Premessa alla rubrica
La politica internazionale è prepotentemente entrata a far parte della nostra vita quotidiana. Eventi come la pandemia da COVID-19 prima, l’invasione russa dell’Ucraina o il conflitto israelo-palestinese poi, sono oggi presenze fisse nel dibattito pubblico. Queste, come le azioni statunitensi in Iran, influenzano la vita di ognuno di noi, per esempio causando l’aumento dei prezzi dei beni che acquistiamo e l’erosione del nostro potere d’acquisto.
Come possiamo approcciare questa tipologia di notizie senza rimanere disorientati? Lo scopo della Rubrica è fornire al lettore i concetti principali, così da sapersi districare in modo sufficientemente critico ed efficace. Alla fine dei 10 appuntamenti, la promessa che facciamo è quella di far sì che siate in grado di distinguere fra chi, tra giornalisti e commentatori politici, propone analisi con cognizione di causa e chi no.
Saranno 10 appuntamenti per accennare a tutti quei temi fondamentali della disciplina delle Relazioni internazionali. Il primo riguarda la definizione e la contestualizzazione della disciplina; i successivi tratteranno gli argomenti-chiave: le teorie fondative, la guerra tra Stati (definizione, tipi, dati, cause), le guerre interne, le principali dottrine nucleari, i metodi politologici e giuridici per raggiungere la pace e risolvere le controversie internazionali, le sfide al Sistema internazionale (terrorismo, pirateria e attori-non statali in generale). In ultimo, si approfondirà un tema di estrema attualità: il problema legato al cambiamento climatico. Non si parlerà, infatti, di “geopolitica”. La differenza tra “geopolitica” e Relazioni internazionali è trattata in un articolo specifico.
Introduzione
Partiamo definendo la disciplina delle Relazioni internazionali (IR). Nelle Scienze sociali si parla di “Scienze politiche”[1] per indicare tutte quelle discipline che studiano la politica: storia, economia, sociologia, psicologia, geografia[2], antropologia, filosofia, psicologia sociale, ecc.. Tra esse, “la Scienza politica[3] è lo studio della politica tramite l’applicazione del metodo scientifico” e “il suo campo d’indagine è caratterizzato da due diverse, seppur collegate, attività di ricerca. La politica comparata è lo studio dei fenomeni politici che avvengono prevalentemente all’interno di paesi. La politica internazionale[4] è lo studio dei fenomeni politici che avvengono prevalentemente tra paesi” (Clark, Golder, Golder; 2011)[5]. Quindi, le Relazioni internazionali (IR) sono una sottodisciplina della Scienza politica che studia prevalentemente i rapporti tra gli Stati[6]. All’interno delle Relazioni internazionali si colloca l’Analisi della politica estera (FPA)[7], che si occupa di studiare tutti quei fattori che influenzano, appunto, la politica estera[8]: i processi cognitivi, le caratteristiche dei leader statali, le dinamiche dei gruppi decisionali, il contesto culturale, la burocrazia e le istituzioni, ecc. (Smith, Hadfield, Dunne; 2024)[9].
Per capire i fenomeni politici internazionali, i politologi raccolgono dati statistici, osservano empiricamente e cercano di rappresentare la realtà nel modo più accurato possibile; per interpretare ciò che hanno osservato, utilizzano delle teorie onnicomprensive[10] che si concentrano su alcuni aspetti specifici in base al contesto. Le teorie più importanti sono: il Realismo (in tutte le sue varianti[11]), che si concentra sul potere[12] degli Stati; il Liberalismo, che studia gli individui e i rapporti economici; il Marxismo, che parla di lotta di classe e di struttura del Sistema internazionale; il Costruttivismo, che enfatizza il ruolo delle idee; il Femminismo[13], che si occupa dei ruoli di genere; e il Post-colonialismo, che sfida la centralità dell’Occidente.
