1. Introduzione
Molteplici sono i luoghi comuni sui motivi alla base della guerra.
Un primo luogo comune è: il “riarmo” è causa delle guerre? L’idea che la preparazione bellica non prevenga le guerre ma ne acceleri l’escalation (come accaduto per esempio nel 1939) è metodologicamente fallace perché si basa sul cherry picking; ignora sia i casi in cui la deterrenza ha sventato un conflitto (come durante la Guerra fredda), sia la vulnerabilità storica degli Stati deboli o neutrali. Questa tesi confonde la semplice correlazione con la causazione e scambia il riarmo per la causa della guerra anziché per il sintomo di tensioni preesistenti. Inoltre, ignora le dinamiche del “dilemma della sicurezza” di cui si è parlato nell’articolo dedicato alle teorie delle IR.
Negli ultimi anni sembra essere comune l’idea secondo la quale la preparazione bellica prevenga i conflitti (guerre o dispute) o assicuri la stabilità, ma è un’illusione priva di fondamento, poiché la storia dimostrerebbe che le grandi corse agli armamenti non abbiano evitato le aggressioni, ma che anzi abbiano spesso accelerato lo scoppio delle guerre o ne hanno favorito l’escalation, come evidenziano le crisi del 1914, 1939, 1941, 1967 e 1973. I sostenitori di questa tesi affermano che il “riarmo”, inteso come la decisione politica di uno Stato di consolidare la propria sicurezza investendo nel settore della Difesa, sia una causa della guerra. Essi intendono qui, per “Difesa”, solo le armi: trascurano la cyber-sicurezza, la logistica, l’addestramento del personale e altro.
Dal punto di vista metodologico, tuttavia, risulta un’argomentazione fallace perché si basa su una selezione parziale dei dati. Ignora tutti i casi storici in cui la deterrenza militare ha effettivamente evitato un conflitto, come accaduto durante la Guerra fredda. Inoltre, l’ipotesi confonde la semplice correlazione temporale con un legame di causa-effetto (scambia cioè la corsa agli armamenti per la causa scatenante di una guerra anziché per il sintomo di tensioni preesistenti) e pecca per l’assenza di un gruppo di confronto. Omette di considerare come la debolezza militare o la neutralità abbiano storicamente esposto molti Stati del tutto impreparati a invasioni immediate. Il sostenitore di questa tesi seleziona esclusivamente le guerre che si sono susseguite a seguito di un’effettiva corsa agli armamenti (cherry picking), ma trascura tutte quelle guerre che non sono scoppiate in ragione della deterrenza: funzione chiave, quella della falsificazione, nel metodo scientifico. Ed è normale che sia così, perché è impossibile citare una guerra che (per la deterrenza) non si è mai verificata. Infine, esiste il dilemma della sicurezza nella teoria dei giochi, alla quale rimando nella sezione “2.2 Le asserzioni del Realismo” nell’articolo sulle teorie fondative delle Relazioni internazionali.
Il luogo comune probabilmente più ricorrente nel dibattito pubblico sarebbe però da ricercarsi nella malvagità della natura umana di hobbesiana concezione; homo homini lupus[1]: le persone sarebbero intrinsecamente egoiste e cercherebbero di perseguire i propri interessi. Questa idea risulta però essere fallace in quanto sarebbe arduo pensare che la natura umana sia statica, ovvero immutabile nel tempo e nello spazio. Inoltre, si ritiene sovente che conoscersi a sufficienza e dialogare sia un buon punto di partenza per evitare i conflitti: per i costruttivisti questo potrebbe essere vero laddove la conoscenza tra le élite internazionali potrebbe favorire una maggiore cooperazione[2]. Tuttavia, esistono casi di conflitti in cui le due (o più) parti si conoscono molto bene; per esempio, le guerre jugoslave e i conflitti tra la Francia e l’attuale Germania fra il 1870 e il 1945[3] farebbero pensare che conoscersi troppo possa essere una condizione sufficiente a far scoppiare una guerra. Un approccio scientifico alle cause dei conflitti[4] è fondamentale per lo sviluppo di politiche efficaci per farne prevenzione, per distinguere tra la correlazione tra due (o più) conflitti e la loro causalità, e per essere consapevoli che di fronte a fenomeni così complessi, spesso carichi di emozioni negative, siamo personalmente impotenti.
