobre 2026 | di Valentina Barbiero

In Italia si parla molto di pace in Ucraina. La chiedono i partiti, la invocano i cittadini e la richiamano quanti vorrebbero vedere finalmente la fine di una guerra che, dopo oltre quattro anni, continua a provocare morti, distruzioni e sofferenze.

È un desiderio che, ovviamente, condivido: il timore di un'escalation, la preoccupazione per le risorse destinate alla spesa militare e la volontà di trovare una soluzione diplomatica sono comprensibili. Eppure, nel dibattito italiano c'è qualcosa che continua a lasciarmi perplessa: si discute molto di come fermare la guerra, ma mi sembra che si dedichi meno attenzione alle condizioni nelle quali gli ucraini dovrebbero vivere una volta cessati i combattimenti.

Il confronto politico si concentra soprattutto sulla prosecuzione delle forniture militari a Kyiv e sul riarmo europeo perché c'è chi ritiene necessario continuare a sostenere militarmente l'Ucraina e chi propone di interrompere gli aiuti per favorire una soluzione negoziale. Sono posizioni che riflettono valutazioni differenti sui rischi del conflitto, sulle priorità di spesa e sulle responsabilità del nostro Paese. Ogni scelta ha delle conseguenze, e credo che proprio da queste dovremmo partire.

La Russia continua a occupare parte del territorio ucraino e a colpire città e infrastrutture civili. In queste condizioni, interrompere le forniture militari inciderebbe sulla capacità dell'Ucraina di difendersi e gli sviluppi delle ultime settimane hanno mostrato quanto la difesa ucraina dipenda dalle decisioni dei suoi alleati, dalla disponibilità di tecnologie straniere e dalla capacità europea di garantire forniture difficili da sostituire. Ne ho parlato nell'articolo Ucraina e pace: le incognite del sostegno occidentale ed è una dipendenza che dovrebbe trovare spazio anche nel nostro dibattito politico, soprattutto quando si propone di ridurre o interrompere il sostegno militare a Kyiv.

Un esempio arriva dal Movimento 5 Stelle. Nel programma approvato dagli iscritti nel settembre 2026, il partito guidato da Giuseppe Conte sostiene che proseguire l'invio di armi all'Ucraina allontani la pace e propone una svolta negoziale che tuteli le ragioni del Paese aggredito, con il coinvolgimento della comunità internazionale.

Comprendo la necessità di cercare una soluzione diplomatica, ma sinceramente faccio fatica a condividere l'idea che interrompere le forniture militari possa, di per sé, avvicinare la pace. I negoziati si svolgono anche sulla base dei rapporti di forza esistenti e ridurre la capacità di difesa di Kyiv, senza aver prima definito strumenti alternativi di sicurezza, potrebbe indebolirne la posizione , soprattutto se le trattative dovessero prolungarsi senza raggiungere un accordo.

Trovo inoltre riduttivo il modo in cui la parola «armi» viene talvolta utilizzata nel confronto politico, quasi fosse sufficiente dichiararsi favorevoli o contrari al loro invio. Gli equipaggiamenti militari svolgono funzioni differenti e il loro impiego va valutato nel contesto. I sistemi di difesa aerea, per esempio, contribuiscono a proteggere città e infrastrutture civili dagli attacchi russi. La loro disponibilità incide direttamente sulla capacità di proteggere la popolazione.

C'è poi una distinzione che considero fondamentale: quella tra usare la forza per invadere un altro Stato e impiegarla per difendersi da un'invasione. La Russia ha avviato l'aggressione su vasta scala nel febbraio 2022; l'Ucraina sta difendendo la propria sovranità. È una differenza dalla quale dovrebbe partire qualsiasi discussione sulle responsabilità degli alleati e sulle condizioni di un eventuale accordo.

Per questo considero fuorviante presentare le forniture militari e la diplomazia come due strade necessariamente alternative. Il problema è capire come possano contribuire a creare le condizioni per una pace duratura, valutando gli obiettivi, i rischi e i limiti delle scelte compiute.

Lo stesso vale per il cessate il fuoco: fermare i combattimenti significherebbe risparmiare vite e alleviare le sofferenze della popolazione civile, ma resterebbero da affrontare questioni decisive come le garanzie contro nuove aggressioni, il futuro dei territori occupati e il ruolo degli ucraini nelle decisioni che riguardano il proprio Paese.

Il 22 giugno 2022, intervenendo alla Camera dei deputati, l’allora presidente del Consiglio Mario Draghi affrontò il tema del sostegno all'Ucraina e delle responsabilità europee di fronte all'invasione russa. Nel criticare l'idea di rassegnarsi alla superiorità militare di Mosca e lasciare che l'Ucraina si sottomettesse, utilizzò una domanda provocatoria: «Dopotutto, cosa vogliono questi ucraini?».

Quella domanda è a mio avviso il fulcro del discorso.In mezzo a dichiarazioni, trattative e proposte diplomatiche, ho l'impressione che le persone direttamente coinvolte rischino di passare in secondo piano. Si parla di territori, di concessioni necessarie a raggiungere un accordo e di condizioni per fermare i combattimenti, ma è buona cosa ricordare che dietro le linee tracciate sulle mappe ci sono milioni di persone che vivono le conseguenze dell'invasione russa e che dovranno convivere anche con quelle di un'eventuale pace. È la volontà degli ucraini quella che dovrebbe avere un ruolo centrale in qualsiasi percorso negoziale.

Pensiamo ai territori occupati, pensiamo, per esempio, a Oleshky, nella regione di Kherson, occupata dalle forze russe dal 2022. Ne ho parlato in un precedente articolo, Oleshky, vivere intrappolati nella guerra, raccontando le gravi difficoltà affrontate dai residenti rimasti nell'accesso al cibo, alle cure e ai beni essenziali. Quando si discute del futuro dei territori occupati, penso anche a loro: a chi ha perso la propria casa, a chi vive lontano dai familiari, a chi è rimasto e cerca di affrontare ogni giorno condizioni estremamente difficili. Per queste persone, il significato di un accordo di pace dipenderà anche da ciò che cambierà concretamente nella loro vita.

Nel dibattito italiano possiamo discutere delle forniture militari, dei costi del sostegno occidentale e delle possibilità offerte dalla diplomazia. Dovremmo però interrogarci anche sulle conseguenze delle soluzioni che proponiamo. Le decisioni degli alleati influiranno sulla capacità dell'Ucraina di difendersi e sulle prospettive di milioni di persone. Anche noi europei abbiamo una responsabilità, perché le scelte che compiamo oggi contribuiranno a determinare le possibilità di sicurezza e ricostruzione del Paese.

Vorrei che il confronto italiano partisse da qui, dalla sicurezza degli ucraini, dal loro diritto di decidere del proprio futuro e dalle conseguenze concrete delle soluzioni che proponiamo.

La pace è un obiettivo urgente e necessario, ma invocarla significa anche assumersi la responsabilità di spiegare come raggiungerla e quali garanzie possano renderla duratura. Altrimenti, il richiamo alla pace rischia di ridursi a uno slogan, lasciando senza risposta proprio le domande più importanti.

Perché quando chiediamo la pace per l'Ucraina, dovremmo chiederci anche a quali condizioni stiamo chiedendo agli ucraini di accettarla.

 

Articoli

Gli ultimi articoli