Se parliamo di Relazioni internazionali (IR), è utile ricordare che gli attori principali – ma non gli unici – sono gli Stati-nazionali. Definiamo quindi i concetti di Stato, nazione e Stato-nazionale dal punto di vista politologico[14]. “Uno Stato è un’entità che usa la coercizione e la minaccia della forza per governare in un determinato territorio. Una nazione è un gruppo di persone che condivide una qualche identità comune, come la lingua, la religione, l’etnia o la storia. Uno Stato nazionale è uno Stato in cui una singola nazione è predominante e nel quale i confini legali, sociali, demografici e geografici dello Stato stesso hanno importanti collegamenti con quelli della nazione” (Clark, Golder, Golder; 2022: 62)[15]. Esattamente come nel Diritto internazionale, non esistono autorità superiori rispetto agli Stati[16]. È esempio di Stato nazionale il Giappone; i curdi, invece, rappresentano il caso più famoso di nazione senza Stato. Distribuiti tra Turchia, Iraq, Siria e Iran, essi condividono radici linguistiche e culturali, ma sono privi di un’entità statuale sovrana unitaria, nonostante l’esistenza di regioni autonome (come il Kurdistan iracheno).
La storia della disciplina
Sebbene la disciplina accademica formale “Relazioni internazionali” sia nata nel XX secolo, lo studio delle relazioni internazionali – cioè dei rapporti tra gli Stati – attinge a tradizioni di pensiero millenarie (Devetak, George, Percy; 2017)[17]. Pensatori come Tucidide, Machiavelli e Hobbes, pur non essendo studiosi di Relazioni internazionali in senso contemporaneo, hanno fornito il lessico e i concetti fondamentali sui quali la disciplina si è poi costruita. Tuttavia, è fondamentale evitare l’anacronismo storico: questi autori non teorizzavano un sistema di relazioni internazionali distinto dalla politica domestica nel modo in cui lo intende la disciplina attuale. Fino alla fine del XIX secolo, e anche all’inizio del XX, lo studio degli Stati e delle loro differenze culturali era spesso il punto di partenza per i diplomatici e gli amministratori coloniali, riflettendo una mentalità imperiale.
La nascita formale delle Relazioni internazionali come disciplina accademica è convenzionalmente fissata nel 1919, con l’istituzione della cattedra Woodrow Wilson presso l’Università del Galles ad Aberystwyth (Devetak et al., 2017[18]; McGlinchey et al., 2017[19]; Burchill et al., 2005[20]). Questo sviluppo fu una risposta diretta ai traumi della Prima guerra mondiale, con l’obiettivo esplicito di studiare le cause della guerra e le condizioni per la pace in modo sistematico (Spindler, 2013)[21]. In questa fase iniziale (1919-1939), spesso definita “idealista” o “liberale-utopica”, l’attenzione era rivolta alla prevenzione della guerra attraverso il Diritto internazionale, le organizzazioni sovranazionali (come la neonata Società delle nazioni) e la promozione della democrazia. L’intento era fortemente normativo: non solo analizzare il mondo, ma cambiarlo per evitare un nuovo conflitto catastrofico.
Il fallimento della Società delle nazioni e lo scoppio della Seconda guerra mondiale portarono a una critica feroce dell’approccio idealista, innescando il cosiddetto “primo grande dibattito” (Jackson, Sørensen; 2013)[22]. Figure come Carr e Morgenthau (anni ‘30 - ‘40) criticarono l’utopismo liberale, sostenendo che aveva ignorato la realtà della lotta per il potere (Burchill et al., 2005[23]). Carr, in particolare, criticò l’incapacità degli idealisti di distinguere tra le aspirazioni e la realtà fattuale della politica di potenza (Grieco et al., 2017)[24]. La teoria realista si affermò come paradigma dominante e si concentrava sullo Stato come attore principale, sull’anarchia del Sistema internazionale e sulla sicurezza nazionale come priorità assoluta. Così, il Realismo vinse questo primo dibattito, dominando la disciplina durante la Guerra fredda e stabilendo i parametri fondamentali dello studio delle Relazioni internazionali, come la centralità dello Stato e l’equilibrio di potenza.