Quindi, perché le persone partecipano a conflitti che causano migliaia, se non più, di morti? La disciplina politologica analizza le cause della guerra distinguendo, in primo luogo, le cause immediate dalle cause profonde, che vanno studiate insieme; in secondo luogo, utilizzando le tre immagini (o i tre livelli: individuale, statale e sistemico) proposte da Waltz – sulla base delle cause della Guerra del Peloponneso di Tucidide[5]. Un contributo importante è dato dalle altre discipline delle scienze sociali: la psicologia (talvolta la neurologia), la sociologia, l’economia, la geografia[6], la storia e l’antropologia collaborano per studiare lo stesso fenomeno secondo prospettive differenti[7]. L’analisi delle cause delle guerre, quindi, rimane un esercizio multidisciplinare che include le cause immediate e le cause profonde, le tre immagini e le teorie delle Relazioni internazionali.
La nostra fonte di riferimento sarà sempre il manuale di Grieco, Ikenberry e Mastanduno (2017)[8].
2. Le cause immediate della guerra
Per “cause immediate” intendiamo gli elementi diretti che scatenano un conflitto armato; si potrebbe dire che sono il casus belli, o “la goccia che fa traboccare il vaso”. Il più famoso è l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando il 28 giugno 1914, che fu la scintilla che fece scoppiare le tensioni tra gli Stati europei innescando la Prima guerra mondiale. Possiamo così individuare cinque cause immediate della guerra (Grieco, Ikenberry, Mastanduno; 2017)[9].
In primis, le dispute sulle risorse economiche (Gleditsch et al., 2006)[10]. La competizione per l’accesso e il dominio su risorse materiali scarse è una delle più antiche cause di conflitto. Quando beni essenziali, come le risorse idriche, diventano oggetto di contesa tra due gruppi[11], la probabilità di un’escalation militare aumenta. Un esempio emblematico è la tensione tra Israele e i suoi vicini arabi per lo sfruttamento delle acque del fiume Giordano, che ha contribuito a innescare la Guerra dei sei giorni (1967). Questo tipo di conflitti dimostrerebbe come la sicurezza economica e la sopravvivenza di uno Stato siano direttamente legate al controllo di alcuni beni naturali, rendendoli un obiettivo strategico per cui varrebbe la pena combattere.
In secundis, le dispute legate alle fonti energetiche. Nel mondo contemporaneo, industrializzato, il controllo soprattutto di gas e petrolio è diventato una sottocategoria dei conflitti per le risorse economiche. La sicurezza energetica è sinonimo di potere economico e capacità militare. Le dispute per il dominio di aree ricche di giacimenti, come quelle nel Mar Cinese Meridionale, hanno generato continue frizioni militarizzate a bassa intensità. Similmente, la decisione di Saddam Hussein di invadere il Kuwait (1990) fu giustificata, tra le altre cose, con l’accusa di furto di petrolio, mentre la successiva reazione internazionale guidata da Washington era motivata anche dal timore che un attore ostile potesse controllare una porzione significativa delle riserve energetiche mondiali. Negli anni più recenti, inoltre, i cyber-attacchi alle infrastrutture energetiche strategiche di un paese potrebbero rappresentare una seria minaccia che potrebbe essere il preludio di attacchi convenzionali[12] – un esempio è il cyber-attacco contro Kyiv del 2016.
In tertiis, le policy degli altri paesi. Un conflitto armato può sorgere non solo per i beni materiali, ma anche a causa di divergenze inconciliabili sulle politiche di uno Stato o sulla natura stessa del suo regime politico. Un governo potrebbe percepire le scelte strategiche di un vicino come una minaccia esistenziale, il che giustificherebbe un’azione militare preventiva. L’attacco israeliano a un presunto reattore nucleare siriano nel 2007 ne è un chiaro esempio. Inoltre, l’incompatibilità ideologica tra regimi può essere un potente catalizzatore di guerre: l’ostilità delle monarchie europee verso la Francia rivoluzionaria (fine ‘700), per esempio.
In quartis, l’identità etnica, culturale o religiosa, diventa una causa immediata della guerra quando viene mobilitata politicamente. Ciò avviene tipicamente in due scenari: l’intervento di uno Stato a presunta difesa di una minoranza etnica affine in un paese vicino[13], oppure la repressione violenta di un gruppo etnico da parte del governo centrale. Il conflitto in Kosovo alla fine degli anni ‘90 è paradigmatico: la campagna repressiva del governo serbo contro la popolazione di etnia albanese e il conseguente timore da parte della Comunità internazionale di una pulizia etnica portarono all’intervento militare della NATO. Questo dimostrerebbe come le dinamiche di identità, se politicizzate, possano trascendere i confini degli Stati e trasformarsi in crisi internazionali.
In ultimo, le dispute territoriali. Le contese per il controllo di un territorio sono tra le cause di guerra più insidiose, poiché il territorio è la manifestazione fisica della sovranità di uno Stato[14]. Un appezzamento di terra può essere strategicamente cruciale per ragioni militari (come le alture del Golan per Israele), per la ricchezza di risorse naturali, o per motivi nazionalistici, come nel caso di popolazioni culturalmente omogenee separate da un confine politico (per esempio, le due Coree). L’irredentismo, ovvero la volontà di “riunire la nazione sotto un’unica bandiera”, è una potente motivazione che ha storicamente alimentato numerosi conflitti.
3.1. Le cause profonde della guerra: premessa
Le cause profonde della guerra sono quelle che permettono a un conflitto di persistere dopo che è scoppiato. Inoltre, le cause profonde rappresentano le condizioni affinché una causa immediata possa effettivamente innescare una guerra; sono le fondamenta strutturali della polveriera. Esse possono essere studiate secondo le tre immagini di Waltz, tenendo comunque presente che la decisione di entrare in (e proseguire una) guerra dipendono in ultima istanza dai leader e dai decisori politici. In questo senso, molto si deve alla teoria realista delle IR la quale, in quasi tutte le sue varianti, considera veri due presupposti: gli Stati sarebbero attori unitari (i leader deciderebbero in base alle circostanze, e non alle loro caratteristiche personali e alle loro esigenze politiche) e razionali (i leader sarebbero in grado di capire il contesto e di agire valutando tutte le opzioni con cura). In realtà, la teoria della razionalità limitata ci dimostra che non è quasi mai così, e l’idea dello Stato come attore unitario è ormai superata dal momento in cui l’opinione pubblica (interna ed esterna agli Stati) ha assunto un ruolo decisivo nelle decisioni della politica estera[15]. Si badi bene: la disciplina chiamata “geopolitica” classica, che non fa parte delle Scienze politiche e che non vuole essere una scienza[16], a oggi continua a considerare gli Stati come attori unitari e razionali, ignorando completamente la prima immagine, trascurando il ruolo dell’opinione pubblica, delle istituzioni, della burocrazia, dei media, l’evidenza empirica dei dati e molteplici variabili intervenienti diverse dalla geografia e dalla storia. Ho approfondito questa differenza in un articolo dedicato.