Negli anni ‘50 e ‘60, la disciplina fu attraversata da una frattura metodologica, nota come “secondo grande dibattito” o “Rivoluzione comportamentista”. Sviluppatosi principalmente negli Stati Uniti, questo approccio cercava di trasformare le IR in una scienza rigorosa, simile alle scienze naturali; l’obiettivo era la raccolta di dati empirici osservabili per formulare delle leggi generali e delle ipotesi verificabili, separando i fatti (com’è) dai valori (come vorremmo che fosse). In questo caso, studiosi come Bull difendevano un approccio umanistico, storico e filosofico, basato sul giudizio e sulla comprensione delle norme e dei valori, piuttosto che sulla mera misurazione quantitativa. Sebbene il Comportamentismo abbia introdotto un maggiore rigore metodologico, la Scuola inglese di Bull mantenne una posizione influente, proponendo una soluzione intermedia che riconosceva l’esistenza di una “società internazionale” composta di Stati e regolata da norme comuni, pur in un contesto di anarchia.
In questo periodo, venivano messi in discussione alcuni degli assunti del Realismo. Si capì che gli Stati non erano entità omogenee e razionali, ma anche burocratiche e mosse dai valori simbolici che permeavano le opinioni pubbliche (in riferimento alle proteste per la Guerra in Vietnam).
Tra gli anni ‘70 e ‘80, la disciplina vide una proliferazione di approcci teorici, spesso descritta come il “dibattito inter-paradigma”. Waltz riformulò il Realismo in termini scientifici e sistemici. Il Neorealismo si distaccò dalle spiegazioni basate sulla natura umana (tipiche del Realismo classico di Morgenthau) per concentrarsi sulla struttura anarchica del Sistema internazionale come causa principale del comportamento degli Stati. In risposta, studiosi come Keohane e Nye svilupparono il Neoliberalismo, accettando alcune premesse realiste (come l’anarchia), ma argomentando che l’interdipendenza complessa e le istituzioni internazionali potessero facilitare la cooperazione e mitigare il conflitto. In questo periodo, emerse anche l’Economia politica internazionale come sottodisciplina per analizzare le relazioni strutturali di disuguaglianza economica e il rapporto tra Stati e mercati globali. Il Marxismo, più marginalizzato, durante la Guerra fredda, offrì una critica al sistema Stato-centrico.
Dalla fine degli anni ‘80, la disciplina ha attraversato una svolta critica o post-positivista, sfidando in questo modo le basi epistemologiche delle teorie dominanti (il Realismo e il Liberalismo). Questo quarto dibattito contrappone il Razionalismo (il Neorealismo e il Neoliberalismo) al Riflettivismo, cioè alle teorie critiche. Emerso come una delle sfide più significative, il Costruttivismo (con autori come Wendt) sostiene che le strutture internazionali non siano solo materiali, ma anche sociali e ideazionali. Concetti come l’“anarchia” non sarebbero dati immutabili ma “ciò che gli Stati ne fanno” attraverso le loro interazioni sociali. Inoltre, nuovi approcci come la Teoria critica (di derivazione francofortese), il Post-modernismo e il Femminismo hanno introdotto le questioni di potere, di conoscenza, di identità e di genere, criticando la pretesa neutralità delle teorie tradizionali e svelando i bias (per esempio, di genere o eurocentrici) insiti nella disciplina. Il Femminismo, in particolare, ha decostruito i concetti di sicurezza e Stato, evidenziando come siano permeati da valori maschili. In questo periodo, la Scuola inglese ha continuato a svilupparsi, distinguendo tra il Sistema internazionale, la società internazionale e la società mondiale, offrendo una prospettiva olistica che tenta di mediare tra il Realismo e il Liberalismo.