3.2. Le cause profonde della guerra: prima immagine (individuale)
Le cause profonde della guerra, studiate dal punto di vista degli individui, mettono in luce le caratteristiche dei leader e dei gruppi decisionali. Per esempio, i capi di Stato possono dichiarare guerra basandosi su percezioni del mondo errate (Jervis, 1978[17]; Leng, 2004[18]). Questo è il caso degli Stati Uniti quando ritenevano, sbagliando, che l’Iraq di Saddam Hussein stesse sviluppando un programma nucleare e che quindi il paese potesse essere occupato facilmente, portando così i leader americani a un intervento militare (2003). Ma quali sono i motivi per i quali i leader (e gli individui) potrebbero avere una percezione errata della situazione e, quindi, scatenare una guerra?
Primo, situazioni di crisi diplomatica possono generare un forte stress fisico ed emotivo: questo stress potrebbe portare a errori di valutazione riguardo alle proprie opzioni e a quelle degli avversari, incrementando il rischio di escalation (Holsti, 1972)[19]. Fu il caso della Prima guerra mondiale, in cui i leader europei aumentarono le loro comunicazioni pensando che il tempo giocasse a loro sfavore e che la responsabilità della crisi spettasse agli avversari, portando a una degenerazione incontrollata. Secondo, gli individui possono avere convinzioni (bias) che nascono dalla necessità di promuovere i propri interessi o desideri; bias che potrebbero limitare la capacità dei leader di modificare le proprie posizioni anche di fronte a nuove informazioni. Un secondo aspetto relativo ai leader riguarda l’impatto della psicologia sociale e della loro personalità sulla decisione di ricorrere alla guerra. Celebre è la teoria di Janis (1982)[20] sul pensiero di gruppo: la necessità di essere accettati dai colleghi potrebbe portare i leader e i loro consiglieri a commettere errori di giudizio, o a tacere laddove non siano in disaccordo. Anche la personalità del leader ha un ruolo, soprattutto quando potrebbe portare a un eccesso di ottimismo e a illusioni positive. I leader tenderebbero a sovrastimare il potenziale della propria forza militare (Johnson, 2004)[21], rendendoli più propensi a combattere. Inoltre, l’ottimismo e la fiducia in se stessi sono tratti comuni nei leader carismatici, ma possono portare a sovrastimare le proprie capacità militari durante una crisi. In sintesi, fattori a livello individuale come le percezioni errate, lo stress, i bias motivazionali, il pensiero di gruppo (groupthink) e l'eccesso di ottimismo possono aumentare il rischio di guerra tra gli Stati, contrariamente a una prospettiva puramente realista (e anche contrariamente alla “geopolitica”) che trascura queste variabili.
3.3. Le cause profonde della guerra: seconda immagine (statale)
Le cause profonde della guerra devono essere prese in considerazione anche in riferimento agli Stati. L’analisi suggerisce che la pace non è solo una questione di equilibrio di potenza o di istituzioni internazionali, ma è profondamente radicata nel modo in cui gli Stati sono organizzati al loro interno, sia economicamente sia, soprattutto, politicamente. In particolare, gli studi si articolano lungo due direttrici: il sistema economico e le istituzioni politiche. Sul sistema economico, per esempio, la teoria marxista-leninista postula che i sistemi capitalisti siano intrinsecamente espansionistici e aggressivi: la necessità di conquistare nuovi mercati, nuove fonti di materie prime e nuove opportunità di investimento per i capitali in eccesso spingerebbe gli Stati capitalisti a una competizione imperialista che sfocia inevitabilmente in conflitti armati. In questa visione, la guerra non è un’anomalia, ma una conseguenza logica della struttura economica dominante. Invece, i liberali sostengono che il capitalismo, promuovendo l’interdipendenza economica e il commercio, crei potenti incentivi per la pace, rendendo la guerra un’opzione controproducente. La seconda direttrice riguarda le istituzioni politiche interne e i processi governativi. Questa è la spiegazione più diffusa e si concentra sulla natura del regime politico. Il dibattito è dominato dalla teoria della pace democratica, secondo la quale le democrazie, pur essendo aggressive verso l'esterno quanto i regimi non-democratici, mostrerebbero una propensione quasi nulla a farsi la guerra tra loro. Questa regola empirica viene spiegata attraverso due meccanismi principali: i valori istituzionali e i vincoli strutturali (Russett, 1993)[22], i valori normativi e la cultura politica (Owen, 1994)[23]. Secondo Russett, le democrazie possiedono meccanismi istituzionali interni che renderebbero difficile e complesso l’avvio di una guerra. La separazione dei poteri, il controllo del Legislativo sull’Esecutivo, la necessità di ottenere il consenso sull’opinione pubblica e la presenza di media liberi creerebbe una serie di “freni e contrappesi” (check and balances).