Infine, con la conclusione della Guerra fredda (dagli anni ‘90 a oggi) la disciplina ha dovuto mettere in discussione ciò che era assodato fino a quel momento. Oggi (almeno fino al 2022), il Sistema internazionale è cambiato. Nel XXI secolo, la disciplina affronta quindi una fase di auto-riflessione critica riguardo al suo eurocentrismo. Tradizionalmente, infatti, le IR sono state costruite sull’esperienza storica europea (il Sistema westfaliano) e sviluppate accademicamente negli Stati Uniti e nel Regno Unito[25]. Tuttavia, studiosi come Amitav Acharya promuovono una Global International Relations, che mira a superare il dominio delle prospettive occidentali. Questo approccio non rifiuta le teorie già esistenti, ma cerca di integrarle con la storia, la cultura e le pratiche dei paesi non-occidentali (che definisce come “Global South”), riconoscendo che le relazioni internazionali esistevano ben prima del 1648 (cioè della nascita del Sistema westfaliano degli Stati come li pensiamo oggi) e fuori dall’Europa. Infine, l’agenda della ricerca si è espansa per includere temi come la globalizzazione, la governance globale, il terrorismo internazionale, le questioni ambientali e l’ascesa di potenze non-occidentali come la Cina. La disciplina è caratterizzata da un pluralismo teorico in cui Realismo, Liberalismo e Costruttivismo coesistono con approcci critici e prospettive regionali. In ogni caso, ciò che più caratterizza la contemporaneità è il fatto che gli studiosi hanno iniziato a considerare seriamente le variabili interne agli Stati: la burocrazia, i leader con i loro bias e le loro emozioni, le loro esperienze, i media, l’opinione pubblica e molto altro. Ne consegue che considerare altre discipline concorrenti alle Relazioni internazionali, ma che ritengono lo Stato come un attore unitario e razionale, limita in modo smisurato ogni analisi.
La metodologia di ricerca
In quale modo i politologi internazionalisti studiano i rapporti tra i vari attori delle Relazioni internazionali (Devetak, George, Percy; 2017)[26]? Lo studio della metodologia nell’ambito delle IR è caratterizzato da una spiccata eterogeneità e da storiche controversie riguardanti l’essenza stessa del sapere. Per sviscerare il concetto di “metodo scientifico” in questa disciplina, risulta indispensabile esaminare i presupposti metateorici del settore, quali l’ontologia e l’epistemologia, unitamente alla progressione dei confronti tra le correnti positiviste e quelle post-positiviste.
In prima istanza, l’indagine nelle IR è indissolubilmente legata alla metateoria, la quale investiga le premesse profonde sulle quali poggiano le visioni dell’essere e del conoscere. Ogni percorso di ricerca si regge su due cardini principali. Da un lato, l’ontologia, ovvero la dottrina dell’essere, cerca di definire quali elementi costituiscano la realtà globale, interrogandosi sull’esistenza di attori come gli Stati, gli individui o le strutture sistemiche; dall’altro lato, l’epistemologia, che riguarda la teoria della conoscenza e indaga i processi attraverso cui apprendiamo la realtà, valutando la validità e la giustificazione delle nostre affermazioni conoscitive. Di conseguenza, la metodologia si configura come l’analisi degli strumenti atti a generare tale sapere, scaturendo direttamente dalle scelte ontologiche ed epistemologiche del ricercatore.
In seconda istanza, nelle IR il metodo scientifico è storicamente legato al Positivismo e alla corrente comportamentista, che mira a trasporre i procedimenti delle scienze empiriche nello studio della politica globale. Tale approccio si fonda su un’epistemologia empirista, secondo cui solo i fenomeni osservabili possono costituire una conoscenza autentica, con l’intento di stabilire criteri di validazione analoghi a quelli della fisica o della biologia. Un elemento centrale è l’oggettività, che presuppone la capacità dello studioso di analizzare la realtà in modo neutrale e privo di condizionamenti valoriali, mantenendo una netta separazione tra il soggetto che osserva e l’oggetto osservato. Teorie come il Realismo di Morgenthau o il Neorealismo di Waltz aspirano infatti a individuare leggi universali che governano i rapporti internazionali, radicate nella natura umana o nella configurazione anarchica del sistema. Waltz, in particolare, sviluppa un’analisi basata su dati tangibili come la ripartizione del potere materiale tra le potenze.
In terza istanza, il consolidamento di questo metodo fu l’epicentro del secondo grande dibattito svoltosi tra gli anni ‘60 e ‘70. Da una parte, si schierarono i comportamentisti, fautori di analisi quantitative e di test empirici rigorosi; dall’altra, i tradizionalisti, come Bull della Scuola inglese, i quali rivendicavano il primato della filosofia, della storia e dell’intuizione. Bull criticava aspramente il tecnicismo scientifico, ritenendo che esso allontanasse dalla reale sostanza etica e politica delle relazioni umane, paragonando paradossalmente gli scienziati sociali a figure recluse e prive di contatto con la realtà vissuta del loro oggetto di studio.