Questi vincoli rallenterebbero il processo decisionale, imporrebbero una maggiore cautela ai leader e li obbligherebbero a giustificare pubblicamente le proprie scelte, riducendo la probabilità di avventurarsi in conflitti affrettati o ingiustificati, specialmente contro altri Stati che rispettano le stesse procedure. Inoltre, secondo Owen le democrazie condividerebbero una cultura politica basata su norme di risoluzione pacifica dei conflitti, sul compromesso e sul rispetto dei diritti. I leader e i cittadini delle democrazie tenderebbero a proiettare queste norme interne sulla politica internazionale, portandoli a percepire gli altri regimi democratici come interlocutori ragionevoli e non minacciosi. Si svilupperebbe una fiducia reciproca basata sull’aspettativa che anche l’altra parte utilizzerebbe il dialogo e la negoziazione (il diritto internazionale) per risolvere le dispute: la guerra tra democrazie diventerebbe così culturalmente e normativamente “impensabile”.
3.4. Le cause profonde della guerra: terza immagine (sistemica)
Le cause profonde della guerra, in ultimo, risiedono all’interno del Sistema internazionale stesso. Secondo questa prospettiva, la causa fondamentale dei conflitti non alloggerebbe né negli individui né nelle caratteristiche degli Stati, ma nella struttura del Sistema internazionale, definita dalla sua anarchia. Essa creerebbe un ambiente di auto-aiuto (self-help) in cui la sfiducia e l’incertezza dominano, incentivando comportamenti (come il bluff e l’attacco preventivo) che renderebbero la guerra una possibilità sempre presente e, in certe condizioni, una scelta apparentemente razionale. L’anarchia, intesa come l’assenza di un’autorità superiore agli Stati, ovvero di un “governo mondiale”, non è vista come una causa diretta e inevitabile di guerra, ma agirebbe in modi più complessi, fungendo sia da contesto abilitante sia da motore attivo del conflitto.
La politologia distingue due modi in cui l’anarchia influenzerebbe la probabilità della guerra. Il primo è l’anarchia come causa permissiva. La struttura anarchica del Sistema internazionale non costringerebbe di per sé gli Stati a combattersi. Se così fosse, ogni crisi diplomatica sfocerebbe in un conflitto armato (ipotesi smentita dall’evidenza empirica). Piuttosto, l’anarchia agirebbe come una causa permissiva: creerebbe un ambiente in cui non esiste un’entità superiore in grado di far rispettare le regole, proteggere gli aggrediti o risolvere pacificamente le dispute in modo vincolante. Come suggerito da Waltz (1959)[24], questa assenza di un “gendarme” globale lascerebbe che le cause di guerra situate al livello individuale o in quello statale possano manifestarsi liberamente, senza un meccanismo esterno che possa frenarle o neutralizzarle. La responsabilità ultima di evitare la guerra ricade interamente sui leader, rendendo il Sistema internazionale vulnerabile ai loro fallimenti. Il secondo è l’anarchia come innesco del conflitto, ovvero come causa attiva. Oltre a permettere ad altri fattori di operare, l’anarchia potrebbe essa stessa generare dinamiche che spingerebbero attivamente gli Stati verso la guerra. Fearon (1995)[25] ha identificato due meccanismi principali attraverso cui ciò avviene, entrambi legati all’incertezza intrinseca di un ambiente anarchico. Da un lato, il problema delle informazioni private e l’incentivo a bluffare. In un contesto anarchico, gli Stati non hanno modo di conoscere con certezza le reali capacità militari e la determinazione (le preferenze) di un avversario. Questa asimmetria informativa creerebbe un forte incentivo a nascondere le proprie debolezze e a esagerare la propria forza e risolutezza. Tale comportamento (il bluff), servirebbe a scoraggiare l’avversario o a ottenere maggiori concessioni al tavolo negoziale. Tuttavia, se entrambi gli attori esagerassero le proprie posizioni, potrebbero spingersi oltre un punto di non ritorno, rendendo la guerra l’unico modo per dimostrare la propria credibilità; per esempio, l’Iraq di Saddam Hussein quando simulava un potenziale nucleare per proiettare un’immagine di forza, inducendo però gli Stati Uniti a un calcolo errato che portò effettivamente alla sua invasione nel 2003. Dall’altro lato, il problema dell’impegno credibile. Anche quando un accordo pacifico sarebbe vantaggioso per entrambe le parti, l’anarchia renderebbe difficile fidarsi sul fatto che tale accordo venga rispettato. Uno Stato potrebbe temere che, una volta siglato un patto, l’avversario ne approfitti per rafforzarsi e colpire in un momento successivo più favorevole. Questa incapacità di garantire impegni credibili potrebbe rendere la guerra oggi una scelta razionale, seppur costosa, per prevenire un attacco potenzialmente devastante domani: è la classica dinamica della guerra preventiva.
Il dilemma del prigioniero è un modello della teoria dei giochi che illustra perfettamente questa logica. Due attori, pur avendo un interesse comune a cooperare, sono spinti a tradirsi a vicenda dalla paura che l’altro lo faccia per primo, lasciandoli nella posizione peggiore possibile: traslato alle Relazioni internazionali, il timore reciproco della defezione, alimentato dall’assenza di un’autorità che possa far rispettare i patti, spinge gli Stati verso l’opzione del conflitto (mutua defezione), anche se un accordo pacifico (mutua cooperazione), sarebbe preferibile. Un esempio ne è il Memorandum di Budapest del 1994[26]. Applicandovi il dilemma del prigioniero, si osserva come la sfiducia reciproca tra Stati Uniti e Russia, in un Sistema internazionale anarchico e privo di meccanismi sanzionatori vincolanti, abbia incentivato la non-cooperazione. La strategia dominante per entrambi gli attori è divenuta la defezione, al fine di minimizzare il rischio di subire il danno maggiore (reale, percepito o entrambi): questo ha condotto all’esito peggiore (Defezione; Defezione). In particolare, la violazione russa si configura come la rottura dell’integrità territoriale ucraina (l’annessione illegale della Crimea nel 2014, la questione del Donbas[27], l’invasione su larga scala del 2022) e la conseguente reazione statunitense, caratterizzata da una natura sanzionatoria e puramente diplomatica prima del 2022, alla quale si erano aggiunti successivamente gli aiuti economici e militari all’Ucraina – dimostrando i limiti intrinseci degli accordi di sicurezza non garantiti da un’autorità superiore[28].
4. L’esempio della guerra tra Etiopia ed Eritrea (1998)
Occorre sempre tenere presente che le tre immagini di Waltz interagiscono tra loro in vari modi. Per spiegare come ciò avviene, propongo l’esempio del conflitto scoppiato nel 1998 tra Etiopia ed Eritrea, poco conosciuto e quindi privo di interpretazioni emotive da parte del lettore. Semplificando e andando dritti al punto, distinguo le cause profonde della guerra nelle loro tre immagini. Al livello individuale, la guerra fu esacerbata dalle personalità dei leader, Isaias Afwerki (Eritrea) e Meles Zenawi (Etiopia), le cui ambizioni e la cui reciproca diffidenza innescarono un’escalation, dimostrando come gli attributi umani possano operare da catalizzatori per i conflitti.