In quarta istanza, verso la fine degli anni ‘80, la disciplina ha visto contrapporsi il Positivismo alle teorie post-positiviste. Correnti come il post-modernismo, il Femminismo, il Costruttivismo e la Teoria critica hanno messo in discussione il primato del metodo scientifico classico, evidenziandone i limiti strutturali. Robert Cox ha sottolineato la non-neutralità del sapere, affermando che ogni teoria è sempre funzionale a specifici interessi e obiettivi. Gli approcci volti alla risoluzione di problemi pratici tendono spesso a legittimare lo status quo e le gerarchie esistenti, omettendo di analizzare i propri presupposti ideologici.
Il Costruttivismo, inoltre, contesta la visione materialista della realtà, sostenendo che il contesto sociale non sia fatto solo di elementi oggettivi, ma di fatti istituzionali come la sovranità, che esisterebbero esclusivamente in virtù di convenzioni umane. Inoltre, Wendt ha chiarito che l’anarchia non è un dato immutabile che obbliga al conflitto, ma è il risultato delle interazioni sociali tra gli Stati. Di più, le prospettive post-strutturaliste influenzate da pensatori come Foucault negano l’esistenza di una verità universale, utilizzando strumenti come la decostruzione per mostrare come la “verità scientifica” sia spesso un prodotto di dinamiche di potere. Stabilire cosa sia considerato senso comune o scientificamente accettabile rappresenterebbe, per questi studiosi, l’esercizio massimo dell’autorità politica.
Le Scienze sociali si distinguono dalle Scienze naturali non per l’assenza di rigore o per l’impossibilità di misurazione, ma per l’ontologia dei fenomeni indagati, i quali operano prevalentemente in sistemi aperti e stocastici (nel senso che operano nel campo della probabilità, non della certezza[27]). Sebbene la complessità dei sistemi antropici e la natura multifattoriale delle variabili rendano estremamente complessa la chiusura sperimentale tipica della fisica o della chimica, la ricerca sociale dispone di modelli matematici e statistici capaci di formulare previsioni rigorose su base aggregata. Attraverso l’uso di variabili latenti, indicatori standardizzati (come il PIL) e tecniche di inferenza causale, i ricercatori non si limitano a una ricostruzione ex post, ma identificano nessi causali e regolarità nomotetiche (cioè teorie generali). La sfida risiede nel distinguere la correlazione dalla causalità all’interno di una realtà nella quale l’osservatore e l’oggetto osservato interagiscono costantemente.
Le tre immagini di Waltz
Esperti di spessore come Waltz (1959)[28] e Singer (1961)[29] hanno evidenziato come chi esamina la politica internazionale debba inevitabilmente stabilire quali soggetti e dinamiche determinanti mettere in risalto nel proprio studio. A tal proposito, si identificano tre piani d’indagine[30]: il primo focalizzato sui singoli individui, il secondo sugli Stati e il terzo sulla struttura del Sistema internazionale. Risulta chiaro che soltanto l’integrazione di queste tre prospettive, definite “immagini”, consente di raggiungere una visione d’insieme precisa dei fenomeni. Ciononostante, è importante tenere ben presente che uno studio approfondito risulta frequentemente attuabile soltanto dopo che gli eventi si sono conclusi. Ciò accade perché i segreti militari, le strategie e i dati di intelligence restano accessibili esclusivamente a una cerchia ristretta di decisori. In aggiunta, le procedure di scelta interne alle istituzioni (come avviene tra i vertici del Pentagono) restano celate agli osservatori esterni, rendendo invisibili le distorsioni cognitive collettive e i rapporti di forza interni. Bisogna poi considerare che la capacità analitica degli esperti è parziale, poiché è impossibile gestire moli enormi di dati senza incorrere in pregiudizi soggettivi – per esempio, la razionalità è limitata e vi è l’impossibilità di essere esperti in più di una disciplina. Pertanto, analizzare gli avvenimenti attuali in tempo reale si rivela un’attività complessa e rischiosa, poiché finisce per ignorare i fattori decisivi che influenzano i risultati.