A livello statale, le caratteristiche interne dei due paesi (neocoloniali) giocarono un ruolo cruciale. La necessità di consolidare l’identità nazionale e il potere interno spinsero i governi a utilizzare la retorica nazionalista e la guerra come strumenti per distogliere l’attenzione dalle difficoltà economiche e cementare il consenso. Infine, al livello sistemico, l’anarchia del Sistema internazionale fornì il contesto strutturale in cui tale conflitto poté esplodere. L’assenza di un’autorità superiore capace di imporre una risoluzione vincolante della disputa di confine su un’area apparentemente marginale come Badme, costrinse gli Stati a ricorrere autonomamente alla forza per difendere la propria sovranità, rendendo la guerra non solo possibile, ma anche “razionale”. La confluenza di questi tre livelli, dunque, illustrerebbe come le cause della guerra siano un intreccio complesso di fattori individuali, statali e sistemici. Infine, per quanto riguarda le cause immediate, si individuano la disputa di confine per l’area di Badme e l’escalation di schermaglie lungo la frontiera. A ciò si aggiunsero le tensioni economiche e la rottura delle relazioni commerciali, esacerbate dall’introduzione di una nuova valuta eritrea. L’assenza di meccanismi risolutivi efficaci trasformò questi incidenti in una guerra su vasta scala, fungendo da catalizzatore per le cause profonde.
5. Conclusione
L’analisi ha dimostrato come la domanda iniziale “perché scoppiano le guerre?” non ammette risposte semplicistiche. La guerra è un evento ricorrente sia per come sono di per sé gli esseri umani – non necessariamente malvagi, ma comunque limitati nella loro razionalità e vittime di bias cognitivi individuali e di gruppo –, sia per come si sono organizzati in collettività che chiamiamo “Stati”, sia per la natura anarchica del Sistema internazionale, che è una condizione necessaria alla guerra ma non sufficiente. Lo studio scientifico della guerra rappresenta l’essenza di una politica estera prudente e responsabile. Non è un puro esercizio accademico, ma un modo pratico in cui i decisori politici, il corpo diplomatico-consolare e i media possono fornire degli strumenti ai cittadini per prevenire i conflitti (interni ai paesi, non necessariamente “soltanto” esterni). Offrire al dibattito pubblico analisi precise è fondamentale per evitare semplificazioni eccessive e pericolose: si pensi, per esempio, all’opinione pubblica ucraina, che dopo l’invasione russa del 2022 ha messo in campo strumenti capaci di evitare che la propaganda moscovita potesse influenzare significativamente i propri cittadini, rendendoli piuttosto resilienti alla guerra ibrida di Putin.
- Trad. it.: “l’uomo è un lupo per un altro uomo”. ↩
- Nonostante ciò, i costruttivisti pongono l’accento sul ruolo delle identità e delle idee, quindi non negano la guerra. ↩
- La guerra franco-prussiana (1870-1871), la Prima guerra mondiale (1914-1918), l’occupazione della Ruhr (1923-1925) e la Seconda guerra mondiale (1939-1945). ↩
- Non solo delle guerre (1000 morti in combattimento in un anno), ma anche di tutte le altre dispute. ↩
- Nel V sec. a.C. Tucidide analizzò le cause della Guerra del Peloponneso tra Sparta e Atene, distinguendo tra le cause dichiarate, o pretesti, e le cause reali. ↩
- La geografia non è la geopolitica! ↩
- In alcuni casi anche la linguistica e la Discourse Analysis. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017). Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee. Cap. 5. ↩
- Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017). Introduzione alle Relazioni internazionali - Domande fondamentali e prospettive contemporanee. Cap. 5. pp. 181-185. ↩