La prima immagine è quella individuale. I principali protagonisti della politica estera sono innanzitutto i singoli individui: dai vertici dei partiti ai leader di governo, passando per le cariche militari e burocratiche di alto livello, fino a giornalisti, celebrità, esponenti di organizzazioni non-governative, autorità religiose, centri studi (think tank), influencer e/o opinion leader, università, sindacati e grandi gruppi industriali. Si fa riferimento, in pratica, a tutti i soggetti capaci di esercitare potere (coercitivo, economico e/o simbolico) e che ricoprono un ruolo cruciale nel plasmare le opinioni, i valori e le priorità dell’agenda internazionale.
Per quanto riguarda i leader, gli studiosi prendono in considerazione almeno tre dimensioni fondamentali. La prima riguarda i tratti innati e caratteriali, come per esempio l’introversione o il narcisismo. Gli studi di genere indicano, in questo ambito, come l’identità sessuale possa condizionare l’approccio politico, teorizzando che le donne al potere tendano a preferire soluzioni meno bellicose rispetto agli uomini. Il secondo aspetto concerne il percorso di socializzazione, con particolare attenzione all’istruzione e alla carriera: un presidente con un passato nelle forze armate e studi strategici agirà probabilmente in modo diverso da un dentista o da un infermiere prestato alla politica; il primo potrebbe manifestare una maggiore propensione all’uso della forza o una minore flessibilità verso il dissenso rispetto al secondo, che preferirebbe puntare sul risparmio delle risorse scarse in Difesa per dedicarle alla sanità. Anche l’attivismo giovanile o l’orientamento politico dei familiari pesano su questa formazione. Infine, contano le esperienze dirette maturate dal leader: aver vissuto personalmente il dramma di un conflitto o di un atto terroristico crea una prospettiva differente rispetto a chi non ha affrontato tali traumi.
In ognuna di queste circostanze, la psicologia cognitiva fornisce strumenti essenziali per individuare i pregiudizi sistematici (bias) che condizionano inevitabilmente le scelte, sia a livello individuale che collettivo.
La seconda immagine è quella statale. L’orientamento internazionale di uno Stato è spesso il riflesso delle sue peculiarità endogene. Elementi quali l’assetto istituzionale, gli equilibri tra i partiti, l’efficienza della burocrazia e le condizioni economico-sociali concorrono nel determinare strategie di politica estera differenti.
Una distinzione fondamentale riguarda il contrasto tra regimi democratici e sistemi non-democratici. Nelle realtà autoritarie, il potere è concentrato nelle mani di un’élite ristretta che gode di un’ampia autonomia decisionale. Al contrario, le democrazie sono vincolate a protocolli più articolati e trasparenti, dovendo costantemente confrontarsi con il corpo elettorale e rispondere alle istanze dell'opinione pubblica. In seconda battuta, chi detiene il potere politico si avvale della collaborazione di apparati burocratici che, nel loro ruolo consultivo, condizionano le scelte finali. All’interno di un sistema democratico, non è raro che emergano divergenze d’opinione tra i vari ministeri. Parallelamente, le risoluzioni di politica estera adottate dal governo necessitano solitamente del supporto del parlamento, sia per quanto concerne la linea politica generale sia per l’approvazione delle risorse finanziarie. Infine, i mezzi di informazione e le lobby detengono il potere di orientare in modo incisivo sia il sentimento popolare che le autorità politiche, intervenendo su tematiche settoriali come la sostenibilità ambientale o i trattati commerciali.
La terza immagine è quella sistemica. In primo luogo, la collocazione geografica gioca un ruolo cruciale: l’insularità del Regno Unito, per esempio, ha favorito storicamente lo sviluppo della flotta navale rispetto alle truppe di terra, permettendogli di dominare le rotte marittime e consolidarsi come gigante commerciale e coloniale. In secondo luogo, il livello di crescita economica comparata orienta le strategie estere; gli Stati più ricchi possono destinare ingenti capitali alla Difesa e al soft power[31] per accrescere il proprio prestigio globale, mentre i paesi in via di sviluppo tendono spesso a dare meno priorità alle politiche ecologiche rispetto alle economie avanzate. Infine, la percezione della propria forza relativa incide sulle ambizioni e sulla capacità di condizionamento: i gruppi dirigenti[32] delle grandi potenze avvertono frequentemente l’onere di dover preservare l’equilibrio mondiale.