- Gleditsch, Nils Petter, Kathryn Furlong, Havard Hegre, Bethany Lacina, and Taylor Owen (2006) “Conflicts over Shared Rivers: Resource Scarcity of Fuzzy Boundaries?”, Political Geography 25 (4): 361-382. ↩
- Uso la parola gruppi perché non sarebbe corretto dire né “nazioni” né “Stati”. Ciò perché i conflitti possono essere anche all’interno delle nazioni e degli Stati e, in senso diacronico, i conflitti esistevano già prima degli Stati. ↩
- Annita Larissa Sciacovelli, Sebastiano La Piscopia, Arindrajit Basu, Bharath Gururagavendran, Keiko Kono, Tal Mimran, Lior Weinstein, Isaac Morales Tenorio, Mariana Salazar Albornoz, Pietro Gargiulo, Ivan Ingravallo, Elena Drago, Elisa Tino, Marco Fasciglione, Michele Nino, Antonio Mariconda, Pierfrancesco Rossi, Silvia Venier, 2024. Cybersecurity Governance and Normative Frameworks: Non-Western Countries and International Organizations Perspectives. A cura di Pietro Gargiulo, Davide Giovannelli, Annita Larissa Sciacovelli. Napoli: Editoriale scientifica. ↩
- Il caso della Russia che giustificò l’annessione illegale della Crimea e l’invasione del Donbas nel 2014 con delle presunte (false) accuse all’Ucraina di discriminare la minoranza russofona, per esempio. ↩
- La definizione più comune di “Stato” è quella che prevede che esso sia formato da un popolo, da un governo in grado di esercitare la propria sovranità e da un territorio definito, e che quindi possa essere riconosciuto dalla Comunità internazionale. ↩
- Si pensi al ruolo che ha avuto l’opinione pubblica nella guerra del Vietnam. ↩
- Come dice Lucio Caracciolo su Limes. ↩
- Jervis, Robert (1978) “Cooperation Under the Security Dilemma”, World Politics 30: 167-214. ↩
- Leng, Russell (2004) “Escalation: Competing Perspectives and Empirical Evidence”, International Studies Review 6 (4): 51-64. ↩
- Holsti, Ole (1972) “Crisis, Escalation, War”, Montreal McGill-Queen’s. ↩
- Janis, I. L. (1972) “Victims of Groupthink: a Psychological Study of Foreign-Policy Decisions and Fiascoes”. Boston: Houghton Mifflin. ↩
- Johnson, Dominic (2004) “Overconfidence and War: The Havoc and Glory of Positive Illusions” Cambridge: Harvard University Press. ↩
- Russet, B. (1993) Grasping the Democratic Peace: Principles for a Post-Cold War World. Princeton: Princeton University Press. ↩
- Owen, J. M. (1994) How Liberalism Produces Democratic Peace. International Security, 19 (2), 87–125. ↩
- Waltz, K. N. (1959) “Man, the State, and War: A Theoretical Analysis”. New York: Columbia University Press. ↩
- Fearon, J. D. (1995) “Rationalist Explanations for War. International Organization”, 49 (3), 379–414. ↩
- L’Ucraina rinunciava al terzo arsenale più grande al mondo, ereditato in seguito alla dissoluzione dell’Unione sovietica, trasferendo tutte le testate alla Russia per il loro smantellamento. In cambio, la Russia e gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a rispettare l’indipendenza, la sovranità e i confini esistenti dell’Ucraina, astenendosi dalla minaccia o dall’uso della forza contro la sua integrità territoriale o l’indipendenza politica. Questo accordo si è poi dimostrato inefficace a causa della natura non vincolante delle assicurazioni di sicurezza rispetto alle garanzie formali. Ciò è in linea con il pensiero neorealista (Neorealismo offensivo, o Neorealismo strutturale) di Mearsheimer (Mearsheimer, J. J. (2014) “Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault: The Liberal Delusions That Provoked Putin”. Foreign Affairs, 93 (5), 77–89.). ↩
- In russo “Donbass” (ha due “S”); in ucraino “Donbas” (ha una “S” sola). ↩
- E dalla rinuncia alla deterrenza nucleare, direi io. ↩