Un elemento supplementare, talvolta sottovalutato, risiede nell’architettura del Sistema internazionale. L’anarchia, ovvero l’assenza di un’autorità sovraordinata capace di garantire la sicurezza globale (analogamente alle forze di polizia lungo i confini statali), rappresenta un fattore decisivo. Tuttavia, come evidenziato dalla Scuola inglese e dai pensatori liberali, occorre riconoscere l'importanza delle organizzazioni internazionali, dell’Unione europea e delle diverse ragioni che spingono uno Stato a conformarsi spontaneamente alle norme giuridiche internazionali. Per esempio, in questo contesto, la distribuzione del potere tra le grandi potenze è essenziale. Il dibattito accademico è diviso sulla maggiore stabilità di un sistema bipolare rispetto a uno multipolare, a causa delle variabili legate alle alleanze. Per classificare un sistema come unipolare (l’egemonia statunitense post-1989), bipolare (il confronto USA-URSS) o multipolare (l’Europa di inizio Novecento con Francia, Gran Bretagna, Austria-Ungheria e Impero ottomano), è necessario contare il numero di superpotenze attive. Una superpotenza si distingue convenzionalmente per una superiorità netta e multidimensionale, economica e militare, unita a un’influenza che supera di gran lunga quella degli altri attori; in altre parole, detiene i tre poteri (economico, simbolico e coercitivo), ed è intenzionata a esserlo.
- Al plurale. ↩
- La Geografia politica non è la geopolitica! Sono due discipline diverse. ↩
- La Scienza politica (al singolare) è anche detta “politologia”. ↩
- La politica internazionale è la disciplina delle Relazioni internazionali (IR). ↩
- Roberts, C. W., Golder, M., Nadanichek Golder, S., Franchino, F. (a cura di). (2011). Principi di scienza politica (1a ed.). McGraw-Hill Education, p. 6. ↩
- In realtà ci sono anche attori non-statali: pirati, signori della guerra, terroristi, ONG, aziende multinazionali, organizzazioni internazionali, l’Unione europea, i media, ecc.. ↩
- All’interno dell’FPA esistono altre sottodiscipline, come lo studio dei bias di gruppo nei processi decisionali, lo studio dell’analisi del discorso, la politica economica internazionale, ecc.. Per mantenere il testo come divulgativo, mi limiterò ad approfondire la base delle Relazioni internazionali (IR). ↩
- Altre sottodiscipline delle Relazioni internazionali sono, per esempio, lo studio della diplomazia, gli studi strategici, lo studio della negoziazione, gli studi sulla sicurezza, l’economia internazionale, l’analisi del discorso, ecc.. ↩
- Smith, S., Hadfield, A., Dunne, T., Kitchen, N. (2024). Foreign Policy: Theories, Actors, Cases (Fourth Edition). Oxford University Press, pp. 11-33. ↩
- Teorie esaustive o, in inglese, grand theories. ↩
- Abbiamo il Realismo classico, il Neorealismo, il Realismo difensivo, il Realismo offensivo, il Realismo neoclassico. Abbiamo la teoria dell’equilibrio di potenza, quella dell’equilibrio della minaccia, la teoria della stabilità egemonica e la teoria della transizione di potere. ↩
- Il potere può essere militare (potenza), economico e simbolico. ↩
- I gender studies. ↩
- Un approccio più squisitamente giuridico definirebbe lo Stato come quell’entità dotata di un popolo che abita un territorio dai confini ben definiti e che si autogoverna esercitando la propria sovranità. ↩
- Roberts, C. W., Golder, M., Nadanichek Golder, S., Franchino, F. (a cura di). (2022). Principi di scienza politica (2a ed.). McGraw-Hill Education, p. 62. ↩
- Eccezione fatta per l’Unione europea, che è un’entità ibrida e gode di soggettività internazionale. ↩
- Devetak, Richard, Jim George e Sarah Percy (2017). An introduction to international relations. Terza edizione. Cambridge: Cambridge University Press. ↩
- Devetak, Richard, Jim George e Sarah Percy (2017). An introduction to international relations. Terza edizione. Cambridge: Cambridge University Press. ↩
- McGlinchey, Stephen, Rosie Walters, and Christian Scheinpflug (2017). International Relations Theory. E-International Relations Publishing. ↩
- Burchill, Scott, Andrew Linklater, Richard Devetak, Jack Donnelly, Matthew Paterson, Christian Reus-Smit, Jacqui True. (2005). Theories of International Relations. 3a ed. Basingstoke: Palgrave Macmillan. ↩
- Spindler, Manuela. (2013). International Relations: A Self-Study Guide to Theory. Opladen, Berlin, Toronto: Barbara Budrich Publishers. ↩
- Jackson, Robert, e Georg Sørensen. (2013). Introduction to International Relations: Theories and Approaches. Quinta edizione. Oxford: Oxford University Press. ↩
- Burchill, Scott, Andrew Linklater, Richard Devetak, Jack Donnelly, Matthew Paterson, Christian Reus-Smit, Jacqui True. (2005). Theories of International Relations. 3a ed. Basingstoke: Palgrave Macmillan. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017). Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee. ↩
- Se non altro perché è solo negli Stati liberi e democratici che si possono analizzare la politica interna e la politica estera senza essere ostacolati dal governo. ↩
- Devetak, Richard, Jim George e Sarah Percy (2017). An introduction to international relations. Terza edizione. Cambridge: Cambridge University Press è il riferimento del paragrafo. ↩
- Ecco perché nei miei testi si usano i periodi ipotetici e i verbi declinati al condizionale, e solo di rado all’indicativo. ↩
- Waltz, K. (1959) Man, the State, and War: A theoretical Analysis. New York: Columbia University Press. ↩
- Singer, J. David (1961) The levels-of-Analysis Problem in International Relations. World Politics 14 (October): 77-92. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017). Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee sarà il riferimento per tutto il paragrafo. ↩
- Come nel caso della Corea del Sud che usa il K-Pop rendersi simpatica all’opinione pubblica internazionale. Sicuramente un metodo ingegnoso per farsi conoscere e apprezzare, quindi aiutare, in caso di problemi con la Corea del Nord, no? ↩
- I gruppi dirigenti comprendono i governanti, i dirigenti delle grandi aziende strategiche, i burocrati, ecc.. ↩
In conclusione, l’integrazione delle tre immagini di Waltz permette di superare i riduzionismi interpretativi, restituendo la complessità dei fenomeni politici globali attraverso una sintesi di variabili individuali, statali e sistemiche. La comprensione delle Relazioni internazionali richiede dunque un costante bilanciamento tra l’osservazione empirica dei dati materiali e il riconoscimento del ruolo delle idee, delle identità e dei processi cognitivi dei decisori. Tale pluralismo teorico e metodologico costituisce il presupposto necessario per analizzare un Sistema internazionale in perenne mutamento, nel quale la cooperazione istituzionale convive con le dinamiche strutturali dell’anarchia. In effetti, è solo utilizzando le tre immagini, le teorie delle IR e i modelli specifici multidisciplinari che lo studioso si può avvicinare alla verità.
L’efficacia della ricostruzione scientifica dei fatti internazionali resta vincolata ai limiti intrinseci della conoscenza in tempo reale e alla persistente opacità dei processi decisionali interni agli apparati statali. La consapevolezza di tali bias e dei vincoli epistemologici deve indurre a un approccio analitico rigoroso, che privilegi la profondità storica e la coerenza teorica rispetto alle semplificazioni della cronaca. L’obiettivo ultimo della disciplina rimane l’autosufficienza cognitiva dell’osservatore nel fornire le coordinate concettuali per interpretare in modo empirico le dinamiche di potere le norme che regolano la vita associata tra i popoli.


